<?xml version='1.0' encoding='UTF-8'?><?xml-stylesheet href="http://www.blogger.com/styles/atom.css" type="text/css"?><feed xmlns='http://www.w3.org/2005/Atom' xmlns:openSearch='http://a9.com/-/spec/opensearchrss/1.0/' xmlns:georss='http://www.georss.org/georss' xmlns:gd='http://schemas.google.com/g/2005' xmlns:thr='http://purl.org/syndication/thread/1.0'><id>tag:blogger.com,1999:blog-2425021903460302584</id><updated>2011-04-22T01:02:31.388+01:00</updated><title type='text'>harzblog</title><subtitle type='html'></subtitle><link rel='http://schemas.google.com/g/2005#feed' type='application/atom+xml' href='http://harzblog.blogspot.com/feeds/posts/default'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2425021903460302584/posts/default?max-results=100'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://harzblog.blogspot.com/'/><link rel='hub' href='http://pubsubhubbub.appspot.com/'/><author><name>Stefano Zangrando</name><uri>http://www.blogger.com/profile/03768768279688625481</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><generator version='7.00' uri='http://www.blogger.com'>Blogger</generator><openSearch:totalResults>89</openSearch:totalResults><openSearch:startIndex>1</openSearch:startIndex><openSearch:itemsPerPage>100</openSearch:itemsPerPage><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2425021903460302584.post-5762185085704801077</id><published>2009-04-09T13:46:00.004+01:00</published><updated>2009-04-09T13:52:46.530+01:00</updated><title type='text'>Da oggi sono qui:</title><content type='html'>&lt;span style="font-size:130%;"&gt;&lt;a style="font-family: verdana;" href="http://harz.it/"&gt;harz.it&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2425021903460302584-5762185085704801077?l=harzblog.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://harzblog.blogspot.com/feeds/5762185085704801077/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2425021903460302584&amp;postID=5762185085704801077&amp;isPopup=true' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2425021903460302584/posts/default/5762185085704801077'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2425021903460302584/posts/default/5762185085704801077'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://harzblog.blogspot.com/2009/04/da-oggi-sono-qui.html' title='Da oggi sono qui:'/><author><name>Stefano Zangrando</name><uri>http://www.blogger.com/profile/03768768279688625481</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2425021903460302584.post-269642889280823474</id><published>2009-03-18T07:42:00.006Z</published><updated>2009-03-19T10:22:08.547Z</updated><title type='text'>Cap. chiuso</title><content type='html'>&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt;Un po' di visibilità, attenzione e il consenso di un pugno di «amici» virtuali: è a questo, in fin dei conti, che si mira tenendo un blog come questo, privo di ambizioni o di urgenza informativa, lontano dal moloch dell'attualità come dai buoni tentativi gnoseologici sparsi in giro per la rete. Ma non è questo ciò che ormai vado cercando. Per questo ho deciso di smettere e, uno di questi giorni, cambiare. Sarà l'età che incede, l'ego che indietreggia, o forse l'uscita imminente delle poche prose scritte negli ultimi anni (un capitolo chiuso), sta di fatto che il giro delle ore annuncia ormai una virata. Non resta che assecondarla. Grazie, a rileggerci.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;«[...] nell'&lt;span style="font-style: italic;"&gt;Oblomov&lt;/span&gt; di Goncarov, per gli abitanti del villaggio di Oblòmovka la vita scorre "accanto a essi" come un fiume, sulle cui rive essi siedono a contemplarla.&lt;br /&gt;Se l'esistenza è solo un ininterrotto congedo da se stessa, sulla sua fuga s'innalza di continuo la domanda di Oblomov: &lt;span style="font-weight: bold;"&gt;quando si vive&lt;/span&gt;? L'età moderna non sembra conoscere il presente, ma soltanto un trascorrere, un divenire percepito non quale arricchimento, quale itinerario verso una meta che infonde significato e sostanza a ogni tappa del cammino, bensì quale dileguare, quale continuo non-essere, mancanza di ogni valore cui afferrarsi saldamente. La vita alienata è quella che è stata privata di fini che realmente la giustifichino e la rendano autosufficiente nella dedizione a una meta superiore [...]&lt;br /&gt;Il presente, per bastare a se stesso, deve poggiare su dei valori, ma il pulviscolo di scopi e obblighi convenzionali, con i quali l'organizzazione sociale bersaglia l'individuo, offusca e vela questi valori, quando non li distrugge; impedisce al pensiero di soffermarsi sull'essenziale e lo incalza in una corsa affannosa, che lo distoglie da ciò ch'esso ama o vorrebbe amare. "La vita preme, urge da ogni parte!" esclama angosciato Oblomov, rigirandosi nel letto; la vita è un impedimento alla vita, la quotidianità martellata da un incessante sciame di cure, che assalgono e pungono da ogni parte, allontana l'individuo dalla sua verità, da quell'armonia col trascorrere del tempo che Oblomov sente vibrare in fondo al canto di Olga, la fanciulla amata».&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;(da Claudio Magris, &lt;span style="font-style: italic;"&gt;La vita assente&lt;/span&gt;, in &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Itaca e oltre&lt;/span&gt;, pp. 30-31)&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2425021903460302584-269642889280823474?l=harzblog.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://harzblog.blogspot.com/feeds/269642889280823474/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2425021903460302584&amp;postID=269642889280823474&amp;isPopup=true' title='2 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2425021903460302584/posts/default/269642889280823474'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2425021903460302584/posts/default/269642889280823474'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://harzblog.blogspot.com/2009/03/cap-chiuso.html' title='Cap. chiuso'/><author><name>Stefano Zangrando</name><uri>http://www.blogger.com/profile/03768768279688625481</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>2</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2425021903460302584.post-3010184899143703854</id><published>2009-03-11T08:50:00.004Z</published><updated>2009-03-11T09:02:28.923Z</updated><title type='text'>Parigi 1958</title><content type='html'>&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;«Davanti a un magazzino di rue de Rennes, sulla griglia del marciapiedi, dalla quale esce il tepore dei caloriferi, siede alla turca un vagabondo dai capelli rasati, l'oeil bleu, l'occhio franco e minaccioso del vagabondo che conosce i suoi diritti. A portata di mano, isolata sul marciapiedi, come unico arredo della sua mobile abitazione, ha una bottiglia di vino comune, ma etichettato. Sta parlando con un altro vagabondo, sdraiato come Paolina Borghese, sull'altra griglia, a cinque o sei passi. Parlano con calma, ad alta voce, in un arrotolio di parole strette e incomprensibili. Anche l'altro vagabondo ha la sua bottiglia di vino, messa davanti come un bicchiere. La gente passa, passa anche un agente, senza guardarli, passano due giovani scapestrati gridando Buonasera, passano tre bambini. Le due bottiglie, invitante bersaglio, restano in piedi. Perché uno spettacolo simile sia possibile, occorre il rispetto della libertà degli altri. A Roma non sarebbe durato molto. La guardia avrebbe preteso di vedere i documenti, i tre ragazzi si sarebbero fatto un dovere di rovesciare almeno una delle bottiglie, fingendo di spingersi e cadere, i due giovani scapestrati, imitando Alberto Sordi e fingendo dapprima un grande interesse per la marca del vino, sarebbero fuggiti sghignazzando e portandosi via quei miseri litri. La gente, poi, avrebbe detto: "Ecco che si deve vedere a Roma. Mussolini non avrebbe permesso". Ma il sale di una civiltà sono i vagabondi. Quando essi godono il rispetto che si deve al più debole è segno che il rispetto per le altre libertà funziona».&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;(Ennio Flaiano, &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Diario degli errori&lt;/span&gt;, Adelphi 2002, pp. 46-47)&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2425021903460302584-3010184899143703854?l=harzblog.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://harzblog.blogspot.com/feeds/3010184899143703854/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2425021903460302584&amp;postID=3010184899143703854&amp;isPopup=true' title='3 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2425021903460302584/posts/default/3010184899143703854'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2425021903460302584/posts/default/3010184899143703854'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://harzblog.blogspot.com/2009/03/parigi-1958.html' title='Parigi 1958'/><author><name>Stefano Zangrando</name><uri>http://www.blogger.com/profile/03768768279688625481</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>3</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2425021903460302584.post-973642335076840806</id><published>2009-03-02T09:01:00.003Z</published><updated>2009-03-02T09:07:04.712Z</updated><title type='text'>L'agnello cattivo</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://www.literaturport.de/typo3temp/GB/be3dbd0be2.png"&gt;&lt;img style="margin: 0px auto 10px; display: block; text-align: center; cursor: pointer; width: 382px; height: 134px;" src="http://www.literaturport.de/typo3temp/GB/be3dbd0be2.png" alt="" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;div  style="text-align: justify;font-family:georgia;"&gt;Di Katja Lange-Müller, berlinese classe 1951, fino a pochi anni fa il pubblico tedesco aveva potuto apprezzare essenzialmente narrazioni brevi, in cui le vicende di personaggi spesso marginali o outsider trovavano accoglienza entro un registro per lo più comico e grottesco. Nel 2007, finalmente, la pluripremiata autrice di racconti ed ex-transfuga della Ddr diede alle stampe il suo primo romanzo “lungo”, una storia d’amore alquanto eterodossa che trovò subito il consenso dei lettori e fu finalista al Deutscher Buchpreis. Grazie a Neri Pozza il libro è ora disponibile anche in lingua italiana: &lt;span style="font-style: italic;"&gt;L’agnello cattivo&lt;/span&gt; (trad. di Riccardo Cravero) è un esempio magistrale di come si possa narrare la passione senza concedere nulla al sentimentalismo, librandosi invece sul filo di una controllatissima urgenza nostalgica.&lt;br /&gt;Era il 1987 e Soja, figlia quasi quarantenne di una dirigente della Sed, viveva da un anno a Berlino Ovest quando s’imbatté in Harry, dal fascino spavaldo e dal passato oscuro; fino a quel momento Soja non aveva mai sentito la parola «junkie». Vent’anni dopo, rivolgendosi allo stesso uomo con un “tu” che sfida l’empatia del lettore, Soja ricostruisce la loro relazione mossa da un interrogativo abissale: nel diario che Harry redasse in quel periodo, ottantanove brani ora finiti nelle mani di lei e in parte citati nel testo, di quell’amore non si fa parola. L’ipotesi più dolorosa, «ma anche una tra le più sensate, è che ti ero indifferente quanto tutto il resto di questo grande mondo; a parte il tuo elisir di lunga vita e la paura di finire di nuovo in galera».&lt;br /&gt;Così Soja ridà voce al suo vissuto di allora ritessendo gradualmente le fila di ciò che lei stessa apprese solo dopo i primi incontri con Harry: i trascorsi da eroinomane, dieci anni di carcere, un programma di disintossicazione da seguire con rigore pena il ritorno dietro le sbarre, e un’inconsueta pratica sessuale, quella di impedire a Soja di portarlo all’orgasmo. Solo a metà romanzo, quando abbiamo già seguito la narratrice nel «compito» di amare Harry e aiutarlo, radunando attorno a lui un team di conoscenti disposti ad assisterlo nel processo di reinserimento, si rivela quel che forse si era già subodorato: Harry è sieropositivo, il suo destino è segnato. Di qui ad apprendere che il “tu” cui Soja si rivolge è ormai scomparso, o meglio, è un Harry interiore, vivo solo nel ricordo, il passo è breve e prima o poi si compie – ma a contare, in quest’opera capace di evitare ogni ovvietà, è il salvataggio attuato dalla scrittura: il racconto ripercorre paziente e tenace, sostenuto da un’ironia dolente, questa vicenda di esseri soli e marginali, sempre a un passo dalla miseria, indugiando nelle profondità contraddittorie dell’affetto femminile, della sua necessità, e infine nel crudo epilogo esistenziale di Harry, mentre Berlino precipita verso la riunificazione e Soja conosce, volente o nolente, il naturale decorso del proprio sentimento. Ne sortisce una poesia originale, intensa e prosastica, anche grazie a uno stile che in traduzione, purtroppo, in parte si perde.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;(Questa recensione è apparsa su «Alias» del 21 febbraio 2008)&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2425021903460302584-973642335076840806?l=harzblog.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://harzblog.blogspot.com/feeds/973642335076840806/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2425021903460302584&amp;postID=973642335076840806&amp;isPopup=true' title='3 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2425021903460302584/posts/default/973642335076840806'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2425021903460302584/posts/default/973642335076840806'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://harzblog.blogspot.com/2009/03/lagnello-cattivo.html' title='L&apos;agnello cattivo'/><author><name>Stefano Zangrando</name><uri>http://www.blogger.com/profile/03768768279688625481</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>3</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2425021903460302584.post-1584903696500619026</id><published>2009-02-23T00:02:00.001Z</published><updated>2009-02-23T00:05:14.193Z</updated><title type='text'>The Red-capped Mannequin of the Amazon</title><content type='html'>&lt;object width="425" height="344"&gt;&lt;param name="movie" value="http://www.youtube.com/v/7siJmzWbCyw&amp;hl=it&amp;fs=1"&gt;&lt;/param&gt;&lt;param name="allowFullScreen" value="true"&gt;&lt;/param&gt;&lt;param name="allowscriptaccess" value="always"&gt;&lt;/param&gt;&lt;embed src="http://www.youtube.com/v/7siJmzWbCyw&amp;hl=it&amp;fs=1" type="application/x-shockwave-flash" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true" width="425" height="344"&gt;&lt;/embed&gt;&lt;/object&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2425021903460302584-1584903696500619026?l=harzblog.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://harzblog.blogspot.com/feeds/1584903696500619026/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2425021903460302584&amp;postID=1584903696500619026&amp;isPopup=true' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2425021903460302584/posts/default/1584903696500619026'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2425021903460302584/posts/default/1584903696500619026'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://harzblog.blogspot.com/2009/02/red-capped-mannequin-of-amazon.html' title='The Red-capped Mannequin of the Amazon'/><author><name>Stefano Zangrando</name><uri>http://www.blogger.com/profile/03768768279688625481</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2425021903460302584.post-6982276327605084981</id><published>2009-02-16T12:44:00.003Z</published><updated>2009-02-16T12:50:01.678Z</updated><title type='text'>Il primo Congresso del Sindacato dei Profeti Viventi</title><content type='html'>&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://www.effigie.com/image/journal/article?img_id=9.BOOK-IL-PRIMO-CONGRESSO.copertina&amp;amp;version=1.0"&gt;&lt;img style="margin: 0pt 10px 10px 0pt; float: left; cursor: pointer; width: 129px; height: 207px;" src="http://www.effigie.com/image/journal/article?img_id=9.BOOK-IL-PRIMO-CONGRESSO.copertina&amp;amp;version=1.0" alt="" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;A quanto pare, qualche anno fa in Nigeria si è svolto davvero l’evento che dà il titolo all’ultimo volume di racconti di Luigi Grazioli, narratore lombardo classe 1951: &lt;span style="font-weight: bold;"&gt;Il primo Congresso del Sindacato dei Profeti Viventi&lt;/span&gt; (Effigie, pp. 121). Se poi quel ritrovo abbia generato effettivamente i tumulti e le violenze di piazza di cui si rende conto nel racconto omonimo, narrato dal punto di vista del giovane accompagnatore e discepolo del più socratico tra i profeti intervenuti, non è già più un problema di verità cronachistica, ma di tenuta letteraria. La bontà della prosa di Grazioli, infatti, già dalle prime prove narrative (&lt;span style="font-style: italic;"&gt;Cosa dicono i morti&lt;/span&gt;, Campanotto 1991), fino ai &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Racconti immobili&lt;/span&gt; e al romanzo &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Lampi orizzontali&lt;/span&gt; (risp. Greco &amp;amp; Greco 1997 e 2003), apparsi presso lo stesso editore per cui Grazioli dal 1999 dirige la rivista «Nuova prosa», è anzitutto nella cura quasi maniacale della scrittura. Che il registro si conduca sul filo del comico, come nel racconto citato all’inizio, oppure si tenga al livello di un’ironia alata, lucidissima, come nella maggior parte degli altri testi del libro, l’impressione è sempre quella di una sorprendente esattezza: grammaticale, sintattica, ritmica; ossia di un’aderenza completa e divertita della lingua al suo oggetto. Il fatto poi è che questa levità si svela fin dal principio come il rovescio intellettuale di una stoica accettazione dell’umana fragilità, che si declina a sua volta, di racconto in racconto, in malinconica coscienza della propria mortalità (&lt;span style="font-style: italic;"&gt;Due coche&lt;/span&gt;), interrogazione dell’angoscia e del non-senso (&lt;span style="font-style: italic;"&gt;Il trasportatore&lt;/span&gt;, &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Casabase&lt;/span&gt;), inseguimento del dettaglio e del suo valore «assoluto» (&lt;span style="font-style: italic;"&gt;La via del taschino&lt;/span&gt; e ancor più &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Versare il latte&lt;/span&gt;, sorta di stupefatta critica d’autore sulla &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Lattaia&lt;/span&gt; di Vermeer). L’immaginazione di Grazioli prende spunto da quadri, immagini, incontri causali, episodi minimi o intuizioni fantastiche per inseguire ed esaurire gli aspetti possibili e impossibili di ogni situazione, come nel racconto emblematico &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Lezioni di volo&lt;/span&gt;, dal sapore ariostesco, dove seguiamo il personaggio nella scoperta, lo sviluppo e le conseguenze della sua attitudine aerea, o &lt;span style="font-style: italic;"&gt;L’animale&lt;/span&gt;, che ripercorre passo dopo passo la formazione di un (pre)giudizio e la sua cristallizzazione in un teorema bizzarro e arbitrario. Con una lingua sempre pronta a virare, distendersi e arrestarsi in conformità con lo sviluppo del tema o gli slanci e le circonvoluzioni del pensiero, e con una predilezione per l’eccentrico e il marginale, Grazioli dà prova in tal modo di un’incrollabile fiducia nella complessità dell’esistenza, tradotta però in semplicità stilistica, esito in punta di dita di scavo interiore, contro ogni tentazione retorica: «Comunque va bene: sono infelice. Molto infelice. Disperato. Così mi crederanno. Non il più disperato degli uomini. Meglio non esagerare. Se si dice a qualcuno di essere più disperato di lui, garantito che quello si offende. Allora diciamo che sono piuttosto disperato, ma un filino meno di ciascuno dei miei lettori. Così sono contenti tutti. Si scrive per questo, no?»&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;(Questa rencensione è apparsa su «Alias» del 14 febbraio 2009)&lt;/span&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2425021903460302584-6982276327605084981?l=harzblog.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://harzblog.blogspot.com/feeds/6982276327605084981/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2425021903460302584&amp;postID=6982276327605084981&amp;isPopup=true' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2425021903460302584/posts/default/6982276327605084981'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2425021903460302584/posts/default/6982276327605084981'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://harzblog.blogspot.com/2009/02/il-primo-congresso-del-sindacato-dei.html' title='Il primo Congresso del Sindacato dei Profeti Viventi'/><author><name>Stefano Zangrando</name><uri>http://www.blogger.com/profile/03768768279688625481</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2425021903460302584.post-943431703289436632</id><published>2009-02-07T08:09:00.044Z</published><updated>2009-04-02T07:45:36.049+01:00</updated><title type='text'>Estetica bi</title><content type='html'>&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Vorrei riportare un pensiero nato dalla lettura, tutt'ora in corso, di &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Questa e altre preistorie&lt;/span&gt; di Francesco Pecoraro, on line &lt;a href="http://tashtego.splinder.com/"&gt;Tashtego&lt;/a&gt;.&lt;br /&gt;Ho detto "pensiero nato dalla lettura", che dunque non c'entra con il libro vero e proprio; è invece una riflessione personale, molto personale, stimolata da quelle che l'autore svolge su di sé. Quel tipo di effetto, insomma, che rende una lettura &lt;span style="font-style: italic;"&gt;feconda&lt;/span&gt;.&lt;br /&gt;Leggendo dell'«etica western» di Pecoraro, ossia del modello maschile che ha forgiato la sua adolescenza, ho compreso la mia fascinazione per l'androginia, la mia «estetica bi».&lt;br /&gt;Voglio dire che ho capito perché, nonostante la mia sostanziale eterosessualità, sia sempre rimasto attratto da un &lt;span style="font-style: italic;"&gt;non so che&lt;/span&gt; promanante dall'omoerotismo. O almeno credo di averne compreso una delle ragioni. Tempo fa credevo che dipendesse più che altro dallo smaltimento tardivo e mai definitivo del narcisismo infantile, poi ho capito che anche quest'ultimo non avrebbe avuto certe conseguenze se non fosse stato accarezzato e nutrito &lt;span style="font-style: italic;"&gt;culturalmente&lt;/span&gt;, dunque attraverso modelli ed esperienze.&lt;br /&gt;Non c'è niente di cui un preadolescente maschio abbia più bisogno di un modello adulto diverso dal padre, che sostituisca quest'ultimo. Le femmine, o gli altri maschi, vengono dopo.&lt;br /&gt;Il mio primo modello, se non ricordo male, fu Pete Burns, il cantante dei &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Dead or alive&lt;/span&gt;, famosi per il singolo &lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://blogs.elcorreodigital.com/blogfiles/evadidos/PeteBurns1.jpg"&gt;&lt;img style="margin: 0pt 0pt 10px 10px; float: right; cursor: pointer; width: 127px; height: 131px;" src="http://blogs.elcorreodigital.com/blogfiles/evadidos/PeteBurns1.jpg" alt="" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;«You spin me round». A undici anni, ubriacato da codesta canzonetta riproducevo in continuazione, matita su carta, il volto di Pete Burns, con i lunghi ricci sparati, gli orecchini e la benda sull'occhio; ascoltavo tre volte al giorno l'album &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Youthquake&lt;/span&gt; e quando vedevo Burns cantare e danzare in tivù assorbivo inconsapevole i suoi movimenti checcoidi, incapace di discernerne la bontà educativa. Ciò non mi impediva di andare in cerca delle prime femmine con cui desideravo accoppiarmi. A quel tempo - era l'ottantacinque, maledetti anni ottanta, estetizzazione di massa e vuoto spinto - Burns, sposato con una donna, aveva appena iniziato a sottoporsi agli interventi di chirurgia estetica che entro qualche anno l'avrebbero trasformato in una mostruosa icona trans.&lt;br /&gt;Oggi io invece ho l'aspetto di un maschio italico comune, persino tipico, pelle olivastra occhi scuri capelli sempre meno. Mi sognavo diverso.&lt;br /&gt;Apprendo da Wikipedia italiana che, in una biografia uscita nel 2006, Burns rivela «di essere stato violentato in tenera età da un uomo che non è mai stato perseguito legalmente». Come se in un episodio del genere dovesse celarsi la Causa (Pecoraro ha un uso originale e preciso delle maiuscole) di ciò che poi Burns diventò.&lt;br /&gt;Sto per fare una confessione. (Pecoraro ha un uso originale e preciso degli a capo.)&lt;br /&gt;Io non fui mai "violentato", ma neanche l'uomo che un giorno mi "molestò" – e che per anni, ogni volta che lo incrociavo senza che lui mi riconoscesse, avrei voluto accoppare a bastonate – fu mai perseguito legalmente.&lt;br /&gt;Accadde nell'ottantacinque, lo stesso anno in cui conobbi Pete Burns. Quell'estate mi innamorai per la prima volta: di una mia coetanea dai capelli corti, magra e piatta.&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2425021903460302584-943431703289436632?l=harzblog.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://harzblog.blogspot.com/feeds/943431703289436632/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2425021903460302584&amp;postID=943431703289436632&amp;isPopup=true' title='8 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2425021903460302584/posts/default/943431703289436632'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2425021903460302584/posts/default/943431703289436632'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://harzblog.blogspot.com/2009/02/outing.html' title='Estetica bi'/><author><name>Stefano Zangrando</name><uri>http://www.blogger.com/profile/03768768279688625481</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>8</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2425021903460302584.post-7513377083444419155</id><published>2009-01-31T08:05:00.012Z</published><updated>2009-01-31T14:54:56.754Z</updated><title type='text'>Worldstar</title><content type='html'>&lt;object height="344" width="425"&gt;&lt;param name="movie" value="http://www.youtube.com/v/Pg9rTIGtENs&amp;amp;hl=it&amp;amp;fs=1"&gt;&lt;param name="allowFullScreen" value="true"&gt;&lt;param name="allowscriptaccess" value="always"&gt;&lt;embed src="http://www.youtube.com/v/Pg9rTIGtENs&amp;amp;hl=it&amp;amp;fs=1" type="application/x-shockwave-flash" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true" height="344" width="425"&gt;&lt;/embed&gt;&lt;/object&gt;&lt;br /&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt;Questo è il trailer di un formidabile documentario realizzato da Natasa von Kopp, con la quale lo scorso autunno ho condiviso gli spazi dell'ADK in Hanseatenweg 10. Purtroppo, a quanto mi risulta, non esiste una versione sottotitolata in italiano. Protagonista del film è l'artista Miroslav Tich&lt;/span&gt;&lt;span class="description"  style="font-family:trebuchet ms;"&gt;ý, che dopo aver vissuto per decenni in un completo ed eremitico anonimato a Kyjov, nella Moravia meridionale, è stato scoperto da alcuni galleristi, che hanno portato sulla ribalta dell'arte contemporanea le sue foto di donne scattate con una macchina fotografica artigianale. Peccato che al signor &lt;/span&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt;Tich&lt;/span&gt;&lt;span class="description"  style="font-family:trebuchet ms;"&gt;ý non c'è nulla che interessi meno del successo: la forza extra-estetica del film è essenzialmente nel contrasto tra la vanità del mondo che all'improvviso bazzica intorno all'uomo e il sovrano menefreghismo di quest'ultimo, al quale quel mondo pare stare alquanto antipatico. Neppure le proprie opere, disseminate ovunque nella sua catapecchia, gli interessano più. La sola cosa che gli interessa, dichiara &lt;/span&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt;Tich&lt;/span&gt;&lt;span class="description"  style="font-family:trebuchet ms;"&gt;ý a un certo punto, sono la vodka e la birra. Natasa segue l'uomo, il suo distacco e l'irruzione nei suoi giorni della mondanità artistica con l'attenzione discreta e partecipe di chi, neanche troppo celatamente, sa da che parte sta l'arte.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span class="description"&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2425021903460302584-7513377083444419155?l=harzblog.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://harzblog.blogspot.com/feeds/7513377083444419155/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2425021903460302584&amp;postID=7513377083444419155&amp;isPopup=true' title='2 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2425021903460302584/posts/default/7513377083444419155'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2425021903460302584/posts/default/7513377083444419155'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://harzblog.blogspot.com/2009/01/worldstar.html' title='Worldstar'/><author><name>Stefano Zangrando</name><uri>http://www.blogger.com/profile/03768768279688625481</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>2</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2425021903460302584.post-6693836521706497285</id><published>2009-01-19T08:27:00.004Z</published><updated>2009-01-19T08:32:39.948Z</updated><title type='text'>La strega di mezzogiorno</title><content type='html'>&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;Secondo una leggenda sorabica, una candida figura femminile con la falce suole apparire a chi lavora durante l’intervallo di mezzogiorno, e chiede che si trascorra almeno un’ora raccontandole qualcosa sulla lavorazione del lino. Solo così si può scampare alle maledizioni che &lt;/span&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://www.faz.net/m/%7B4C134F3B-3722-4640-B234-A4C6FDB9BDE8%7DPicture.jpg"&gt;&lt;img style="margin: 0pt 10px 10px 0pt; float: left; cursor: pointer; width: 134px; height: 148px;" src="http://www.faz.net/m/%7B4C134F3B-3722-4640-B234-A4C6FDB9BDE8%7DPicture.jpg" alt="" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;la donna ha in serbo. A quest’ambigua immagine folclorica, figlia atavica della paura e dell’incanto, si è richiamata Julia Franck, prosatrice berlinese classe 1970, nel suo romanzo finora più acclamato, &lt;span style="font-weight: bold;"&gt;La strega di mezzogiorno&lt;/span&gt; (trad. di Matteo Galli, Le Lettere). «La lavorazione del lino» ha dichiarato l’autrice, certo senza pretese di originalità, «è per me la filatura di un tessuto e mostra chiaramente quanto raccontare, intessere storie, sia importante per la sopravvivenza». La metafora vale pertanto soprattutto per la voce narrante, mentre l’istanza fabulatrice è di fatto tradita e persino revocata dalla protagonista del romanzo, il cui approdo “salvifico” è invece il silenzio. Emblema inaugurale di tale scelta è la rinuncia al proprio nome: il prologo la presenta come Alice – questo è il nome con cui le si rivolgono il figlio di sette anni e, in una lettera nascosta scovata da quest’ultimo, il marito per sempre lontano –, ma presto si scoprirà che in realtà si chiama Helene. È la fine della seconda guerra mondiale, Helene fugge con il figlio da Stettino verso ovest ma, a una fermata intermedia, lo abbandona su una panchina e scompare. Che cosa l’ha spinta a un simile gesto all’apparenza scellerato? Il corpo centrale del romanzo, diviso in tre parti ambientate rispettivamente a Bautzen, una cittadina della Sassonia orientale, nella Berlino degli anni venti e a Stettino in epoca nazionalsocialista, ricostruisce la vita di Helene, ebrea per parte materna, dall’angusta infanzia borghese, attraverso l’iniziazione mondana nella capitale, fino al ripiego per sopravvivenza, dopo l’epilogo infausto dell’unico grande amore, nella muta subordinazione a un compiaciuto filisteo, sostenitore del regime hitleriano. S’incontrano così, in una narrazione che ripercorre le vicende private e i traumi affettivi della protagonista sullo sfondo dei grandi eventi dell’epoca, personaggi femminili di grandiosa plasticità come la madre, soggetto eccentrico e prima responsabile, nel suo rifiuto della figlia, del dolore di quest’ultima, o la sorella maggiore Martha, la cui omosessualità segnerà almeno in parte l’erotismo di Helene e il cui vitalismo l’accompagnerà come un tormentato controcanto negli anni berlinesi presso la zia Fanny, benestante e cocainomane. Meno bene ne escono i personaggi maschili, innamorati o bruti che siano, su alcuni dei quali, d’altra parte, l’autrice esercita al meglio il suo talento tragicomico. Tra pagine all’altezza del miglior realismo ottocentesco e altre al limite del cliché neoromantico, il romanzo narra con lucidità ferma e partecipe la storia di Helene fino alla dedizione totale come infermiera in guerra; è tale storia, del resto, la sola risposta possibile all’interrogativo aperto dal suo atto estremo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;(Questa recensione è apparsa su «Alias» del 10 gennaio 2009.)&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2425021903460302584-6693836521706497285?l=harzblog.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://harzblog.blogspot.com/feeds/6693836521706497285/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2425021903460302584&amp;postID=6693836521706497285&amp;isPopup=true' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2425021903460302584/posts/default/6693836521706497285'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2425021903460302584/posts/default/6693836521706497285'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://harzblog.blogspot.com/2009/01/la-strega-di-mezzogiorno.html' title='La strega di mezzogiorno'/><author><name>Stefano Zangrando</name><uri>http://www.blogger.com/profile/03768768279688625481</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2425021903460302584.post-5659783222324036436</id><published>2009-01-06T07:37:00.010Z</published><updated>2009-01-08T14:56:52.589Z</updated><title type='text'>Impasse</title><content type='html'>&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-family:arial;"&gt;Ieri avevo postato un video a mo' di intervallo, poi l'ho tolto. È che in periodi come questo, quando il penoso teatrino quotidiano lascia il posto alle cronache di guerra, tanto più in Medio Oriente e con le immagini e le informazioni che tutti sanno, mi si chiude la bocca. Non tanto per lo sdegno, quello è un fatto naturale, che non conosce sbocchi, neppure ostentandolo, tanto vale tenerselo stretto. Ma per il chiasso che subito viene a coprire la mia ignoranza. Diluvi di opinioni, commenti, letture dei fatti. E tutti ne sanno tantissimo, molto più di me, davvero. Non c'è paragone. Sembra che vi sia tutta una ridda di voci esperte che non vedono l'ora di poter applicare il loro zelo analitico e riflessivo, la loro sapienza, ai peggiori misfatti che hanno luogo in Occidente o nelle sue periferie. Tanto di cappello. Io così esperto non lo sono e non lo sarò mai. Leggo le cronache, alcuni commenti, alcune opinioni, guardo le immagini, i filmati, e più leggo e più guardo, più il mio sdegno ha la nausea. Ma non perché aumenti, al contrario: rimane soffocato sotto tanta intelligenza. Sotto una tale, brillante compensazione dell'impotenza. Così alla fine mi resta solo questo: il senso di impotenza. Di fronte alla guerra e di fronte all'informazione.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;«Libertà. Com'era strana questa parola sulle labbra di Schleppfuss! Sì, certo, vi assumeva un'intonazione religiosa, egli ne parlava da teologo, ma niente affatto con disprezzo, anzi indicava la somma importanza che questa idea doveva assumere per Dio, visto che aveva preferito esporre l'uomo e gli angeli al peccato anziché precludere loro la libertà. Sta bene, libertà è il contrario dell'innata assenza del peccato, libertà significa rimaner fedeli a Dio per propria volontà o mettersi dalla parte del demonio e mormorare oscenità spaventose durante il sacrificio della Messa. Questa è una definizione suggerita dalla psicologia della religione. Ma la libertà ha già avuto una parte nella vita dei popoli e nelle battaglie della storia con un significato diverso, forse meno spirituale, ma non privo di entusiasmi. E ha una parte proprio nel momento in cui sto scrivendo questa biografia – nella guerra che infuria e, come vorrei credere in questo mio ritiro, anche nell'anima e nel pensiero del nostro popolo tedesco, cui forse per la prima volta nella sua vita, sotto il dominio del più audace arbitrio, balena il concetto di ciò che sia libertà».&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2425021903460302584-5659783222324036436?l=harzblog.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://harzblog.blogspot.com/feeds/5659783222324036436/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2425021903460302584&amp;postID=5659783222324036436&amp;isPopup=true' title='20 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2425021903460302584/posts/default/5659783222324036436'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2425021903460302584/posts/default/5659783222324036436'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://harzblog.blogspot.com/2009/01/la-via-agra-dellimpasse.html' title='Impasse'/><author><name>Stefano Zangrando</name><uri>http://www.blogger.com/profile/03768768279688625481</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>20</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2425021903460302584.post-1828753660834230489</id><published>2008-12-24T08:26:00.008Z</published><updated>2009-04-02T07:49:09.897+01:00</updated><title type='text'>Socialismo o spasso</title><content type='html'>Da un amico che lavora nell'industria editoriale ho ricevuto questa immagine:&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://i41.tinypic.com/xfzqlt.jpg"&gt;&lt;img style="margin: 0px auto 10px; display: block; text-align: center; cursor: pointer; width: 183px; height: 236px;" src="http://i41.tinypic.com/xfzqlt.jpg" alt="" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;Mah.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2425021903460302584-1828753660834230489?l=harzblog.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://harzblog.blogspot.com/feeds/1828753660834230489/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2425021903460302584&amp;postID=1828753660834230489&amp;isPopup=true' title='7 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2425021903460302584/posts/default/1828753660834230489'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2425021903460302584/posts/default/1828753660834230489'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://harzblog.blogspot.com/2008/12/socialismo-o-spasso.html' title='Socialismo o spasso'/><author><name>Stefano Zangrando</name><uri>http://www.blogger.com/profile/03768768279688625481</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://i41.tinypic.com/xfzqlt_th.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>7</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2425021903460302584.post-4590986448704072616</id><published>2008-12-08T09:59:00.008Z</published><updated>2008-12-08T11:05:01.314Z</updated><title type='text'>Memento amare</title><content type='html'>&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Perché amore e volontà sono così distanti? Amare scientemente è sì possibile, ma è più faticoso, perché più artificioso, dell'amore naturale, quello che nasce, si sviluppa e si estingue per i fatti suoi. E questa è un'ingiustizia, giacché dovremmo essere liberi di amare chi ci pare come ci pare, mentre la natura ci ostacola e ci chiama ad amare chi vuole lei, la stronza.&lt;br /&gt;Ma c'è chi resiste, e cura l'artificio come può: l'amore è una funzione troppo importante, decisiva com'è per la felicità nostra e del nostro prossimo, per esser lasciata in balia delle lune ormonali.&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2425021903460302584-4590986448704072616?l=harzblog.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://harzblog.blogspot.com/feeds/4590986448704072616/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2425021903460302584&amp;postID=4590986448704072616&amp;isPopup=true' title='10 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2425021903460302584/posts/default/4590986448704072616'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2425021903460302584/posts/default/4590986448704072616'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://harzblog.blogspot.com/2008/12/memento-amare.html' title='Memento amare'/><author><name>Stefano Zangrando</name><uri>http://www.blogger.com/profile/03768768279688625481</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>10</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2425021903460302584.post-439863348489104744</id><published>2008-11-27T08:58:00.016Z</published><updated>2009-04-02T07:50:55.641+01:00</updated><title type='text'>Annuncio</title><content type='html'>&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;span style="font-weight: bold;font-family:arial;" &gt;Lesung, Musikperformance und Video&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;span style="font-family:arial;"&gt;4. Dezember 2008, 20 Uhr (Donnerstag)&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;span style="font-family:arial;"&gt;Akademie der Künste, Hanseatenweg 10, 10557 Berlin, Atelier 1 und 3&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;div style="text-align: left;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;span style="font-family:arial;"&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;&gt;&gt; Stefano Zangrando&lt;/span&gt; (Italien), Erzählung &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Wenn man lebt&lt;/span&gt; („Quando si vive“)&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;span style="font-family:arial;"&gt;&gt; geboren 1973 in Bozen, Stipendiat der Sektion Literatur 2008&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;span style="font-family:arial;"&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;&gt;&gt; Seiko Itoh&lt;/span&gt; (Japan), Flötensolo &lt;span style="font-style: italic;"&gt;The 2 o'clock walker&lt;/span&gt;, Flöte Marieke Franssen, Amsterdam&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;span style="font-family:arial;"&gt;&gt; geboren 1983 in Saitana, Stipendiatin der Sektion Musik 2008&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-weight: bold;font-size:100%;" &gt;&lt;span style="font-family:arial;"&gt;&gt;&gt; Eva Teppe &lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;span style="font-family:arial;"&gt;(Deutschland)&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;span style="font-family:arial;"&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;Paralysis&lt;/span&gt;, zehnteilige Fotoserie aus 16-mm-Fragmenten&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;span style="font-family:arial;"&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;Sheep Meadow&lt;/span&gt; Central Park NYC, 2007, Videoprojektion (Uraufführung, 45 Min., Musik: Nezza Idy)&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;span style="font-family:arial;"&gt;&gt; geboren 1973 in Nordhessen, Stipendiatin der Bildenden Kunst 2008&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style=";font-family:georgia;font-size:85%;"  &gt;&lt;/span&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2425021903460302584-439863348489104744?l=harzblog.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://harzblog.blogspot.com/feeds/439863348489104744/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2425021903460302584&amp;postID=439863348489104744&amp;isPopup=true' title='1 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2425021903460302584/posts/default/439863348489104744'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2425021903460302584/posts/default/439863348489104744'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://harzblog.blogspot.com/2008/11/invito-o-vanteria.html' title='Annuncio'/><author><name>Stefano Zangrando</name><uri>http://www.blogger.com/profile/03768768279688625481</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>1</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2425021903460302584.post-4765674518078662429</id><published>2008-11-18T12:38:00.003Z</published><updated>2008-11-18T13:24:27.390Z</updated><title type='text'>Wanda e la silfide</title><content type='html'>&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt;L'amico W. – mi rendo conto che anonimare così una persona maschile italiana il cui nome comincia per "W" lascia il tempo che trova, le possibilità che si chiami "Wanda" sono infatti alquanto remote, ma pazienza, non me ne vorrà – l'amico W. mi scrive:&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;«Comincio a pensare di certe realtà di Trento quel che pensavo del mio paese: se entri in un bar con un libro - almeno che non sia impacchettato, perché se è un regalo, il libro chiuso cambia di segno, muta materialmente in un oggetto di pregio, un complemento d'arredo - è meglio che tu lo tenga in borsa.»&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt;A questo amico vorrei dire, se può consolarlo, che «certe realtà» si trovano anche nell'oasi berlinese, dove gli antiquariati pullulano di chicche, il Kulturkaufhaus Dussmann sulla Friedrichstraße è aperto ogni giorno fino a mezzanotte e stamattina, alla fermata della metropolitana, sette persone su ventinove – il 25% dei presenti –  leggevano un libro.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt;Nella stessa Friedrichstraße, per esempio, c'è almeno un bar dove non legge mai nessuno e dove se apri un libro ti senti un pesce fuor d'acqua; è vero che è una trappola per i turisti del Checkpoint Charlie (che se la meritano tutta, fino all'ultimo centesimo), comunque c'è.&lt;/span&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt;&lt;br /&gt;Oppure allo stadio olimpico: prova ad aprire un libro in mezzo alla bolgia sbronza dei tifosi dell'Hertha, vedrai che roba!&lt;br /&gt;Se questo tuttavia non ti consola, caro W., eccoti una poesia  di Walter Kempowski, tradotta fresca fresca:&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;Immaginati un canto,&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;ma non lo trascrivere,&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;non schizzare le immagini&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;che vedi.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;Nella tua casa,&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;che mai costruirai,&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;abiti già da tempo.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;Lì vedi le tue immagini,&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;lì odi i tuoi canti.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;Per tutta la notte la silfide danza&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;solo per te,&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;e tu sulla tua mano lasci&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;che l’acqua calda&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;scorra.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt;(da W. Kempowski, &lt;/span&gt;&lt;span style="font-style: italic;font-family:trebuchet ms;" &gt;Weltschmerz&lt;/span&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt;, 1995)&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2425021903460302584-4765674518078662429?l=harzblog.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://harzblog.blogspot.com/feeds/4765674518078662429/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2425021903460302584&amp;postID=4765674518078662429&amp;isPopup=true' title='2 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2425021903460302584/posts/default/4765674518078662429'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2425021903460302584/posts/default/4765674518078662429'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://harzblog.blogspot.com/2008/11/wanda-e-la-silfide.html' title='Wanda e la silfide'/><author><name>Stefano Zangrando</name><uri>http://www.blogger.com/profile/03768768279688625481</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>2</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2425021903460302584.post-8184577436420362907</id><published>2008-11-11T12:34:00.026Z</published><updated>2008-11-17T16:44:42.946Z</updated><title type='text'>Nota di san Martino con 4 postille</title><content type='html'>&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt;Mi è sempre più difficile essere cittadino di un paese che nega il riconoscimento economico al lavoro letterario e intellettuale delle non-vedette. Come si può continuare a lavorare gratis o quasi a trentacinque anni (o giù di lì) con (almeno) un figlio da allevare e (metti) un mutuo da accendere?&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt;Se continua così, &lt;/span&gt;&lt;a style="font-family: trebuchet ms;" href="http://www.zibaldoni.it/wsc/default.asp?PagePart=page&amp;amp;StrIdPaginatorMenu=23&amp;amp;StrIdPaginatorSezioni=190&amp;amp;StrIdPaginatorNomeSezione=STEFANO+ZANGRANDO%2F+Romanzo"&gt;questo&lt;/a&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt; rimarrà uno dei miei ultimi sforzi in seno all'università italiana. Mi darò al terrorismo o all'agricoltura? Mah, forse soltanto a una sterile esterofilia, una volta per tutte, come tutti. Grazie a Enrico De Vivo di «Zibaldoni» per l'ospitalità e la diffusione.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;Postilla del 12.11&lt;br /&gt;Che autunno stupendo, questo a Berlino. Il Tiergarten è un grandioso bordello di gialli, verdi e rossi. Foglie cadute ovunque, e il vento rinutre gli aneliti. L'arte dell'oblio è un dono della natura, forse persino il suo richiamo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:lucida grande;"&gt;Postilla del 13.11&lt;/span&gt;&lt;a style="font-family: lucida grande;" onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://www.feltrinellieditore.it/SchedaLibro?id_volume=5001138"&gt;&lt;img style="margin: 0pt 0pt 10px 10px; float: right; cursor: pointer; width: 100px; height: 158px;" src="http://www.feltrinellieditore.it/fs/cover/im/1/978-88-07-01771-1.jpg" alt="" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:lucida grande;"&gt;Oggi è uscito il libro qui a lato, che consiglio vivamente. Più notizie cliccandovi sopra. (Certo che però potrebbero curare un po' di più le edizioni, almeno codesta collana di punta: assottigliano la carta, addensano le pagine e adesso hanno eliminato persino le rilegature in corda... Comunque la copertina è bella, trovo.)&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;Postilla del 14.11&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/11/13/a-gamba-tesa-sergio-bologna/"&gt;&lt;span style="font-weight: bold;font-family:verdana;" &gt;Leggere, leggere, leggere!&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;(Senza badare troppo al tono paternalistico: è pur sempre un ex-sessantottino, dopo tanto accoppar padri vogliono esserlo loro a tutti i costi... Troppo tardi!)&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2425021903460302584-8184577436420362907?l=harzblog.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://harzblog.blogspot.com/feeds/8184577436420362907/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2425021903460302584&amp;postID=8184577436420362907&amp;isPopup=true' title='8 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2425021903460302584/posts/default/8184577436420362907'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2425021903460302584/posts/default/8184577436420362907'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://harzblog.blogspot.com/2008/11/cervello-in-fuga-ma-dove.html' title='Nota di san Martino con 4 postille'/><author><name>Stefano Zangrando</name><uri>http://www.blogger.com/profile/03768768279688625481</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>8</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2425021903460302584.post-8172512987758190418</id><published>2008-11-05T08:28:00.010Z</published><updated>2009-04-02T07:52:11.081+01:00</updated><title type='text'>Dopo otto anni, un grande cambiamento</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://www.mcculloughsite.net/test/photos/obama_berlin_campaign_speech.jpg"&gt;&lt;img style="margin: 0pt 10px 10px 0pt; float: left; cursor: pointer; width: 157px; height: 172px;" src="http://www.mcculloughsite.net/test/photos/obama_berlin_campaign_speech.jpg" alt="" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt;Stamattina, alla fermata di Westhafen, la S-Bahn su cui viaggiavo è arrivata contemporaneamente a quella che va in senso contrario. Non mi era mai successo. Così, scendendo le scale della stazione U-Bahn tappezzata di affermazioni di Heine una lettera per piastrella, mi sono ritrovato in un flusso particolarmente denso. Saremo stati in duecento, suppergiù. È stato allora che mi sono scoperto a sbirciare le persone intorno a me e a vagheggiare: ah, fermarvi uno alla volta e ascoltarvi raccontare la vostra storia!&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt;Otto anni fa, nell'epoca in cui venni Berlino per la prima volta, pensavo che la maggior parte delle persone non avesse nulla da dire. Oggi, non chiedetemi perché, mi ritrovo convinto esattamente del contrario. Un grande cambiamento, mi pare.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2425021903460302584-8172512987758190418?l=harzblog.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://harzblog.blogspot.com/feeds/8172512987758190418/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2425021903460302584&amp;postID=8172512987758190418&amp;isPopup=true' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2425021903460302584/posts/default/8172512987758190418'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2425021903460302584/posts/default/8172512987758190418'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://harzblog.blogspot.com/2008/11/dopo-otto-anni-un-grande-cambiamento.html' title='Dopo otto anni, un grande cambiamento'/><author><name>Stefano Zangrando</name><uri>http://www.blogger.com/profile/03768768279688625481</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2425021903460302584.post-3140194724120299953</id><published>2008-10-30T08:22:00.008Z</published><updated>2008-10-31T09:48:14.092Z</updated><title type='text'>Kurzbericht</title><content type='html'>&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt;Alla fine poi ci sono andato, a Weimar.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt;La galleria con la mostra su Gino era chiusa, bisognava chiamare un numero di cellulare. Dopo un quarto d'ora si è presentato un tizio gioviale, alto e slanciato, dai capelli bianchi e ariosi. Era &lt;/span&gt;&lt;a style="font-family: trebuchet ms;" href="http://www.reimundfrentzel.de/"&gt;Reimund Frentzel&lt;/a&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt;, amico di Gino e responsabile del suo lascito prima che questo passasse all'archivio dell'Accademia delle Arti. Lo assistette negli ultimi giorni di vita insieme con Matteo, il compagno di Gino. Mi ha guidato attraverso la piccola mostra, a dire il vero un po' agiografica, dai certificati di nascita e adozione, passando per mestieri e opere artistiche, fino alle pubblicazioni e alle ultime poesie. C'era anche il dipinto di un angelo della morte, omaggio di &lt;a href="http://www.dieterweidenbach.de/"&gt;Dieter Weidenbach&lt;/a&gt;. Alla fine della visita abbiamo brindato con del prosecco avanzato dall'inaugurazione, ho ricevuto in dono dei volumi e un audiolibro, ho acquistato un altro libro di Gino – non ho mai avuto le sue pubblicazioni, mi passò solo inediti –, poi Frentzel ha richiuso la galleria e mi ha riaccompagnato in stazione. Ci rivedremo forse qui a Berlino, nella sede dell'Accademia in Pariser Platz, per guardare gli inediti in mio possesso insieme alla responsabile dell'archivio.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt;Qualche giorno prima avevo fatto un giro al cimitero di Dorotheenstadt, dove quasi per caso, mosso soltanto da un fiuto che tuttora mi lascia perplesso, ho trovato la stele nera, molto bella, con l'incisione della firma "gino", minuscolo e sottolineato, come si firmava lui.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt;Questa è la sua ultima poesia:&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;Sternenreuse&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ungefähr zu dieser Stunde beginnt&lt;br /&gt;in den Lichtungen zwischen&lt;br /&gt;Himmel und Erde&lt;br /&gt;das Entleeren der Sternenreuse.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Jede voll auswegsloser Metastasen,&lt;br /&gt;die in Fetzen über ausgekohlte&lt;br /&gt;Weidenstämme treiben.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Unbezahlte Gesichter, die ich&lt;br /&gt;nie im Leben&lt;br /&gt;gesehen haben konnte, an denen&lt;br /&gt;ein beschrifteter Zettel hängt.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nirgendwo ein weißes,&lt;br /&gt;unbeschriebenes Blatt.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;Judisches Krankenhaus Berlin, 26/03/2006&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2425021903460302584-3140194724120299953?l=harzblog.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://harzblog.blogspot.com/feeds/3140194724120299953/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2425021903460302584&amp;postID=3140194724120299953&amp;isPopup=true' title='1 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2425021903460302584/posts/default/3140194724120299953'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2425021903460302584/posts/default/3140194724120299953'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://harzblog.blogspot.com/2008/10/kurzbericht.html' title='Kurzbericht'/><author><name>Stefano Zangrando</name><uri>http://www.blogger.com/profile/03768768279688625481</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>1</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2425021903460302584.post-780066423079535778</id><published>2008-10-17T09:15:00.021+01:00</published><updated>2008-10-17T14:59:05.621+01:00</updated><title type='text'>Il mio posto</title><content type='html'>&lt;span style="font-family:lucida grande;"&gt;Il mio posto è nei grandi agglomerati&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:lucida grande;"&gt;dove la gente vive tutta insieme,&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:lucida grande;"&gt;non è però alle fiere o nei mercati,&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:lucida grande;"&gt;ma fra chi sta in disparte e sperde il seme.&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;&lt;span style="font-family:lucida grande;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;*&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Mein Platz ist in den großen Ballungszentren&lt;br /&gt;wo alle Leute miteinander leben,&lt;br /&gt;nicht aber auf den Messen oder Märkten,&lt;br /&gt;sondern mit denen, die beiseite liegen&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;                und den Samen zerstreuen.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2425021903460302584-780066423079535778?l=harzblog.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://harzblog.blogspot.com/feeds/780066423079535778/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2425021903460302584&amp;postID=780066423079535778&amp;isPopup=true' title='2 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2425021903460302584/posts/default/780066423079535778'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2425021903460302584/posts/default/780066423079535778'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://harzblog.blogspot.com/2008/10/il-mio-posto.html' title='Il mio posto'/><author><name>Stefano Zangrando</name><uri>http://www.blogger.com/profile/03768768279688625481</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>2</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2425021903460302584.post-7489533965088006846</id><published>2008-10-14T08:56:00.014+01:00</published><updated>2008-10-14T09:35:14.752+01:00</updated><title type='text'>StaSy (Star System)</title><content type='html'>&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt;A quanto pare, qualcuno ha deciso di &lt;/span&gt;&lt;a style="font-family: trebuchet ms;" href="http://www.ansa.it/opencms/export/site/notizie/rubriche/altrenotizie/visualizza_new.html_789180047.html"&gt;distruggere l'immagine pubblica di Milan Kundera&lt;/a&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt; – "loro" sanno perché (o forse no).&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt;È l'epoca in cui si dà più importanza all'autore che alla sua opera; solo all'interno di una simile perversione è possibile cogliere la perfidia del metodo.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt;E del sistema. Benvenuti nella mediocrazia. Chi è contro la mediocrazia o la ignora, prima o poi diventerà un suo bersaglio. Proprio come nei vecchi regimi totalitari, solo con più calma (la calma di un potere sicuro di sé) e più fulgore. Un tempo non c'erano tanti riflettori. Si preferiva agire nell'ombra. Come quel ventunenne.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt;Quale ventunenne?&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2425021903460302584-7489533965088006846?l=harzblog.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://harzblog.blogspot.com/feeds/7489533965088006846/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2425021903460302584&amp;postID=7489533965088006846&amp;isPopup=true' title='1 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2425021903460302584/posts/default/7489533965088006846'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2425021903460302584/posts/default/7489533965088006846'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://harzblog.blogspot.com/2008/10/stasi-star-system.html' title='StaSy (Star System)'/><author><name>Stefano Zangrando</name><uri>http://www.blogger.com/profile/03768768279688625481</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>1</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2425021903460302584.post-3560149145649418315</id><published>2008-10-04T17:34:00.004+01:00</published><updated>2008-10-04T17:57:38.208+01:00</updated><title type='text'>Telegramma agli amici</title><content type='html'>&lt;span style="font-family:courier new;"&gt;Cari pochi,&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:courier new;"&gt;qui tutto bene. Berlino fedele, casa confortevole, sede lavoro lusinghiera. Passa voglia perder tempo. Vita breve, arte lunga.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:courier new;"&gt;Vostro&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:courier new;"&gt;h.&lt;/span&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2425021903460302584-3560149145649418315?l=harzblog.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://harzblog.blogspot.com/feeds/3560149145649418315/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2425021903460302584&amp;postID=3560149145649418315&amp;isPopup=true' title='8 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2425021903460302584/posts/default/3560149145649418315'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2425021903460302584/posts/default/3560149145649418315'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://harzblog.blogspot.com/2008/10/telegramma-agli-amici.html' title='Telegramma agli amici'/><author><name>Stefano Zangrando</name><uri>http://www.blogger.com/profile/03768768279688625481</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>8</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2425021903460302584.post-5282180716969572919</id><published>2008-09-19T20:47:00.021+01:00</published><updated>2009-04-02T07:53:58.975+01:00</updated><title type='text'>Gino Hahnemann</title><content type='html'>&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt;Ieri stavo scorrendo in rete il calendario delle manifestazioni di ottobre nel sito dell’Accademia delle Arti di Berlino, l'istituzione di cui sarò ospite tra poco, in autunno. A un certo punto, appena sotto la metà del mese, mi sono imbattuto in un nome che mi ha scosso al punto da appannarmi lo sguardo: &lt;/span&gt;&lt;span style="font-weight: bold;font-family:trebuchet ms;" &gt;Gino Hahnemann&lt;/span&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt;.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt;Conobbi Gino nel dicembre 2000 durante un Praktikum al Museum Mitte di Berlino, dove lui lavorava part-time per tirar su due soldi. Mi disse presto di essere un poeta, ma la sua discrezione m’impedì di conoscerlo meglio fino agli ultimi giorni di tirocinio, quando mi donò alcune sue carte. Afferrai che aveva fatto parte della scena letteraria di Prenzlauer Berg negli anni Settanta e poco altro. Il mio tedesco non era ancora sufficiente per poter apprezzare i suoi scritti. Nel 2001, poi, ci fu un breve scambio epistolare: io tradussi una delle sue poesie – fu la mia prima traduzione di una poesia dal tedesco –, lui mi rispose con una lunga lettera cui allegò un componimento sull’oggetto della mostra cui avevamo lavorato insieme (il monumento di Federico il Grande in Unter den Linden) e un articolo di giornale che criticava l’emergere di correnti neoprussiane sulla scena politica e socio-economica berlinese. Non risposi mai a quella lettera; mi proponevo di ricontattarlo, ma non accadde nel 2002, quando tornai a Berlino per scrivere il mio primo romanzo e tradurre il mio primo libro dal tedesco, né nell’estate del 2003, quando ci andai con la mia nuova compagna, la donna con cui vivo ancora oggi. Fu in quell’estate che ultimai il &lt;/span&gt;&lt;span style="font-style: italic;font-family:trebuchet ms;" &gt;Libro di Egon&lt;/span&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt;, in cui Gino appare trasfigurato nell’unico personaggio del romanzo cui accordai una descrizione più o meno tradizionale:&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;Si chiamava Tazio ed era un versificatore pressoché sconosciuto all’establishment letterario della nuova Germania. Era un magnifico e insolito esemplare di &lt;/span&gt;&lt;span style="font-style: italic;font-family:georgia;" &gt;Ossi&lt;/span&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;, un tedesco dell’est. Era robusto, bruno e peloso. I lunghi capelli neri, qua e là incanutiti, gli scendevano secchi e voluminosi sulle spalle e sulla schiena, riuscendo a occultare solo in parte una lieve gobba. Il suo volto olivastro portava i segni di una vita in gran parte vissuta e, sotto le folte sopracciglia nere, il profilo appena allungato dei grandi occhi dalle iridi color tabacco tradiva un elemento esotico, da indiano d’America. Sotto il naso importante, le labbra rosse e carnose erano bordate da due linee più scure, violacee, e il doppio mento sempre ben rasato raccoglieva in una curva glabra tutta quella densità di lineamenti e la riportava intera nella cornice corvina della grande chioma. Aveva questo aspetto selvaggio, anche un po’ torvo, e una voce molto bassa, ma parlava e si comportava con una finezza che rasentava l’effeminatezza. Questo contrasto risultava ancora più grottesco quando Tazio fumava con il suo bocchino, un cannello esile e bislungo che egli reggeva assumendo una posa questa sì smaccatamente femminea, che finiva per dare al suo personaggio un tocco di irresistibile, inimitabile eccentricità.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;Fu lui, con quella sua singolare delicatezza, a recare un po’ di sollievo al mio umore sbalestrato nei giorni di intenso lavoro che precedettero l’inaugurazione. Lavorò spesso con me, ripetendo pazientemente le frasi quando non capivo e sorridendomi con questa sua curiosa cordialità, che non sconfinava mai in una concessione d’intimità. Ebbi l’impressione che fosse molto solo e che questo, in qualche modo, fortificasse il suo talento naturale, la spontanea virtù che egli possedeva di infondere una strana quiete nelle poche persone con cui sceglieva di rapportarsi, di instaurare l’abbozzo di un dialogo. Mi parlò della sua vocazione e dei suoi viaggi, promettendomi che un giorno o l’altro mi avrebbe fatto leggere qualche poesia. Mi dimostrai entusiasta e gli fui riconoscente per quella fiducia inattesa.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt;In seguito dovetti cercare sue notizie in internet, ma senza risultato, e neanche i miei successivi soggiorni nella capitale m’indussero, per ragioni che non so o non voglio spiegarmi, a rimettermi seriamente sulle sue tracce. Poi, qualche tempo fa, credei di trovare finalmente il suo numero sull’elenco telefonico: aveva cambiato indirizzo, a quanto pareva, ma adesso che stavo per risalire a Berlino, otto anni dopo il nostro incontro e per di più nell’inedita veste dello scrittore borsista, non vedevo l’ora di incontrarlo di nuovo e metterlo finalmente al corrente della sua trasfigurazione romanzesca.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt;Ecco, bisogna immaginare che sia stata tutta questa preistoria, nell’istante in cui ho letto &lt;/span&gt;&lt;span style="font-weight: bold;font-family:trebuchet ms;" &gt;Gino Hahnemann&lt;/span&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt; tra le manifestazioni dell’Accademia delle Arti, ad appannarmi lo sguardo. L’emozione era grande, così grande che mi ha impedito, per una frazione di secondo, di riconoscere i caratteri che seguivano il suo nome e cognome: &lt;/span&gt;&lt;span style="font-weight: bold;font-family:trebuchet ms;" &gt;(1946-2006)&lt;/span&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt;.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt;I pensieri immediatamente successivi sono ovvii: non è possibile, non può essere vero ecc. ecc. L’aurora della gioia è trascolorata rapidamente in una strana vertigine, troppo vivida per incupirmi.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt;Cliccando sul link della manifestazione, ho appreso che il 17 ottobre verrà inaugurata a Weimar una mostra di materiali dal lascito di Gino Hahnemann all’Accademia.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt;Non ho saputo fare altro che cercare in internet qualche notizia in più e ho trovato perfino una &lt;a href="http://de.wikipedia.org/wiki/Gino_Hahnemann"&gt;pagina&lt;/a&gt; dedicata a Gino su Wikipedia tedesca, una pagina che all’epoca delle mie ultime ricerche in rete, forse un anno e mezzo fa, ancora non esisteva.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt;Poi ho trovato &lt;/span&gt;&lt;a style="font-family: trebuchet ms;" href="http://www.literaturport.de/index.php?id=26&amp;amp;no_cache=1&amp;amp;user_autorenlexikonfrontend_pi1%5Bal_opt%5D=2&amp;amp;user_autorenlexikonfrontend_pi1%5Bal_aid%5D=282"&gt;quest’altra pagina&lt;/a&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt;, più dettagliata.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt;Quella che segue è una traduzione libera e composita, che attinge da entrambe le pagine:&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://harz.it/uploaded_images/gino1-765212.jpg"&gt;&lt;img style="margin: 0pt 0pt 10px 10px; float: right; cursor: pointer;" src="http://harz.it/uploaded_images/gino1-764847.jpg" alt="" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style=";font-family:arial;font-size:100%;"  &gt;Gino Hahnemann nasce a Jena, in Turingia, il 24 settembre 1946. Dopo il diploma, dal 1965 studia presso la Facoltà di Architettura ed Edilizia a Weimar, dove nel 1971 prenderà la laurea in architettura e ingegneria. Nel 1969 a Wilhelmshorst incontra Peter Huchel. Dal 1971 vive e lavora a Berlino, nel distretto di Mitte. Lavora dapprima alcuni anni come architetto con Hermann Henselmann, poi in misura crescente come scenografo e costumista in vari teatri a Berlino, in Brandeburgo e nel Mecklenburg-Vorpommern. È stato l’ultimo scenografo del Palast del Republik.&lt;/span&gt;&lt;span style=";font-family:arial;font-size:100%;"  &gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style=";font-family:arial;font-size:100%;"  &gt;Tra il 1974 e il 1984 sottopone alla sezione spettacolo dell’editore Henschel di Berlino diverse opere sceniche con cui si sarebbero potuti realizzare dei pezzi teatrali. Dal 1982 traspone queste opere in film come regista indipendente, con produzioni video e super-8 che vengono presentate in festival internazionali.&lt;/span&gt;&lt;span style=";font-family:arial;font-size:100%;"  &gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://4.bp.blogspot.com/_DTMTEbOgssw/SdRg7dFsuRI/AAAAAAAAAAM/KbjkSsHCIpI/s1600-h/Gino2.jpg"&gt;&lt;img style="margin: 0pt 10px 10px 0pt; float: left; cursor: pointer; width: 165px; height: 177px;" src="http://4.bp.blogspot.com/_DTMTEbOgssw/SdRg7dFsuRI/AAAAAAAAAAM/KbjkSsHCIpI/s200/Gino2.jpg" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5319983634368477458" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style=";font-family:arial;font-size:100%;"  &gt;In seguito come artista performativo e fotografo partecipa a varie mostre collettive, manifestazioni multimediali e letture pubbliche in cui convergono su uno stesso piano diversi ambiti verbali e visuali interdipendenti.&lt;/span&gt;&lt;span style=";font-family:arial;font-size:100%;"  &gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style=";font-family:arial;font-size:100%;"  &gt;Negli anni ottanta le sue prose e poesie appaiono sulle pagine di varie riviste alternative. Dal 1985 comincia a pubblicare libri propri. Secondo il critico Peter Böthig, Hahnemann è stato “uno dei primi a inscrivere l’esperienza omosessuale nella letteratura della DDR”.&lt;/span&gt;&lt;span style=";font-family:arial;font-size:100%;"  &gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style=";font-family:arial;font-size:100%;"  &gt;A partire dal 1989 ottiene borse di scrittura dal senato di Berlino, dall’Accademia Schloss Solitude di Stoccarda, lo Stipendium Alfred-Döblin dell’Accademia delle Arti di Berlino e quello di Villa Massimo a Roma.&lt;/span&gt;&lt;span style=";font-family:arial;font-size:100%;"  &gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style=";font-family:arial;font-size:100%;"  &gt;Nel 1993 avvia come autore, organizzatore e presentatore il “Literarischen Bildersalon” presso il Literaturforum nel Brecht-Haus di Berlino.&lt;/span&gt;&lt;span style=";font-family:arial;font-size:100%;"  &gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style=";font-family:arial;font-size:100%;"  &gt;Nel 1994 inizia un rapporto di traduzione reciproca con il poeta americano John Epstein.&lt;/span&gt;&lt;span style=";font-family:arial;font-size:100%;"  &gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style=";font-family:arial;font-size:100%;"  &gt;Nel 2003 partecipa alla mostra "Berlin-Moskau 1950-2000" nel Martin-Gropius-Bau di Berlino e nel 2004 a Mosca. Nello stesso anno alcuni suoi lavori sono in mostra alla 3° Biennale d’arte contemporanea di Berlino. Nel 2005 illustra un volume di poesie del poeta Thomas Böhme.&lt;/span&gt;&lt;span style=";font-family:arial;font-size:100%;"  &gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style=";font-family:arial;font-size:100%;"  &gt;Gino Hahnemann è morto il 17 aprile 2006. È sepolto al cimitero Dorotheenstadt di Berlino, dove si trovano anche le tombe di Bertolt Brecht, Heinrich Mann e molti altri tedeschi illustri.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt;Le sue opere, o i loro titoli, si trovano nelle pagine che ho segnalato. Qui vorrei riportare soltanto la poesia che tradussi per lui – ma senza la mia traduzione: sono certo che, se non capirete la poesia, vorrete almeno capire il dilettante che ero. La poesia, infatti, è  poco meno che intraducibile.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;font-family:georgia;" &gt;Der deutschsprachige Raum&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;Zwischen Mundhöhle &amp;amp; Gaumenkino&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;Höhlenbilder eingelegt. Nebenbei&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;Grimm-Sekt.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;Und sollten, sobald wir schon klar sähen,&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;nicht zu wenig erkennen.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;Und würde, soweit sich denken lässt,&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;uns einer beim Wort&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;nehmen können.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;Und wäre, sooft wir ihn hörten,&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;kein Irrtum entstanden.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;Und hätten, bevor es im Stillen verging,&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;Verläßliches weitergetragen.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;*&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;a style="font-family: trebuchet ms;" href="http://www.literaturport.de/fileadmin/bilder/autoren/282/Quicktime-Video.mp4"&gt;Qui&lt;/a&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt; potete vedere e ascoltare Gino Hahnemann declamare questa poesia.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Quanto a me, tra un mese andrò a Weimar, ma a che serve.&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2425021903460302584-5282180716969572919?l=harzblog.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://harzblog.blogspot.com/feeds/5282180716969572919/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2425021903460302584&amp;postID=5282180716969572919&amp;isPopup=true' title='6 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2425021903460302584/posts/default/5282180716969572919'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2425021903460302584/posts/default/5282180716969572919'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://harzblog.blogspot.com/2008/09/gino.html' title='Gino Hahnemann'/><author><name>Stefano Zangrando</name><uri>http://www.blogger.com/profile/03768768279688625481</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://4.bp.blogspot.com/_DTMTEbOgssw/SdRg7dFsuRI/AAAAAAAAAAM/KbjkSsHCIpI/s72-c/Gino2.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>6</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2425021903460302584.post-5623019435905071088</id><published>2008-09-15T07:56:00.003+01:00</published><updated>2008-09-15T08:05:24.589+01:00</updated><title type='text'>Sacrificio</title><content type='html'>&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://www.pequodedizioni.it/photo/covers/90_sartori_m.jpg"&gt;&lt;img style="margin: 0pt 10px 10px 0pt; float: left; cursor: pointer; width: 90px; height: 145px;" src="http://www.pequodedizioni.it/photo/covers/90_sartori_m.jpg" alt="" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;Giacomo Sartori, classe 1958, è un autore trentino residente a Parigi che pochi anni fa aveva dato prova di un notevole talento di romanziere con &lt;a href="http://www.nazioneindiana.com/2006/05/18/fascismo-naturale/"&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;Anatomia della battaglia&lt;/span&gt;&lt;/a&gt; (Sironi 2005), in cui la lenta morte di un padre autoritario narrata con lucidità partecipe dal figlio ex-terrorista si fondeva con l’anamnesi di ciò che di irresistibilmente fascista cova nell’esistenza individuale e collettiva nostrana. In precedenza, oltre all’esordio novellistico de &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Di solito mi telefona il giorno prima&lt;/span&gt; (Il Saggiatore 1996), Sartori aveva trattato l’incrocio tra peculiarità individuale e genus locale anche in &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Tritolo&lt;/span&gt; (Il Saggiatore 1999), che affondava il coltello della conoscenza romanzesca nella duplice piaga della psiche borderline e del torbidume sociale del Sudtirolo profondo. Con &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Sacrificio&lt;/span&gt; (peQuod, pp. 189, € 16,00), Sartori ripropone un’ambientazione provinciale e montana, ma optando stavolta per un’universalità almeno in parte extra-storica che affonda le sue radici in un genere classico, la tragedia, apparentemente distante dall’albero narrativo del romanzo moderno e nei confronti del quale l’odierna narrativa &lt;span style="font-style: italic;"&gt;mainstream&lt;/span&gt; manifesta una sensibilità e quindi un’ospitalità pressoché nulle. Cos’è l’abnegazione quando, anziché scaturire da una fede o un ideale, è rilasciata a strappi dalla passione erotica come un ormone del dolore? Quali ragioni restano all’amore quando giunge a negare l’autoconservazione in nome di una grazia sempre di là da venire? &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Sacrificio&lt;/span&gt; risponde a queste domande, senza indulgere in psicologismi di sorta, con una storia compatta e serrata, in cui la narrazione è interamente al servizio dei personaggi, dei loro demoni interiori e dei loro atti imperativi. In un’anonima valle trentina, un gruppo di giovani appena adulti trascorre i giorni uguali di un inverno senza neve tra lo zelo del lavoro e l’evasione serale tra pub, discoteca, freccette e stupefacenti. Ma la decadenza dell’ambiente, in cui convergono l’angusta mentalità paesana ereditata dai padri e le nuove corruzioni insinuate dagli interessi economici di chi preferisce un impianto di risalita a un parco naturale, è rotta fin dalle prime pagine dalla morte assurda di un membro del gruppo durante il folle guado di un torrente, a bordo di fuoristrada, in una notte di pioggia. A partire da questo evento, figura carica di allusioni del delitto che chiuderà il romanzo, si dipana una vicenda circolare di amori non corrisposti, di bontà immolate, di violenze più o meno gratuite – dove ad animare ogni gesto e ogni parola è appunto una sorta di forza ontologica e ineluttabile, la «necessità cieca» della tragedia. La padronanza assoluta dei mezzi narrativi e l’empatia di cui Sartori è capace danno vita a personaggi grandiosi nella loro tormentata semplicità, dai protagonisti Marta e Diego, spinti nell’infelicità amorosa dalla tensione irrisolta tra «desiderio e bisogno di pace», alla fatale Katia, incarnazione moderna e degradata dell’eterno femminino: creature d’inaudita vivezza che accompagnano il lettore ben oltre i limiti linguistici e cartacei dell’opera che le custodisce.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;(&lt;span style="font-style: italic;"&gt;Questa recensione è uscita su «Alias» del 6 settembre 2008 con il titolo &lt;/span&gt;Giacomo Sartori, il tragico irrompe nel Trentino)&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2425021903460302584-5623019435905071088?l=harzblog.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://harzblog.blogspot.com/feeds/5623019435905071088/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2425021903460302584&amp;postID=5623019435905071088&amp;isPopup=true' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2425021903460302584/posts/default/5623019435905071088'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2425021903460302584/posts/default/5623019435905071088'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://harzblog.blogspot.com/2008/09/sacrificio.html' title='Sacrificio'/><author><name>Stefano Zangrando</name><uri>http://www.blogger.com/profile/03768768279688625481</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2425021903460302584.post-2800482146243670671</id><published>2008-09-08T15:39:00.036+01:00</published><updated>2008-09-08T20:09:45.002+01:00</updated><title type='text'>harzgemein</title><content type='html'>&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt;Metti ad esempio la giornata di oggi, l'anniversario dell'annuncio dell'armistizio.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt;Sveglia alle sette e mezza – quella del cellulare, perché ha una suoneria meno traumatica sia della sveglietta analogica, sia dell'Oregon Scientific digitale che, volendo (io no), si regola da sola grazie a un segnale radio emesso a Francoforte.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt;Levata alle otto e un quarto, nello stesso istante in cui la mia compagna si chiude la porta alle spalle per andare a lavorare.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt;Colazione minima (caffè e una galletta di mais con marmellata di pesche fatta in casa), appena in tempo, perché intanto, dopo undici ore di sonno spezzate soltanto da un risveglio breve, si è svegliato il Kaiser.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt;Preparo il latte in polvere, gli do da mangiare (o da bere, se si preferisce), gli cambio il pannolino, lo coccolo due minuti due, poi lo rimetto nel lettino per il consueto sonno ulteriore, sperando che si riaddormenti presto e davvero (perché ultimamente, in concomitanza con l'inizio del gattonamento, comincia a dormire di meno).&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt;Lavo il biberon, sbrigo certe faccende igieniche, mi infilo i pantaloni in lino verdini ormai da buttare e una t-shirt Energie azzurra ugualmente consumata (un resto di giovinezza), accendo il computer e mi metto a lavorare alla novella che sto scrivendo da un mese o poco più, ma che la settimana scorsa si è fermata perché avevo un ospite in casa e a qualcosa dovevo pur rinunciare. Sono circa le nove.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt;Lavoro nonostante il Kaiser fatichi a riprendere sonno (non piange, lalla).&lt;br /&gt;Lavoro dopo che finalmente si è riaddormentato, intorno alle nove e tre quarti.&lt;br /&gt;Lavoro fino alle undici meno dieci, poi chiudo il file e faccio pausa: quattro prugne. Bello che oggi il Kaiser dorma così a lungo.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt;Torno al computer e mi metto a lavorare a una traduzione tecnica di novantamila battute che devo sbrigare entro fine mese; alle undici e mezza il Kaiser si sveglia.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt;Mollo il computer e vado da lui, giochiamo qualche minuto sul letto, poi lo vesto da giorno, lo porto in cucina, lo siedo sul seggiolone e gli do per merenda una pesca sminuzzata che gli piace un sacco.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt;Lo porto in sala, lo piazzo nel letto da viaggio che abbiamo acquistato di recente e che usiamo a mo' di box nei momenti in cui non possiamo badargli, e mi rimetto a lavorare alla traduzione.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt;Poco dopo il Kaiser caca, devo cambiarlo. Fasciatoio, panno, bacinella, acqua e sapone, crema allo zinco, pannolino nuovo. Poi si torna in soggiorno, ma stavolta lo lascio sul tappeto di gommapiuma, libero di scorrazzare per la stanza. Traduco a intermittenza.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt;A mezzogiorno e mezzo torniamo in cucina e gli preparo il pranzo, oggi stelline al pomodoro; nell'attesa gli faccio succhiare un pezzo di carota, altrimenti vedendomi ai fornelli getta piccoli strilli isterici.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt;Mangia con gusto, come sempre, mentre la mia compagna tarda a rientrare.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt;Rimetto il Kaiser nel lettobox, preparo il pranzo per me (tre carote crude, gnocchi verdi all'olio e parmigiano) e mentre mangio arriva la mia compagna.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt;Dopo pranzo la mia compagna mi ricorda che ieri ci siamo accordati: oggi pomeriggio avremmo fatto le pulizie. È vero, ma io non ne ho voglia, dovrei lavorare e per di più è tornato un caldo estivo. Pulisco il bagno da sempre, è cosa mia, ma passare lo spazzolone in casa è una cosa che non sopporto, tanto più con la canicola, ne esco sudato e stanco, ormai svogliato. Tutti i miei discorsi sull'opportunità di pagare una persona che ci faccia le pulizie non hanno mai fatto breccia. Oggi comunque non mi pare il caso di tornare sul tema, gli accordi sono accordi. Un attimo solo, le dico, aspettiamo che il Kaiser sia a letto; nel frattempo mi metto a leggere qualche pagina di un libro.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt;Ci portiamo in soggiorno, dove il Kaiser caca per la seconda volta, ma stavolta lo cambia la mia compagna.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt;Alle due, dopo aver rimesso il Kaiser nel lettino per il sonno pomeridiano, ci mettiamo al lavoro; io stavolta passo l'aspirapolvere, lei lo spazzolone, mentre il Kaiser non dorme, piange. Il bagno lo farò domattina, col fresco.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt;Alle tre circa abbiamo finito e ci ritroviamo in camera da letto con il Kaiser, che adesso piange meno, ma piange, perché non vuole dormire.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt;Io leggo qualche altra pagina, la mia compagna si riposa. Dopo una decina di minuti decidiamo di passare in soggiorno, altrimenti il Kaiser non dormirà mai (gli abbiamo insegnato ad addormentarsi da solo e quando in camera da letto ci siamo anche noi crede che sia tempo di giocare).&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt;Sono più o meno le tre e un quarto quando mi rimetto a lavorare alla traduzione tecnica, mentre la mia compagna prepara il brodo di verdure per i prossimi pasti del Kaiser. Il quale piange, anzi strilla: oggi  non vuole proprio dormire.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt;Riesco a lavorare bene per quasi due ore nonostante gli strilli in sottofondo, poi chiudo il file ed entro in questo blog. Nel frattempo la mia compagna si è arresa ed è andata a prelevare il Kaiser dal lettino. Ora lei è in doccia, lui alle mie spalle sul tappeto di gommapiuma e spinge: sta cacando per la terza volta.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt;Le ultime righe sono state interrotte più volte, perché ho dovuto alzarmi: il Kaiser era riuscito ad afferrare delle riviste e una penna sul tavolino accanto al divano. Adesso gliele ho tolte di mano e, oltre a puzzare di merda, piagnucola.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt;La mia compagna è riapparsa, ha portato via il Kaiser, lo ha cambiato e lo ha riportato qui. Tra poco lei dovrà uscire di nuovo per una riunione a scuola, così dovrò badare al Kaiser  per un'altra ora e mezza da solo. Poi lei rientrerà, darà da mangiare al Kaiser, poi ceneremo, poi forse leggerò, o forse guarderemo un film insieme. Ieri, per dire, abbiamo guardato &lt;/span&gt;&lt;span style="font-style: italic;font-family:trebuchet ms;" &gt;Casablanca&lt;/span&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt;.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt;Prima di mezzanotte saremo a letto, stanchi, forse già addormentati.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt;Ecco, questo è un esempio, nel giorno dell'anniversario dell'annuncio dell'armistizio, dell'esistenza ordinaria e operosa di mammo, traduttore e casalingo che conduco in questo periodo, per la quale ho coniato l'aggettivo che dà il titolo al post, &lt;span style="font-style: italic;"&gt;harzgemein&lt;/span&gt;.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt;&lt;br /&gt;(Tra una briga e l'altra, ovviamente, cerco di ricordarmi che per certi aspetti sarei anche uno scrittore. E che un paio di ore al giorno sono poche. E che mi sarebbe piaciuto diventarlo a tempo pieno, o quasi: quattro ore a scrivere, quattro a leggere, il resto a vivere e riflettere. Ma forse il mio errore, o l'indizio del mio malinteso, è considerare la letteratura come la prima cosa a cui dover rinunciare in caso di necessità, come la settimana scorsa. Mmm...)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;P.S. Da quando l'ho postato, due ore fa, ho corretto o ritoccato questo post almeno una dozzina, una ventina, almeno trentacinque volte! E allora, sono o non sono un vero scrittore? Mhm...&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2425021903460302584-2800482146243670671?l=harzblog.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://harzblog.blogspot.com/feeds/2800482146243670671/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2425021903460302584&amp;postID=2800482146243670671&amp;isPopup=true' title='7 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2425021903460302584/posts/default/2800482146243670671'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2425021903460302584/posts/default/2800482146243670671'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://harzblog.blogspot.com/2008/09/harzlife.html' title='harzgemein'/><author><name>Stefano Zangrando</name><uri>http://www.blogger.com/profile/03768768279688625481</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>7</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2425021903460302584.post-400597228947260023</id><published>2008-08-26T18:34:00.004+01:00</published><updated>2009-04-02T07:58:31.684+01:00</updated><title type='text'>Bestia del cuore</title><content type='html'>&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://www.perlentaucher.de/cdata/K2/T31/A985/mueller.jpg"&gt;&lt;img style="margin: 0pt 10px 10px 0pt; float: left; cursor: pointer; width: 111px; height: 129px;" src="http://www.perlentaucher.de/cdata/K2/T31/A985/mueller.jpg" alt="" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;Herta Müller, nata nel 1953 in un villaggio tedesco del Banato romeno, emigrata in Germania nel 1987 e oggi inserita a pieno titolo nel canone contemporaneo della letteratura tedesca, ha saputo restituire in un’opera poetica e saggistica molteplice, ma pressoché costante nella qualità degli esiti, la memoria della quotidianità e della persecuzione della minoranza di lingua tedesca in Romania nei decenni della dittatura di Ceauşescu. In Italia, tuttavia, il suo destino editoriale è stato alquanto ingrato: dopo le storie brevi di &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Bassure &lt;/span&gt;(Editori Riuniti 1987) e il romanzo breve &lt;span style="font-style: italic;"&gt;In viaggio su una gamba sola&lt;/span&gt; (Marsilio 1992), l’attenzione dell’editoria nostrana per l’autrice parve declinare, benché nel 1994 fosse uscito &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Herztier&lt;/span&gt;, alla lettera “bestia del cuore”, il romanzo che più riccamente di ogni altro «riesce a trovare e far scaturire la poesia persino dal degrado materiale e spirituale di un’intera nazione». Sono parole, queste ultime, tratte dal risvolto di copertina dell’edizione italiana, per la quale si è dovuto attendere poco meno di un quindicennio, ma che finalmente offre ai lettori italofoni un’opera bella e importante, che tra l’altro è valsa all’autrice il prestigioso premio Kleist. L’onore al merito va all’editore &lt;a href="http://www.kellereditore.it/"&gt;Keller&lt;/a&gt; di Rovereto, il quale, forse per favorirne una più ampia appetibilità, l’ha pubblicata, sulle orme dell’edizione inglese, con il titolo &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Il paese delle prugne verdi &lt;/span&gt;(trad. di Alessandra Henke, pp. 254, € 14,00). Di questa storia, una volta presa confidenza con una lingua intensamente poetica, capace di squarci visionari e sconfinante a tratti in un perturbante surrealismo, colpisce innanzitutto l’aderenza empatica alla realtà descritta, che è la quotidianità oppressa di quattro giovani intellettuali dissidenti, la narratrice e tre amici, dagli anni di studio universitario all’inserimento professionale in una società dannata, pregna di paura e solitudine, estraneità e diffidenza, dove l’uomo istruito è disprezzato e nei mattatoi si beve davvero il sangue caldo delle bestie macellande. Quella a cui il regime, «fautore di cimiteri» e responsabile spietato della miseria collettiva, condanna i quattro è poco meno di una morte in vita, dove le perquisizioni e gli interrogatori sono solo le prime tappe di una persecuzione che, se non porta alla follia, chiama il suicidio o, nel migliore dei casi, incoraggia l’espatrio. La resistenza, in un simile contesto, è opzione assai ardua, e a volte fallisce. A compiere la bellezza esaustiva di questo poema in prosa altamente politico, teso in ogni momento a denunciare la mutilazione sistematica operata dal regime sulle esistenze individuali, sono poi l’alternarsi della vicenda principale con i flashback sull’infanzia della narratrice, che svelano l’abbrutimento doloso della vita privata e familiare fin nei suoi risvolti più intimi, e la presenza di due personaggi femminili, Lola e Teresa, che nella loro vitalità eslege e nel loro tragico destino incarnano al massimo grado la triste fatalità di trovarsi a «camminare, mangiare, dormire e amare qualcuno nella paura».&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;(&lt;span style="font-style: italic;"&gt;Questa recensione è apparsa su «Alias» del 2 agosto 2008 con il titolo &lt;/span&gt;Herta Müller e il macello di Ceausescu)&lt;/span&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2425021903460302584-400597228947260023?l=harzblog.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://harzblog.blogspot.com/feeds/400597228947260023/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2425021903460302584&amp;postID=400597228947260023&amp;isPopup=true' title='2 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2425021903460302584/posts/default/400597228947260023'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2425021903460302584/posts/default/400597228947260023'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://harzblog.blogspot.com/2008/08/bestia-del-cuore.html' title='Bestia del cuore'/><author><name>Stefano Zangrando</name><uri>http://www.blogger.com/profile/03768768279688625481</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>2</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2425021903460302584.post-2739258012762006467</id><published>2008-08-11T09:07:00.009+01:00</published><updated>2008-08-11T10:41:48.184+01:00</updated><title type='text'>dede, bubu, mama</title><content type='html'>&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt;Come si fa a evitare che la propria convinzione di vivere in un paese di merda sconfini nella maniera? Peggio, nel luogo comune?&lt;br /&gt;Ho appena finito di leggere &lt;/span&gt;&lt;span style="font-style: italic;font-family:trebuchet ms;" &gt;I detective selvaggi&lt;/span&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt; di Roberto Bolaño (traduzione di Maria Nicola, brava, Sellerio 2003), un romanzo semplicemente grande, che in una costruzione narrativa tanto imponente (840 pagine di impeccabile polifonia) quanto sbarazzina (proprio così, sbarazzina) dissimula un'umiltà, un'amore per la letteratura, un attaccamento alla vita e soprattutto una saggezza senza eguali nella letteratura romanzesca a cavallo di millennio.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt;Non so quante persone in Italia abbiano avuto la fortuna di imbattersi in questo romanzo, ma già solo il fatto che Bolaño sia considerato un autore di culto, quindi di nicchia, mi pare un'enormità, una perversione del gusto e una dimostrazione di ignoranza che solo in Italia, questo paese insensibile all'arte romanzesca, poteva capitare.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt;Del resto, circa sei mesi fa seppi da fonti attendibili che la prima parte della traduzione italiana dell'ultimo e più grande romanzo di Bolaño, &lt;/span&gt;&lt;span style="font-style: italic;font-family:trebuchet ms;" &gt;2666&lt;/span&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt;, pubblicata da Adelphi anziché come tutti gli altri da Sellerio, aveva venduto, nei primissimi mesi di presenza in libreria – che sono i mesi di vita essenziali di un libro – una cinquantina di copie. Avete letto bene: una cinquantina di copie! Ma che cazzo leggono gli italiani, mi domando, e soprattutto gli scrittori e i critici italiani – che dovrebbero costituire l'avanguardia dei lettori –, se non leggono uno dei più importanti romanzi dell'epoca? Ecco chi sono i primi responsabili del provincialismo che corrompe e mantiene retrograda anche la parte letteraria del paese: gli scrittori stessi, i critici stessi, tutti concentrati ad affermare se stessi sopra ogni altra cosa, sopra la stessa letteratura!&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt;E gli editori. Giusto un esempio recente. Perché&lt;/span&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt; &lt;/span&gt;&lt;span style="font-style: italic;font-family:trebuchet ms;" &gt;L'arte della gioia &lt;/span&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt;di Goliarda Sapienza è stato pubblicato da Einaudi con trent'anni di ritardo e solo dopo un'edizioncina "alternativa" postuma e il successo all'estero? L'ombra di Svevo è lunga...&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt;Questo poi è un meccanismo che si ripete anche a livello locale. Recentemente ho ripreso in mano i romanzi di Giacomo Sartori, che è trentino ed è un romanziere vero – non uno scrittore all'italiana né un narratore all'italiana: un romanziere vero. Ebbene, come pensate che siano accolti in Trentino-Alto Adige i romanzi di Sartori, che sono ambientati nei suoi luoghi d'origine e ne anatomizzano il &lt;span style="font-style: italic;"&gt;genus &lt;/span&gt;con una sapienza artigianale e una sensibilità per l'umano impensabili tra i suoi colleghi conterranei? Non se lo filano! Dovrebbero uscirne terremotati, scrittori e lettori tutti, e invece non se lo filano. Mi domando se è solo per invidia (da parte dei poetucoli e criticucoli locali) o anche proprio per ignoranza, per mancanza di gusto, di sensibilità nei confronti di ciò che vale.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt;Anzi, smetto di domandarmelo, anche perché oggi il Kaiser compie nove mesi e da dieci giorni dice "dede" e "bubu" e da una settimana dice anche "mama", e mi congedo con un breve estratto quasi in tema da &lt;/span&gt;&lt;span style="font-style: italic;font-family:trebuchet ms;" &gt;I detective selvaggi&lt;/span&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt;, per bocca di un internato in manicomio.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;«C'è una letteratura per quando di annoi. Fin troppa. C'è una letteratura per quando sei calmo. Questa è la letteratura migliore, io credo. C'è anche una letteratura per quando sei triste. E c'è una letteratura per quando sei allegro. C'è una letteratura per quando sei avido di conoscenze. E c'è una letteratura per quando sei disperato. Quest'ultima è quella che volevano fare Ulises Lima e Belano. Grave errore, come si vedrà più avanti. Prendiamo, per esempio, un lettore medio, un tipo tranquillo, colto, dalla vita più o meno sana, maturo. Un uomo che compra libri e riviste di letteratura. Bene, ecco. Quest'uomo può leggere quello che si scrive per quando si è sereni, per quando si è calmi, ma può leggere anche qualunque altro genere di letteratura, con occhio critico, senza complicità assurde o vergognose, spassionatamente. Questo è quello che penso io. Non voglio offendere nessuno. Adesso prendiamo il lettore disperato, al quale presumibilmente è rivolta la letteratura dei disperati. Come lo vedete? Primo: si tratta di un lettore adolescente o di un adulto immaturo, vigliacco, con i nervi a fior di pelle. È il tipico coglione (mi si perdoni l'espressione) che si suicidava dopo aver letto il Werther. Secondo: è un lettore limitato. Perché limitato? Elementare, perché non riesce a leggere altro che letteratura disperata o per disperati, una cosa vale l'altra, un individuo o un mostro incapace di leggere tutto d'un fiato &lt;/span&gt;&lt;span style="font-style: italic;font-family:georgia;" &gt;La ricerca del tempo perduto&lt;/span&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;, per esempio, o &lt;/span&gt;&lt;span style="font-style: italic;font-family:georgia;" &gt;La montagna incantata&lt;/span&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt; (nella mia modesta opinione un paradigma della lettura tranquilla, serena, completa) o, se vogliamo, &lt;/span&gt;&lt;span style="font-style: italic;font-family:georgia;" &gt;I miserabili&lt;/span&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt; o &lt;/span&gt;&lt;span style="font-style: italic;font-family:georgia;" &gt;Guerra e pace&lt;/span&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;. Credo di aver parlato chiaro, no? Bene, ho parlato chiaro. Così parlai con loro, glielo dissi, li avvertii, li misi in guardia contro i pericoli a cui si stavano esponendo. Come parlare al muro. Vale a dire, i lettori disperati sono come le miniere d'oro della California! Prima di quanto si pensi si esauriscono! Perché? È evidente! Non si può vivere disperati per tutta la vita, il fisico finisce per cedere, il dolore diventa insopportabile, la lucidità se ne va in grandi zampilli freddi. Il lettore disperato (e ancor più il lettore di poesia disperato, questo qui poi è insopportabile, credetemi) finisce per disinteressarsi dei libri, finisce ineluttabilmente per diventare un disperato e basta. Oppure guarisce! E allora, nel suo processo di rigenerazione, torna lentamente, come nell'ovatta, come sotto una pioggia di pillole tranquillanti allo stato liquido, torna, vi dico, a una letteratura scritta per lettori sereni, riposati, con la mente equilibrata. Questa cosa si chiama (e se nessuno la chiama così, &lt;/span&gt;&lt;span style="font-style: italic;font-family:georgia;" &gt;io&lt;/span&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt; la chiamo così) passaggio dall'adolescenza all'età adulta. E con questo non voglio dire che quando uno è diventato un lettore tranquillo non legga più i libri scritti per i disperati. Certo che li legge! Soprattutto se sono buoni o passabili o se un amico glieli ha consigliati. Ma in fondo, lo annoiano! In fondo, quella letteratura amareggiata, piena di pugnali e di Messia impiccati, non riesce a toccargli il cuore come ci riesce invece una pagina serena, una pagina meditata, una pagina tecnicamente perfetta! E io glielo dissi. Li avvertii. Additai loro la pagina tecnicamente perfetta. Li misi in guardia dai pericoli. Mai esaurire un filone! Umiltà! Cercare, perdersi in terre sconosciute! Ma in cordata, con le briciole di pane o con i sassolini bianchi! Però io ero pazzo, ero pazzo per colpa delle mie figlie, per colpa loro, per colpa di Laura Damián, e non mi diedero ascolto».&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2425021903460302584-2739258012762006467?l=harzblog.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://harzblog.blogspot.com/feeds/2739258012762006467/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2425021903460302584&amp;postID=2739258012762006467&amp;isPopup=true' title='13 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2425021903460302584/posts/default/2739258012762006467'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2425021903460302584/posts/default/2739258012762006467'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://harzblog.blogspot.com/2008/08/dede-bubu-mama.html' title='dede, bubu, mama'/><author><name>Stefano Zangrando</name><uri>http://www.blogger.com/profile/03768768279688625481</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>13</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2425021903460302584.post-4585814470284984645</id><published>2008-07-11T19:14:00.009+01:00</published><updated>2009-04-02T08:02:19.470+01:00</updated><title type='text'>Alcune uscite</title><content type='html'>&lt;div style="text-align: center;"&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://2.bp.blogspot.com/_DTMTEbOgssw/SdRirTcC3mI/AAAAAAAAAAU/QY-d12K6tX4/s1600-h/writer.jpg"&gt;&lt;img style="margin: 0pt 10px 10px 0pt; float: left; cursor: pointer; width: 200px; height: 174px;" src="http://2.bp.blogspot.com/_DTMTEbOgssw/SdRirTcC3mI/AAAAAAAAAAU/QY-d12K6tX4/s200/writer.jpg" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5319985555923197538" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div  style="text-align: justify;font-family:arial;"&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;Vivo un momento di gloria on line: ieri «Zibaldoni» ha pubblicato un mio breve &lt;a href="ttp://www.zibaldoni.it/wsc/default.asp?PagePart=page&amp;amp;StrIdPaginatorMenu=21&amp;amp;StrIdPaginatorSezioni=172&amp;amp;StrIdPaginatorNomeSezione=STEFANO+ZANGRANDO%2F+Generation"&gt;saggio critico&lt;/a&gt; su un romanzo di Viktor Pelevin, oggi su «Nazione indiana» è apparsa una mia &lt;a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/07/13/tre-ore-zero-del-novecento/"&gt;recensione&lt;/a&gt; a un libro di Wolfgang Büscher. Devo questo quarto d'ora agli amici Enrico De Vivo e Domenico Pinto, che ringrazio tra un saluto a tutti quelli che mi conoscono e l'altro.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Aggiornamento 21.07   La mia piccola gloria &lt;span&gt;on line&lt;/span&gt; prosegue con la pubblicazione, nel sito dell'editrice &lt;a href="http://www.hacca.it/"&gt;Hacca&lt;/a&gt;, di un mio pezzo sul nuovo Museion di Bolzano; lo trovate in basso a sinistra, nella sezione «in evidenza». Ciao mamma!&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;(E comunque – aggiornamento 4.08 – sul numero 11 della rivista «&lt;a href="http://www.lavieri.it/sud/"&gt;Sud&lt;/a&gt;», uscito in giugno, c'è una mia traduzione, un estratto della quale fu anticipato dal «Mattino» di Napoli, di un testo &lt;span style="font-style: italic;"&gt;fou&lt;/span&gt; di Peter Handke, &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Autoritratto di soliloqui automatici&lt;/span&gt;; e anche quella, per mano di Giorgio Mascitelli, del breve racconto &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Il sonno dei giusti&lt;/span&gt; di Wolfgang Hilbig. Imperdibili entrambi, secondo me, poi fate voi.)&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2425021903460302584-4585814470284984645?l=harzblog.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://harzblog.blogspot.com/feeds/4585814470284984645/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2425021903460302584&amp;postID=4585814470284984645&amp;isPopup=true' title='10 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2425021903460302584/posts/default/4585814470284984645'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2425021903460302584/posts/default/4585814470284984645'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://harzblog.blogspot.com/2008/07/village-camping.html' title='Alcune uscite'/><author><name>Stefano Zangrando</name><uri>http://www.blogger.com/profile/03768768279688625481</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://2.bp.blogspot.com/_DTMTEbOgssw/SdRirTcC3mI/AAAAAAAAAAU/QY-d12K6tX4/s72-c/writer.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>10</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2425021903460302584.post-5769910720096441082</id><published>2008-07-01T15:28:00.022+01:00</published><updated>2008-07-09T21:28:11.174+01:00</updated><title type='text'>Mascherine per un massacro</title><content type='html'>&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt;Come la storia potrebbe insegnare a chiunque se solo venisse studiata o almeno ricordata meglio, l'instaurazione di un regime illibertario (parola che non esiste in italiano ma rende meglio di altre l'idea di quanto sta accadendo in Italia) è un processo impercettibile, inavvertito dai più e sempre menzognero, che ama manifestarsi e celebrarsi sotto i vessilli della «libertà» e della «volontà del popolo».&lt;br /&gt;Davvero, se si ha a cuore la libertà propria e altrui, bisognerebbe sempre diffidare dei politici che si appellano al «popolo».&lt;br /&gt;Paolo Rumiz scrisse un bel libro su ciò che accadde in ex-Jugoslavia nei primi anni novanta del secolo scorso, e sul patto micidiale stretto a quel tempo tra un potere rivelatosi criminale e il cosiddetto «popolo». (Ma ai più raffinati e precisini suggerisco un appassionato &lt;a href="http://www.ilprimoamore.com/testo_953.html"&gt;articolo&lt;/a&gt; di Sergio Baratto, che ricorda la distinzione che fece Hanna Arendt tra «popolo» e «plebe»).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ogni volta che sento montarmi dentro l'indignazione per ciò che l'attuale governo italiano va compiendo giorno dopo giorno in armonica consonanza con l'andazzo globale, faccio un piccolo sforzo mentale e cerco di non prendermela, come troppo sovente si fa, con quell'onta ambulante del primo ministro o con il mafioso o il beota leghista di turno, ovvero, come troppo di rado si fa, con il buonista più falso della storia della repubblica o certi bonzi di sinistra del tutto avulsi dalla realtà. Faccio un piccolo sforzo e ritraggo il fuoco della mia indignazione quanto basta per avere sott'occhio chiunque mi capiti a tiro, e lo osservo, lo ascolto, a volte ci parlo, lo interpello. È così che finalmente scopro chi è il vero bersaglio della mia delusione, della mia amarezza, della mia rabbia impotente: sono quei venti o trenta milioni di italiani che negli ultimi venti o trent'anni si sono fatti bere il cervello come un ovetto a colazione da chi ha ottenuto il loro consenso, ormai ottuso, arrogante e duraturo, attraverso l'intrattenimento. Televisivo, ça va sans dire.&lt;br /&gt;È con loro che ce l'ho, anzi voglio avercela, non con i registi (non sempre consapevoli) del loro rimbecillimento, che sono fuori dalla mia portata e dei quali posso solo vagheggiare, nei casi più dannosi, un decesso quanto più prossimo.&lt;br /&gt;Ce l'ho con queste decine di milioni di miei connazionali perché forse bastava spegnere la televisione o guardarla molto meno, rifiutandosi comunque di lasciarsi offendere dai suoi peggiori insulti alla nostra intelligenza (quando c'era), alla nostra convivialità, alla nostra autenticità fragile di cittadini democratici, per evitare che accadesse ciò che sta accadendo (rifascistizzazione, menzogna, massacro del ceto medio), o almeno affinché l'entità della nuova barbarie indotta dai mass media non divenisse così preoccupante, così incosciente di sé, così tronfiamente abbacinata.&lt;br /&gt;Chi poi ha pronta l'obiezione dell'effettiva libertà di parola, a differenza, che so, di una Cina, dove i blog di chi si esprime contro il governo vengono chiusi e gli autori perseguiti, risparmi le forze: non è certo la repressione del singolo, per chi organizza il potere intorno alla televisione e all'erosione della cultura, dell'istruzione e della ricerca, lo strumento di controllo del consenso. È sufficiente inibire l'accesso delle voci critiche ai media che forgiano l'opinione pubblica e quello della massa scolarizzata alle professioni liberali, magari proprio "liberalizzando" il mercato del lavoro, e il gioco è fatto.&lt;br /&gt;Da un pezzo, ormai.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;In questo momento, mentre sono in procinto di scrivere qualcosa di nuovo, non sono affatto contento che la mia lingua sia l'italiano, perché è la lingua parlata da una massa di entusiasti promotori del proprio declino, di incattiviti sostenitori dei propri carnefici. Non è nella lingua dei suicidi che vorrei scrivere, né in quella dei servi, di quei servi che i miei connazionali, a quanto pare, nonostante sei decenni di sperimentazione democratica, non riescono proprio a non essere.&lt;br /&gt;E poi, con che slancio potrò mai usare l'italiano, se nella mia immaginazione è la stessa lingua che un giorno, se tutto va male, mio figlio, il figlio di un "proletario intellettuale", potrebbe usare al pronto soccorso per dire, rosso di umiliazione, "Non li ho" a chi gli chiederà tre o quattromila euro per una banale asportazione dell'appendice?&lt;br /&gt;Una cosa alla volta, dice. Per adesso, dopo aver votato per anni tappandoti il naso, impara a scrivere allo stesso modo.&lt;br /&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2425021903460302584-5769910720096441082?l=harzblog.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://harzblog.blogspot.com/feeds/5769910720096441082/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2425021903460302584&amp;postID=5769910720096441082&amp;isPopup=true' title='2 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2425021903460302584/posts/default/5769910720096441082'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2425021903460302584/posts/default/5769910720096441082'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://harzblog.blogspot.com/2008/07/mascherine-per-un-massacro.html' title='Mascherine per un massacro'/><author><name>Stefano Zangrando</name><uri>http://www.blogger.com/profile/03768768279688625481</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>2</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2425021903460302584.post-2735139346502424786</id><published>2008-06-21T08:53:00.006+01:00</published><updated>2008-07-01T12:01:44.074+01:00</updated><title type='text'>Il senso sociale della letteratura</title><content type='html'>&lt;div style="text-align: justify; font-family: trebuchet ms;"&gt;Ultimamente sono tornato a interrogarmi, all'acqua di rose come soltanto so fare, sul rapporto tra letteratura e società. Meglio, sul senso della letteratura &lt;span style="font-style: italic;"&gt;oggi&lt;/span&gt; una volta che l'opera è uscita dall'officina dello scrittore, data per estinguenda la sana e insostituibile lettura silenziosa e postulata – con buona pace di chi crede che la poesia possa qualcosa contro la rifascistizzazione degli italiani e/o confonde per ignoranza o malafede la letteratura con il giornalismo – la sua naturale inabilità a cambiare il mondo.&lt;br /&gt;Una risposta vicina a quello che penso l'ho trovata, stamattina, in &lt;a href="http://www.youtube.com/watch?v=GNofwv4fmNc"&gt;questo filmato&lt;/a&gt;. Con tanti auguri di buona estate.&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2425021903460302584-2735139346502424786?l=harzblog.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://harzblog.blogspot.com/feeds/2735139346502424786/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2425021903460302584&amp;postID=2735139346502424786&amp;isPopup=true' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2425021903460302584/posts/default/2735139346502424786'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2425021903460302584/posts/default/2735139346502424786'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://harzblog.blogspot.com/2008/06/il-senso-sociale-della-letteratura.html' title='Il senso sociale della letteratura'/><author><name>Stefano Zangrando</name><uri>http://www.blogger.com/profile/03768768279688625481</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2425021903460302584.post-732740527625195322</id><published>2008-06-17T12:53:00.002+01:00</published><updated>2008-06-17T12:56:10.538+01:00</updated><title type='text'>Non contiamo più niente :'(</title><content type='html'>&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt;&lt;em&gt;(Sull'«Alto Adige», quotidiano locale dell'omonima provincia, la settimana scorsa ho letto un articolo-intervista di Mauro Fattor con Gian Enrico Rusconi, direttore del Centro per gli Studi storici italo-germanici della Fbk, Fondazione Bruno Kessler. Ne riporto i passi salienti, che sono anche i più dolenti.)&lt;/em&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;I rapporti tra Italia e Germania si vanno deteriorando: è quanto va ripetendo a colleghi e studiosi Gian Enrico Rusconi [...] Professor Rusconi, le ragioni di questo allontanamento sono legate alla contingenza politica o ci sono motivazioni più profonde?&lt;br /&gt;«L’analisi che faccio è certamente di tipo politico, ma non di politica legata alla status quo del momento, alla contingenza. Il malessere di cui parlo è qualcosa che parte più da lontano [...]».&lt;br /&gt;Quando Germania e Italia hanno cominciato ad allontanarsi?&lt;br /&gt;«Dopo la caduta del muro di Berlino, nel 1989, la Germania è diventata sempre più forte sulla scena internazionale, ha acquistato sicurezza in se stessa. Tutto questo mentre l’Italia sprofondava in una crisi politica, morale, economica, che dura ancora oggi».&lt;br /&gt;Cosa intende per raffreddamento dei rapporti?&lt;br /&gt;«Intendo dire che in Germania non c’è più quel grande interesse verso l’Italia che c’era invece ancora negli anni Ottanta; questo a causa dell’impoverimento progressivo della nostra cultura, che è palbabile, e di una oggettiva perdita di peso politico in ambito europeo».&lt;br /&gt;In termini pratici questo declino in che cosa si traduce?&lt;br /&gt;«Non riusciamo a farci accettare dalla Germania come interlocutori a livello paritetico. Del resto questa perdita di interesse, che comunque per molti versi è reciproca, la si intuisce perfettamente anche a livello di ceto politico. I protagonisti della scena politica italiana e tedesca non si conoscono più, non si frequentano, non si consultano. [...] Sono diventati due ceti politici asimettrici. Ancora negli anni Ottanta, e quindi senza stare a scomodare gli storici rapporti tra Adenauer e Degasperi, le cose erano completamente diverse».&lt;br /&gt;Quanto ha inciso il dramma dei rifiuti in Campania sull’immaginario collettivo tedesco?&lt;br /&gt;«Ha avuto un impatto molto forte, inutile negarlo. Ha avuto l’effetto di trasformare un antiberlusconismo diffuso in un sottile antiitalianismo. È impressionante per me che vivo e lavoro a Berlino vedere come stiano tornando d’attualità sui media tedeschi i peggiori stereotipi sull’Italia, anche quelli che sembravano tramontati. In questo senso siamo tornati indietro di quasi trent’anni».&lt;br /&gt;L’Alto Adige è il luogo fisico in cui le due culture, quella italiana e quella tedesca, si incontrano. In che misura può risentire di questo clima di deterioramento dei rapporti tra le due aree?&lt;br /&gt;«Questa è una domanda a cui è molto difficile rispondere. L’unica cosa certa è che, come direttore del Centro di studi storici italo-tedeschi, a Bolzano non sono mai riuscito ad organizzare nulla, neppure un convegno. Ho collaborato e collaboro benissimo con Berlino, Monaco, Innsbruck, ma con Bolzano zero. Questo però non ha nulla a che fare con quello di cui stiamo parlando. La «freddezza» altoatesina in questo caso non è un sottoprodotto delle tensioni di oggi tra Italia e Germania, ha una storia propria e ragioni storiche che sono completamente diverse. Comunque, questa è la realtà dei fatti».&lt;br /&gt;Quando e come sarà possibile superare l’attuale impasse nei rapporti italo-tedeschi?&lt;br /&gt;«Come ho detto non si tratta di aspettare che cambino i governi, perchè il malessere nei rapporti tra i due Paesi è molto più profondo e senza una strategia ad hoc, con iniziative mirate che riaccendano l’interesse verso il nostro Paese, non ne usciremo. Il guaio è che tutto questo va letto nel contesto di un problema più grande che è il declassamento dell’Italia, la sua perdita di peso, dentro la complessità dei rapporti geopolitici internazionali. Insomma, non contiamo più niente».&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2425021903460302584-732740527625195322?l=harzblog.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://harzblog.blogspot.com/feeds/732740527625195322/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2425021903460302584&amp;postID=732740527625195322&amp;isPopup=true' title='2 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2425021903460302584/posts/default/732740527625195322'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2425021903460302584/posts/default/732740527625195322'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://harzblog.blogspot.com/2008/06/non-contiamo-pi-niente_17.html' title='Non contiamo più niente :&apos;('/><author><name>Stefano Zangrando</name><uri>http://www.blogger.com/profile/03768768279688625481</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>2</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2425021903460302584.post-9175148594561979790</id><published>2008-06-08T12:59:00.004+01:00</published><updated>2008-06-21T08:52:26.126+01:00</updated><title type='text'>Born to play. Incipit</title><content type='html'>&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-style: italic;font-family:georgia;" &gt;Non ho nulla contro le autobiografie, a condizione che chi le scrive abbia un pene in erezione di trenta centimetri. A condizione che la scrittrice abbia fatto la puttana e in vecchiaia sia discretamente ricca. A condizione che l’inventore di un simile ordigno abbia avuto una vita singolare.&lt;/span&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt; (Roberto Bolaño)&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;Affanculo, io sono un rocker. Se tutto là fuori cospira a tarparmi le ali, niente potrà impedirmi di scatenarmi qui, su questa tastiera che invece di suoni produce parole. Avete sentito parlare di quegli uccellini che, quando gli apri la porticina della gabbia, invece di volare via se ne restano lì, dentro la loro prigione? Ebbene, io è da quando sono nato che sfondo gabbie. La prima cosa a starmi stretta furono le fasce in cui mi aveva avvolto mia madre. Per questo strillavo come un ossesso. E a tre anni mi nascondevo sotto una panca e mi cagavo addosso per ribellarmi all’autorità di mio nonno, non so se mi spiego. Più tardi la porticina da sfondare fu il torace del mio vecchio, e adesso la gabbia è mia moglie. Chi la conosce non crederà alle sue orecchie. Proprio così, amici che un giorno leggerete queste righe, la mia candida, giovane moglie. L’avreste mai detto? E invece è proprio lei: la mia ultima gabbia, la più innocente, la più insidiosa. E là fuori, sapete che c’è? Certo che lo sapete, mi conoscete: la musica! Los Angeles! La vita! Ma andiamo con ordine. Ordine! Sono un rocker, non un coglione.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;Questo è il mio territorio. Ci pianto la mia bandiera e ci faccio quello che voglio. Devo giustificarmi? E con chi, di grazia? Con quei tisici occhialuti che parlano male dei libri degli altri perché non sono stati capaci di scrivere il proprio? O con quei tisici occhialuti che leggono i libri per lavoro e appena sbuca la mazzetta sottobanco dichiarano in pubblico di aver letto un capolavoro? Oppure con quei tisici occhialuti che passano la vita a leggere perché non hanno il fisico per vizi più virili come l’alcool, il fumo o il sesso orale? So cosa state pensando, ma vi deluderò: col fumo ho smesso. Insomma, ce l’ho anch’io una coscienza. Il fumo è un vizio che acceca, è il vizio perfetto: fa schifo, fa male e non ti dà nessuna ebbrezza, eppure non riesci a smettere. Come mangiarsi le unghie: altro vizio perfetto. E dietro ad entrambi c’è un problema psicologico. Masochismo o qualcosa del genere in un caso, voglia di cazzo, il tuo o quello altrui, dall’altro. Capite? Tra tutti i vizi ho eliminato proprio quello da pervertiti, non so se mi spiego. E i miei polmoni sono forti come mantici e i miei occhi sono quelli di una lince. Del resto ho solo trentotto anni, vorrei vedere.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;Sento il diavolo in corpo, è questo il punto. L’euforia che provo qui non mi fa stare nella pelle. È il paradiso, porco Giuda! È per questo che faccio fatica ad andare con ordine. A proposito, da qualche parte ho letto che Giuda è il personaggio più importante del Vangelo, perché se non ci fosse stato lui il disegno di Dio non avrebbe potuto compiersi. Non fa una piega, no? Giuda, l’emissario di Dio. Va’ e tradisci mio figlio, altrimenti non risuscita più. Ah! Ah! Ma non la bevo mica, queste sono stronzate da tisici occhialuti. Giuda è Giuda, punto e basta. Un traditore, quindi un porco. Io so quello che dico. E qualche libro lo leggo anch’io, ci mancherebbe. Come si fa a scrivere un libro se prima non se n’è letto neanche uno? Bisogna pur sapere come ha fatto chi ci è arrivato prima di te. Mica puoi scrivere un libro da zero. Anche nel rock è così: non potrai mai metterti a scrivere canzoni se prima non ti consumi le orecchie con quelle degli altri. E io ho cominciato presto a studiarmi le hit altrui, a nove anni o giù di lì.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;div style="text-align: right;"&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;(&lt;span style="font-style: italic;"&gt;continua - forse&lt;/span&gt;)&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2425021903460302584-9175148594561979790?l=harzblog.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://harzblog.blogspot.com/feeds/9175148594561979790/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2425021903460302584&amp;postID=9175148594561979790&amp;isPopup=true' title='2 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2425021903460302584/posts/default/9175148594561979790'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2425021903460302584/posts/default/9175148594561979790'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://harzblog.blogspot.com/2008/06/born-to-play.html' title='Born to play. Incipit'/><author><name>Stefano Zangrando</name><uri>http://www.blogger.com/profile/03768768279688625481</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>2</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2425021903460302584.post-1525708813402416926</id><published>2008-05-31T09:09:00.008+01:00</published><updated>2009-04-02T08:03:20.476+01:00</updated><title type='text'>Bookfaces</title><content type='html'>&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt;Non ricordo dove ho letto, di recente, un'osservazione apparentemente banale, quella per cui "internet è più grande di quanto si pensi". Ah, sì, ora ricordo. Era l'opinione di non so quale esperto (ormai parlano solo gli esperti – o i tuttologi – si è perso il senso della misura, e pure il lanternino per andare a cercarlo) a proposito dell'esposizione dei dati personali su Facebook – che ho appreso, sempre leggendo di recente, essere nelle mani di una lobby neocon statunitense. Comunque (comunque un corno, da quando lo so sono tentato di sbarazzarmi dell'account, che avevo fatto per rintracciare alcune vecchie conoscenze, colpevole anch'io di voler violare la naturale distanza che ci separa dagli altri). Credo che quell'osservazione significasse "internet è più grande di quanto la nostra mente sia normalmente in grado di concepire". Vale a dire, ad esempio, che chiunque abbia un blog come questo, con un numero di visite inferiore alle cento giornaliere, non si sentirà molto "esposto". Se poi però uno comincia a farsi delle domande – se io visito dieci/dodici volte al giorno il mio blog, chi diavolo sono gli altri ottanta/ottantacinque? se le statistiche interne mi dicono che solo il trenta per cento dei clic proviene dall'Italia, e quasi il cinquanta dagli Stati Uniti, dove avranno pur sede i server di quasi tutti i blogger a me noti, quanti provengono da persone che conosco e quanti da chissà chi? e chi saranno mai quei trenta/trentacinque che in questo mese hanno visitato tutte o quasi le pagine del blog e del mio sito? da dove vengono? perché l'hanno fatto? perché, soprattutto, io ho permesso a questi sconosciuti di andare a leggersi gli affari e scritti miei di un anno intero? chi me l'ha fatto fare? &lt;span style="font-style: italic;"&gt;che cosa&lt;/span&gt; me l'ha fatto fare? la vanità? l'esibizionismo?&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt;Poi - mi ci è voluto un po' per smettere di nascondermelo dietro la maschera delle buone intenzioni intellettualoidi, ma alla fine – ho capito: sì, è così, il blog è la soddisfazione a buon mercato del desiderio di popolarità - e al limite di una certa "immortalità" - che cova in me, in te, in tutti noi adolescenti tardivi e non. È il setaccio per separare chi vuole "tutto e subito" (dove "tutto" è precisamente la popolarità di cui sopra, il "pensiero dominante" che ronza nei bassifondi di ogni anima, bella o no) da chi, forse, si prenderà la briga di fare qualcosa di più, di sforzarsi, nell'ombra, con calma, di realizzare qualcosa che solo in un secondo o terzo momento, dopo essersi adoperati per infondervi valore e durevolezza secondo criteri che ai più parranno inattuali, verrà finalmente esposto, insomma: pubblicato.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt;Ebbene, a questi ultimi prodi cristiani delle catacombe, in conclusione di questa riflessione inutile e punto originale, vorrei dedicare il breve simposio tedescofono che si svolge ormai da un paio di secoli, alla faccia nostra, nell'eternità, quella vera e prosaica del riso, questo sì, popolare, popolare davvero:&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt;Sagt der Goethe zum Schiller: Pfurz mir ma n Triller!&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt;Sagt der Schiller zum Goethe: Mein Arsch ist keine Flöte!&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt;Sagt der Heinrich Heine: Was seid Ihr doch für Schweine!&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2425021903460302584-1525708813402416926?l=harzblog.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://harzblog.blogspot.com/feeds/1525708813402416926/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2425021903460302584&amp;postID=1525708813402416926&amp;isPopup=true' title='3 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2425021903460302584/posts/default/1525708813402416926'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2425021903460302584/posts/default/1525708813402416926'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://harzblog.blogspot.com/2008/05/bookfaces.html' title='Bookfaces'/><author><name>Stefano Zangrando</name><uri>http://www.blogger.com/profile/03768768279688625481</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>3</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2425021903460302584.post-8290249613938756016</id><published>2008-05-24T10:08:00.004+01:00</published><updated>2008-05-24T10:18:38.327+01:00</updated><title type='text'>Il montaggio delle follie</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://www.literaturport.de/typo3temp/pics/16e12f5b82.jpg"&gt;&lt;img style="margin: 0pt 10px 10px 0pt; float: left; cursor: pointer; width: 142px; height: 187px;" src="http://www.literaturport.de/typo3temp/pics/16e12f5b82.jpg" alt="" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;div style="text-align: justify; font-family: georgia;"&gt;«Sono nato il 1° marzo 1893. Per questo nell’agosto 1914 potei arruolarmi volontario nell’Esercito, che servii dall’ottobre 1914 fino all’ottobre 1918 col massimo impegno come artigliere, caporale, sottufficiale, vicemaresciallo, aiutante, sottotenente della riserva, sul fronte occidentale e orientale. Lo feci con entusiasmo, con senso del dovere, a denti stretti, con disperazione, tanto che mi conferirono la croce di ferro di prima classe e poi mi rinchiusero in manicomio».&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify; font-family: georgia;"&gt;Questo scorcio autobiografico apparve sul risvolto di copertina della prima edizione, pubblicata dall’editore Horen di Berlino nel 1930, del romanzo &lt;span class="Apple-style-span" style="font-style: italic;"&gt;Heeresbericht&lt;/span&gt;, una delle molte opere narrative che tra la fine degli anni venti e l’inizio degli anni trenta, nell’ultimo, difficile periodo della Germania weimariana, rielaboravano il trauma storico ed esistenziale della prima guerra mondiale. L’autore, Edlef Köppen, originario di Genthin, una cittadina dell’odierna Sassonia-Anhalt, dopo l’esperienza bellica aveva lavorato come redattore, traduttore ed editore tra Potsdam e Berlino, ma era stato costretto ogni volta a lasciare il posto di lavoro per le complicazioni conseguenti alle ferite al torace riportate sul campo di battaglia. Aveva poi trovato un impiego stabile presso la Funkstunde, stazione radio berlinese tra le più interessanti e sperimentali dell’epoca, come addetto alla programmazione per la sezione letteraria. Fu proprio in quegli anni che Köppen lavorò al suo romanzo più importante, il cui destino editoriale in Germania fu però alquanto ingrato: dopo due sole edizioni di poche migliaia di copie, fu vietato dai nazisti nel 1933, definitivamente bandito nel 1938 - un anno prima della prematura morte del suo autore -, variamente riscoperto solo negli anni Settanta, per poi cadere di nuovo nell’oblio. Nel 2004, tuttavia, &lt;span class="Apple-style-span" style="font-style: italic;"&gt;Heeresbericht&lt;/span&gt; è stato riproposto con successo dal Deutscher Verlags-Anstalt di Monaco, con un’utile postfazione del curatore Jens Malte Fischer, ed è ora disponibile anche in italiano nella traduzione, pulita e precisa, di Luca Vitali: con &lt;span class="Apple-style-span" style="font-weight: bold;"&gt;Bollettino di guerra&lt;/span&gt; (Mondadori «Oscar scrittori del Novecento», pp. 404, € 9,80) il lettore italiano dispone finalmente di una delle migliori opere che siano state scritte sulla prima guerra mondiale.&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify; font-family: georgia;"&gt;Il suo valore poggia innanzitutto su forma e stile, rigorosi e innovativi a un tempo, e in particolare su una scelta compositiva che l’apparenta a &lt;span class="Apple-style-span" style="font-style: italic;"&gt;Gli ultimi giorni dell’umanità&lt;/span&gt; di Karl Kraus, nonché alle più avvedute sperimentazioni letterarie dell’epoca. Anziché indulgere alla facilità di una narrazione lineare e tutto sommato “canonica”, di matrice realista e ottocentesca, come quella per cui aveva optato non soltanto Erich Maria Remarque nell’arcinoto &lt;span class="Apple-style-span" style="font-style: italic;"&gt;Niente di nuovo sul fronte occidentale&lt;/span&gt;, ma la maggior parte degli autori che in quegli anni si cimentarono con lo stesso tema, Köppen sceglie infatti la via dell’inserzione documentaria e del montaggio: dopo un’epigrafe sulle condizioni di “narrabilità” della guerra tratta da un comunicato dell’Ufficio superiore per la Censura, il romanzo si apre, in successione, con due disposizioni belliche del Kaiser Guglielmo II, un estratto dal decreto di arruolamento dei volontari, il certificato di abilità del ventunenne Adolf Reisiger, una dichiarazione militarista degli insegnanti del Reich e una lettera della madre del protagonista. Solo a questo punto, dopo i corsivi dei documenti, incontriamo il primo brano narrativo, in caratteri “regolari”, sull’arrivo del giovane Reisiger al Comando del reggimento di artiglieria dal quale prenderà avvio la sua carriera di combattente. L’effetto è straniante ma oltremodo esplicativo, il primo annuncio di una varietà ambiziosa, e in effetti il resto del libro, che copre l’intero arco quadriennale della guerra ed è ambientato in prevalenza sul fronte occidentale, nel nord della Francia, consiste precisamente in una studiata alternanza di brani narrativi e documenti, in grado di infilare con grande esaustività i capitoli, i temi e le assurdità della cosiddetta Grande guerra – il tutto, ovviamente, attraversato dal filo rosso dell’esperienza individuale del protagonista, che ricalca la traccia autobiografica citata all’inizio. Si tratta, in sostanza, di un esempio ben riuscito di quell’aspirazione alla «totalità» che il giovane Lukács, sulle orme di Hegel, aveva ascritto al romanzo nella più celebre teoria del genere, elaborata nel secondo decennio del secolo, e che i più autorevoli precedenti di Köppen, il Dos Passos di &lt;span class="Apple-style-span" style="font-style: italic;"&gt;Tre soldati&lt;/span&gt; (1921) e &lt;span class="Apple-style-span" style="font-style: italic;"&gt;Manhattan Transfer&lt;/span&gt; (1925) e l’Alfred Döblin di &lt;span class="Apple-style-span" style="font-style: italic;"&gt;Alexander Platz&lt;/span&gt; (1929), avevano assecondato con successo, contribuendo in modo essenziale all’uscita del romanzo dalla crisi che lo aveva investito, in quanto medium poetico dominante, nei primi decenni del secolo.&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify; font-family: georgia;"&gt;Questa complessità strutturale, tuttavia, non basterebbe da sola a fare di Bollettino di guerra un romanzo bello oltre che importante, il cui valore estetico consiste da ultimo nell’offrire al lettore, attraverso l’alternanza mirata di stili e registri, una storia capace di avvincere senza distogliere lo sguardo dagli orrori della guerra e anzi favorendone a strappi, proprio grazie all’irruzione ironica e distanziante dei documenti, la contemplazione disincantata. Tanto più che, essendo una parte dei documenti inventata, dunque partecipe della finzione, e l’altra reale, a costituire il contraltare ufficiale e tronfiamente retorico degli avvenimenti narrati, l’iniziale dialettica tra finzione e documento finisce per generare la vera, illuminante contrapposizione che fonda il romanzo: quella tra la falsificazione dei fatti operata dai documenti ufficiali e la verità storica restituita dalla finzione.&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify; font-family: georgia;"&gt;Questo, del resto, fa sì che l’empatia di chi legge segua un percorso analogo a quello del personaggio protagonista. Le prime esperienze al fronte del volontario Reisiger, il cui ideale di guerra non trova conferma nella routine del suo acquartieramento a sud di Arras, costituiscono una vera e propria iniziazione all’interno di una circostanza storica già prigioniera delle perversità e delle contraddizioni che condurranno alla tragedia. È del «nemico», della sua presenza sensibile per quanto impersonale, che c’è bisogno per definire la propria identità individuale e di gruppo, e quando finalmente è l’ora di combattere in trincea non bastano l’incontro ravvicinato con la morte o una ferita più o meno grave a intaccare l’esaltazione di chi, se condannato alla quiete sui generis delle retrovie, non prova altro che noia. Solo poco alla volta si insinuerà in Reisiger, che pure vivrà la guerra come un’ininterrotta progressione di carriera, l’evidenza dell’errore che lo condurrà infine a ribellarsi. E così noi lettori, che pure affrontiamo i passaggi successivi, via via più micidiali, della guerra di posizione, dell’uso dei gas tossici e dell’impiego di aviazione e carri armati col senno di chi ne conosce l’ulteriore evoluzione nei cataclismi bellici che verranno, anche noi faticheremo a negarci il fascino perverso dell’azione bellica filtrata dalle narrazioni concitate, il talento visionario e le metafore di Köppen. Dalla «strana, macabra follia» di una quotidianità “pacifica” a ridosso della zona di fuoco, passando per i «giochi romani modernizzati» dei combattimenti a cavallo e per la «gigantesca festa in maschera» dei preparativi per l’ultima grande offensiva tedesca, ci troveremo a dover ammettere, come Reisiger al cospetto dell’orizzonte infuocato, «è bello ... se solo non fosse la guerra».&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify; font-family: georgia;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify; font-family: georgia;"&gt;(&lt;span class="Apple-style-span" style="font-style: italic;"&gt;Questa recensione è apparsa su «Alias» del 12 aprile 2008&lt;/span&gt;)&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2425021903460302584-8290249613938756016?l=harzblog.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://harzblog.blogspot.com/feeds/8290249613938756016/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2425021903460302584&amp;postID=8290249613938756016&amp;isPopup=true' title='2 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2425021903460302584/posts/default/8290249613938756016'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2425021903460302584/posts/default/8290249613938756016'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://harzblog.blogspot.com/2008/05/il-montaggio-delle-follie.html' title='Il montaggio delle follie'/><author><name>Stefano Zangrando</name><uri>http://www.blogger.com/profile/03768768279688625481</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>2</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2425021903460302584.post-3815153874221012860</id><published>2008-05-18T16:41:00.006+01:00</published><updated>2008-05-18T17:14:40.905+01:00</updated><title type='text'>Pulchritudo albanica</title><content type='html'>&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://www.osservatoriobalcani.org/ezimagecatalogue/catalogue/variations/6505-220x220.jpg"&gt;&lt;img style="margin: 0pt 10px 10px 0pt; float: left; cursor: pointer; width: 229px; height: 162px;" src="http://www.osservatoriobalcani.org/ezimagecatalogue/catalogue/variations/6505-220x220.jpg" alt="" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt;«Il grande tema del tuo libro: la bellezza fisica è un’acerrima nemica del regime totalitario che non fa che spogliarla del suo fascino, elevando un inno di gloria moralizzatrice all’eguaglianza delle coscienze. Mistifica il suo potere di seduzione. E si vendica, trasformandola in un crimine. Chi è bello è contro la marcia della Storia verso una società comunista in grado finalmente di sbarazzarsi della lotta di classe e di ogni antagonismo estetico!&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt;La morale totalitaria è la vendetta della laidezza sulla bellezza.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt;Tuttavia, tale vendetta non è inscritta soltanto nel codice genetico del regime. Essa è radicata in modo del tutto naturale, come afferma la protagonista nel primo capitolo del tuo romanzo, anche «nello spirito del popolo»: come una foglia su un ramo di un albero. Una delle questioni più importanti, anzi quasi vitale per il popolo albanese, è infatti quella della «puttaneria», la quale si fonda su una sola tesi: «una ragazza bella è troia, e una brutta – poverina! – non lo è». La bellezza fisica è una «tara» sia per lo Stato comunista che vorrebbe estirparla attraverso i dogmi politici sia per il popolo che, grazie alle sue radici «machiste» e al suo «istinto di proprietà molto sviluppato» – paradossalmente contrario alla marcia della Storia –, vorrebbe che la donna, quando il marito è in viaggio d’affari o in prigione, avesse l’accortezza di farsi ricucire «un po’ là sotto» in modo da dimostrargli che «la sua dolorosa assenza» le ha ristretto «lo spazio tra le cosce».»&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt;(&lt;span style="font-style: italic;"&gt;Massimo Rizzante su Ornela Vorpsi, tratto da &lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;a style="font-family: trebuchet ms; font-style: italic;" href="http://www.nazioneindiana.com/2008/05/15/la-bellezza-andra-allinferno-lettera-a-ornela-vorpsi/"&gt;qui&lt;/a&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;.&lt;/span&gt;)&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2425021903460302584-3815153874221012860?l=harzblog.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://harzblog.blogspot.com/feeds/3815153874221012860/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2425021903460302584&amp;postID=3815153874221012860&amp;isPopup=true' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2425021903460302584/posts/default/3815153874221012860'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2425021903460302584/posts/default/3815153874221012860'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://harzblog.blogspot.com/2008/05/pulchritudo-albanica.html' title='Pulchritudo albanica'/><author><name>Stefano Zangrando</name><uri>http://www.blogger.com/profile/03768768279688625481</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2425021903460302584.post-5339154881871528325</id><published>2008-05-11T14:22:00.021+01:00</published><updated>2008-05-11T16:29:25.197+01:00</updated><title type='text'>Persone, storie</title><content type='html'>&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt;Questa settimana, ad esempio, ho conosciuto due belle persone in 24 ore – in Trentino! Non ci credevo neanch'io, nella terra degli orsi! Poi mi son detto: in effetti vengono entrambe da fuori. Mi pareva strano.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt;La prima mi si è presentata martedì sera alla fine dell'ammaliante rimusicazione, ad opera del francese eRikm, del documentario &lt;/span&gt;&lt;span style="font-style: italic;font-family:trebuchet ms;" &gt;South&lt;/span&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt; (1919) di Jack Hurley sulla celebre impresa dell'Endurance in Antartide. (Troppi aggettivi in una sola frase, ma non importa.)&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt;Sto temporeggiando sotto la cupola del Mart, di nuovo illuminata, quando mi affianca un tizio in una felpa gialla e mi rivolge la parola in inglese. Mi chiede com'è stato lo spettacolo e ha parole di approvazione per la "location". Ha un volto bonario, occhi vivaci e sorriso sobrio. Parliamo. A un certo punto non mi viene una parola, pronuncio la corrispondente in tedesco e poi mi chiedo ad alta voce come si dice in inglese, ma il tizio dice "it's ok", ha capito la parola in tedesco. È tedesco? Sì. Poteva dirlo subito! Non si esibirà anche lui qui al festival? Sì, giovedì. Ma allora è uno dei &lt;/span&gt;&lt;a style="font-family: trebuchet ms;" href="http://www.pfadfinderei.com/"&gt;Pfadfinderei&lt;/a&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt;? Proprio così. Che bella sorpresa! Piacere, Stefano. &lt;span style="font-weight: bold;"&gt;Tobias&lt;/span&gt;. La mia compagna ed io non vediamo l'ora di assistere alla vostra performance con i Modeselektor. Grazie, molto gentile. Deve ancora mangiare. &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Kein Problem&lt;/span&gt;, ti accompagno io in un posto. Oddìo, a quest'ora sarà ormai tutto chiuso, è già mezzanotte, da queste parti a mezzanotte le serrande son già blindate – ma aspetta, sotto casa mia, a due passi da qui, c'è un ristorante bar niente male, l'unico che si spinga oltre il dodicesimo rintocco.&lt;br /&gt;Lo porto lì, mi invita a rimanere – Kaiser permettendo, io non mi faccio pregare, ordiniamo vino rosso e un piatto freddo, poi un altro, e conversiamo, a lungo, con fervore. Alla fine paga lui, dalla cassa comune del gruppo. Ci salutiamo poco prima delle due. Qualche giorno dopo ci rivedremo, ma questa è già un'altra storia.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt;Della seconda ho presentato il libro &lt;/span&gt;&lt;span style="font-style: italic;font-family:trebuchet ms;" &gt;Regina di fiori e di perle &lt;/span&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt;(Donzelli 2007) mercoledì pomeriggio alla biblioteca comunale di Trento. È &lt;/span&gt;&lt;span style="font-weight: bold;font-family:trebuchet ms;" &gt;Gabriella Ghermandi&lt;/span&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt;, autrice italo-etiope-eritrea, una donna gioviale e sensibile oltre che graziosa, e una narratrice vera, che alle domande del pubblico sulle sue storie non risponde con spiegazioni o dichiarazioni di poetica, ma con altre storie, autobiografiche, aneddotiche, storiche – mai pleonasmo fu più adatto – oppure con canti in lingua etiope – la sua musica vocale incanta quanto le sue storie – come quelli che intona nei suoi spettacoli di narrazione orale. Se posso darvi un &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Tipp&lt;/span&gt;, fate un salto sul suo &lt;/span&gt;&lt;a style="font-family: trebuchet ms;" href="http://www.gabriella-ghermandi.it/"&gt;sito&lt;/a&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt; e ascoltatevi qualche mp3 tratto dagli spettacoli, riscoprirete un piacere in parte antico, in parte inaudito: quello di ritornare ascoltatori di storie come eravate da piccoli, ma con la coscienza storica e poetica che avete maturato grazie alle vostre letture. E forse, se non vi parrà troppo banale, riscoprirete che ascoltare storie, da grandi, non c'entra niente con il leggere romanzi, e che un piacere estetico non esclude l'altro. Anzi, in certi casi i due piaceri possono persino incontrarsi in un'unica opera, com'è il caso del libro che sto traducendo e che tra qualche mese vi consiglierò calorosamente.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Oggi il Kaiser compie sei mesi. In questo momento è sdraiato gambe all'aria sulla palestrina e sta dialogando animatamente con un arco rosso di gommapiuma. Forse verranno alle mani.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2425021903460302584-5339154881871528325?l=harzblog.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://harzblog.blogspot.com/feeds/5339154881871528325/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2425021903460302584&amp;postID=5339154881871528325&amp;isPopup=true' title='4 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2425021903460302584/posts/default/5339154881871528325'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2425021903460302584/posts/default/5339154881871528325'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://harzblog.blogspot.com/2008/05/persone-storie.html' title='Persone, storie'/><author><name>Stefano Zangrando</name><uri>http://www.blogger.com/profile/03768768279688625481</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>4</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2425021903460302584.post-3450534058201260289</id><published>2008-05-06T07:12:00.019+01:00</published><updated>2008-05-06T20:56:21.679+01:00</updated><title type='text'>Niente di nuovo</title><content type='html'>&lt;div style="text-align: left;"&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt;Ho cambiato veste al blog, ma questo lo vede anche un miope.&lt;br /&gt;Vorrei cambiare anche il modo di gestirlo. Stanno accadendo alcune cose belle, nei miei pressi. Vorrei che anche il blog reagisse a questi eventi. E che diventasse un vero blog, con spazzatura e tutto. Anche se alcuni tra i miei amici più cari rabbrividiranno all'idea. Ma sto anche pensando di renderlo accessibile soltanto su iscrizione. Il fatto di farsi gli affari propri in pubblico è effettivamente urtante, se non vergognoso, soprattutto quando l'autore non si cela dietro uno pseudonimo o, come nel mio caso, si può risalire al suo nome reale.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt;Vengo al dunque. Ieri sera, sotto la cupola del Mart, ho assistito alla proiezione, su tre schermi giganti, di &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Fata Morgana&lt;/span&gt; di Werner Herzog musicato dai Mouse on Mars. Il biglietto diceva "Concerto dei Mouse on Mars", ma in presenza di un gigante come Herzog è inevitabile risultare ancillari. &lt;/span&gt;&lt;a style="font-family: trebuchet ms;" href="http://www.orienteoccidente.it/interne/home.aspx?ID=4336"&gt;Questa&lt;/a&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt;, in ogni caso, è una delle poche ragioni che non mi fanno rimpiangere di vivere dove vivo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt;Ho scoperto per caso che, sempre ieri, è uscita una mia &lt;/span&gt;&lt;a style="font-family: trebuchet ms;" href="http://www.zibaldoni.it/wsc/default.asp?PagePart=page&amp;amp;StrIdPaginatorMenu=17&amp;amp;StrIdPaginatorSezioni=161&amp;amp;StrIdPaginatorNomeSezione=STEFANO+ZANGRANDO%2F+Lato"&gt;prosa breve&lt;/a&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt; su «Zibaldoni e altre meraviglie». Non è proprio l'ultima versione, ma pazienza. È che l'ho ritoccata di recente, in occasione di una lettura (quasi) pubblica a Berlino. La mia prima lettura in lingua tedesca. Una gioia smisurata, che non mi ha fatto dormire. Per due o tre ore. Ci si abitua davvero a tutto.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt;Sempre a Berlino ho scoperto, grazie a una giovane danzatrice, una poesia molto bella di Wislawa Szymborska, &lt;/span&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;Gespräch mit dem Stein&lt;/span&gt;. Poi ho fatto un giro in internet e ho visto che la versione italiana, «Conversazione con una pietra», è citata e stracitata. Non è mai troppo tardi per scoprirsi qualunque.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2425021903460302584-3450534058201260289?l=harzblog.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://harzblog.blogspot.com/feeds/3450534058201260289/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2425021903460302584&amp;postID=3450534058201260289&amp;isPopup=true' title='6 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2425021903460302584/posts/default/3450534058201260289'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2425021903460302584/posts/default/3450534058201260289'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://harzblog.blogspot.com/2008/05/niente-di-nuovo.html' title='Niente di nuovo'/><author><name>Stefano Zangrando</name><uri>http://www.blogger.com/profile/03768768279688625481</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>6</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2425021903460302584.post-5252763595262343360</id><published>2008-04-30T20:35:00.005+01:00</published><updated>2008-05-05T23:11:58.131+01:00</updated><title type='text'>Tra coscienza e nostalgia: Massimo Rizzante</title><content type='html'>&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt;Nell’attività critica, scriveva Massimo Raffaeli nel «manifesto» del 27 dicembre 2008, «quello che è in gioco non è mai semplicemente la validità di uno scrittore o di un libro bensì l’ottica con cui ci si mette in relazione con le cose del mondo». Vale a dire che una critica di valore, nel mentre stesso in cui illumina un autore o un’opera, reca sempre con sé gli indizi di una visione del mondo e, se si tratta d’indizi anche stilistici, di una concezione dell’uomo. È questa la prima impressione che si ricava leggendo &lt;span style="font-style: italic;"&gt;L’albero. Saggi sul romanzo&lt;/span&gt; di Massimo Rizzante («saggi», Marsilio, pp. 175, € 16,00), un libro che affronta casi di varia collocazione storica e geografica, da Boccaccio a Saramago, da Saul Bellow a Danilo Kiš e Kenzaburo Oe, in un succedersi d’immersioni analitiche che reca le tracce di un percorso di ricerca innanzitutto personale. La seconda impressione, appurato che l’autore è anche poeta – la sua ultima raccolta è &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Nessuno&lt;/span&gt;, Piero Manni 2007 – e traduttore – sua è la versione italiana dell’ultimo saggio di Milan Kundera, &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Il sipario&lt;/span&gt; –, è che Rizzante, smarcandosi dallo scientismo accademico e dal provincialismo italocentrico che non di rado viziano anche le pagine dei nostri critici migliori, incarni piuttosto un raro caso nostrano di “critica d’autore” come quelli, stranieri e più celebri, di un Eliot, di un Brodskij o dello stesso Kundera: il quale, giustappunto, firma la presentazione del volume definendolo un «saggio letterario sulla letteratura». In effetti, a determinare la qualità di questi saggi (in realtà tredici diversi capitoli di un’unica opera organica e compiuta) è in primo luogo un’accurata ricerca formale, plasmata di volta in volta sui testi affrontati: «La forma» con le parole di Kundera, «ovvero: il sentiero che conduce all’enigma sempre diverso di ogni opera studiata». Per il resto, sia esso rivolto alla costruzione fenomenologica del personaggio in Hermann Broch o alla poetica nabokoviana del romanzo come «paradiso perduto dei dettagli», oppure dedicato a un inedito accostamento tra Svevo e Gombrowicz o all’esplorazione delle origini novellistiche del romanzo moderno tra le righe del &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Decameron&lt;/span&gt;, il vaglio critico di Rizzante poggia su una profonda fiducia nella letteratura romanzesca come strumento di cognizione dell’uomo e del mondo. Più precisamente, giacché «la conoscenza romanzesca è conoscenza del concreto» e «il romanzo corregge la Storia, ovvero la rende concreta», mentre la sua ambizione, sulle orme di Lukács, è sempre ancora quella di rendere possibile attraverso la forma «l’esperienza della totalità», l’obiettivo ultimo di Rizzante risulta quello di rinvenire nelle opere scelte «il luogo purgatoriale dell’arte, lontano tanto dal “mondo degradato” da dove si sogna quanto dal paradiso da dove si è cominciato a sognare». Del resto è proprio qui, in una misurata prossimità al concreto, tra la coscienza e la nostalgia che alimentano ogni poiesis, che la critica stessa può ritrovare la propria funzione e, nel dialogo con le opere, farsi spirito critico, straniamento: facoltà d’intervento sul reale.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;(Questa recensione è apparsa su «Alias» dell'8 marzo 2008)&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2425021903460302584-5252763595262343360?l=harzblog.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://harzblog.blogspot.com/feeds/5252763595262343360/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2425021903460302584&amp;postID=5252763595262343360&amp;isPopup=true' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2425021903460302584/posts/default/5252763595262343360'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2425021903460302584/posts/default/5252763595262343360'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://harzblog.blogspot.com/2008/04/tra-coscienza-e-nostalgia.html' title='Tra coscienza e nostalgia: Massimo Rizzante'/><author><name>Stefano Zangrando</name><uri>http://www.blogger.com/profile/03768768279688625481</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2425021903460302584.post-2241094135769699245</id><published>2008-04-18T07:38:00.004+01:00</published><updated>2008-05-05T20:35:44.186+01:00</updated><title type='text'>Aimé Césaire (1913-2008)</title><content type='html'>&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;span class="testo"  style="font-family:trebuchet ms;"&gt;Una civiltà che si dimostra incapace di risolvere i problemi generati dal suo funzionamento, è una civiltà decadente. Una civiltà che sceglie di chiudere gli occhi ai più cruciali fra i suoi problemi, è una civiltà malata. Una civiltà che scherza con i suoi principi è una civiltà moribonda. Il fatto è che la civiltà cosidetta «europea», quella «occidentale», tale e quale l'hanno modellata due secoli di regimi borghesi, è incapace di risolvere i due principali ordini di problemi ai quali la sua stessa nascita ha dato luogo: il problema coloniale, e quello del proletariato. Problemi che, chiamata in causa dal tribunale della ragione o da quello della coscienza, quel tipo di Europa è incapace di giustificare. Problemi che cercherà sempre più di eludere, rifugiandosi in una ipocrisia tanto più odiosa, quante meno probabilità ha di trarre in inganno. L'Europa è indifendibile. Pare sia questa la constatazione a cui si affidano tutti i bassi strateghi americani. Ma questo non è grave. Il fatto grave, semmai, è che l'Europa è indifendibile moralmente, spiritualmente. Oggigiorno, si trova sotto il banco di accusa non solo delle moltitudini europee, ma anche di decine e decine di milioni di uomini che, dal fondo della loro schiavitù, si ergono a giudici. Si può uccidere in Indocina, torturare in Madagascar, imprigionare nell'Africa nera, imperversare nelle Antille. I colonizzati ormai, sanno che possiedono un vantaggio sui colonialisti. Sanno che i loro «maestri» mentono. Dunque, sono maestri deboli. E poiché, oggigiorno, mi si chiede di parlare della colonizzazione e della civilizzazione, andiamo diritti al cuore della menzogna principale, quella da cui proliferano tutte le altre. Colonizzazione o civilizzazione, dunque? La maledizione peggiore comunque, in questo campo, è quella di essere &lt;span style="color: rgb(51, 0, 51); font-weight: bold;"&gt;vittime in buona fede di una ipocrisia collettiva&lt;/span&gt;, abile nel porre in maniera sbagliata i problemi, per legittimare meglio le soluzioni odiose proposte. Questo significa che l'essenziale è vederci chiaro, pensare chiaramente, capire pericolosamente, rispondere in maniera chiara all'innocente domanda posta all'inizio: che cosa è, nei suoi principi, la colonizzazione? Conveniamo su un punto: non si tratta nè di evangelizzazione, né di impresa filantropica, né di volontà di ridurre le frontiere dell'ignoranza, della malattia, della tirannide, né dell'allargamento della conoscenza di dio, né dell'estensione del diritto. Significa ammettere una volta per tutte... che il gesto decisivo, qui, è proprio quello dell'avventuriero e del pirata, del mercante di spezie e dell'armatore, del cercatore d'oro e dello speculatore, della brama e della forza che si portano appresso l'ombra malefica di una forma di civilizzazione che, a un dato momento della sua storia, si trova obbligata, per ragioni interne, a estendere su scala mondiale la concorrenza della sue economie antagoniste. Seguendo questa analisi, constato che l'ipocrisia ha un'origine recente. Né Cortez mentre scopriva il Messico, né Pizzarro davanti a Cuzco (meno ancora Marco Polo a Cambaluc), si protestarono precursori di un ordine superiore. Ammazzarono, saccheggiarono, forti di lance, armi, brame e cupidigia. Ma i baveurs sono venuti più tardi, e la grande responsabile è la pedanteria cristiana, che ha posto i problemi in modo disonesto. Cristianesimo uguale civilizzazione, paganesimo uguale barbarie. Cosa poteva nascerne se non abominevoli conseguenze colonialiste, razziste, le cui vittime designate erano gli indiani, i gialli, i neri? &lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;div style="text-align: right;"&gt;&lt;span class="testo"  style="font-family:trebuchet ms;"&gt;&lt;br /&gt;Da &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Discours sur le colonialisme&lt;/span&gt; (Ed. Présence Africaine, Paris 1955).&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span class="testo"  style="font-family:trebuchet ms;"&gt;Traduzione di Marco Dotti&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2425021903460302584-2241094135769699245?l=harzblog.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://harzblog.blogspot.com/feeds/2241094135769699245/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2425021903460302584&amp;postID=2241094135769699245&amp;isPopup=true' title='2 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2425021903460302584/posts/default/2241094135769699245'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2425021903460302584/posts/default/2241094135769699245'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://harzblog.blogspot.com/2008/04/aim-csaire-1913-2008.html' title='Aimé Césaire (1913-2008)'/><author><name>Stefano Zangrando</name><uri>http://www.blogger.com/profile/03768768279688625481</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>2</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2425021903460302584.post-1742759761673253372</id><published>2008-04-15T18:17:00.012+01:00</published><updated>2008-05-05T20:37:14.671+01:00</updated><title type='text'>Titanic</title><content type='html'>&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt;«Se prima camminavamo tutti sopra un cornicione al trentesimo piano di un grattacielo come i protagonisti dei vecchi film americani, adesso su quel cornicione, forse addirittura qualche piano più in su, andiamo bendati e a balzelloni mentre intorno a noi comincia a tirare un vento impetuoso. Noi, Italiani al gran ballo del Titanic, non ci siamo voluti accorgere di nulla, né di quanto avviene a casa nostra né della situazione del mondo e abbiamo consegnato di nuovo le chiavi di casa a chi, indipendentemente da quale dei due gemelli siamesi, sappiamo perfettamente che ci condurrà, sempre con voce suadente da televenditore qual è, alla rovina. Non è per me che mi dolgo: è per i miei figli.»&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;div style="text-align: right;"&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt;Stefano Montanari&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt;(tratto da &lt;a style="color: rgb(255, 0, 0);" href="http://www.stefanomontanari.net/index.php?option=com_content&amp;amp;task=view&amp;amp;id=752&amp;amp;ac=0&amp;amp;Itemid=1"&gt;qui&lt;/a&gt;)&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2425021903460302584-1742759761673253372?l=harzblog.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://harzblog.blogspot.com/feeds/1742759761673253372/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2425021903460302584&amp;postID=1742759761673253372&amp;isPopup=true' title='6 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2425021903460302584/posts/default/1742759761673253372'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2425021903460302584/posts/default/1742759761673253372'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://harzblog.blogspot.com/2008/04/titanic.html' title='Titanic'/><author><name>Stefano Zangrando</name><uri>http://www.blogger.com/profile/03768768279688625481</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>6</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2425021903460302584.post-7824706357131213815</id><published>2008-03-18T09:04:00.007Z</published><updated>2008-04-12T19:57:13.133+01:00</updated><title type='text'>Intervallo</title><content type='html'>&lt;div align="justify"&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt;Escribir es como la segregación de las resinas; no es acto, sino lenta formación natural. Musgo, humedad, arcillas, limo, fenómenos del fondo, y no del sueño o de los sueños, sino de los barros oscuros donde las figuras de los sueños fermentan. Escribir no es hacer, sino aposentarse, estar.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt;&lt;/span&gt; &lt;/div&gt;&lt;div align="right"&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt;José Ángel Valente&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="right"&gt;&lt;span style="font-family:Trebuchet MS;"&gt;&lt;/span&gt; &lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;span style=";font-family:Trebuchet MS;font-size:85%;"  &gt;(thanks to Miguel)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2425021903460302584-7824706357131213815?l=harzblog.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://harzblog.blogspot.com/feeds/7824706357131213815/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2425021903460302584&amp;postID=7824706357131213815&amp;isPopup=true' title='3 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2425021903460302584/posts/default/7824706357131213815'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2425021903460302584/posts/default/7824706357131213815'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://harzblog.blogspot.com/2008/03/intervallo.html' title='Intervallo'/><author><name>Stefano Zangrando</name><uri>http://www.blogger.com/profile/03768768279688625481</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>3</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2425021903460302584.post-3962106981374724017</id><published>2008-03-08T12:49:00.002Z</published><updated>2008-03-08T13:02:15.915Z</updated><title type='text'>Quella Berlino basso-corporea di Uwe Timm</title><content type='html'>&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;a style="font-family: trebuchet ms;" onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://www.kiwi-verlag.de/files/autor/autor_1141.jpg"&gt;&lt;img style="margin: 0pt 10px 10px 0pt; float: left; cursor: pointer; width: 101px; height: 154px;" src="http://www.kiwi-verlag.de/files/autor/autor_1141.jpg" alt="" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style="font-family: trebuchet ms;"&gt;Fino a poco tempo fa la tardiva fortuna italiana del tedesco Uwe Timm, inaugurata in modo singolare da un racconto per ragazzi (&lt;/span&gt;&lt;span style="font-style: italic; font-family: trebuchet ms;"&gt;Mimmo codino maialino corridore&lt;/span&gt;&lt;span style="font-family: trebuchet ms;"&gt;, Einaudi 2003), era legata più o meno equamente a opere di finzione come la novella &lt;/span&gt;&lt;span style="font-style: italic; font-family: trebuchet ms;"&gt;La scoperta della currywurst&lt;/span&gt;&lt;span style="font-family: trebuchet ms;"&gt; e il romanzo &lt;/span&gt;&lt;span style="font-style: italic; font-family: trebuchet ms;"&gt;Rosso&lt;/span&gt;&lt;span style="font-family: trebuchet ms;"&gt;, entrambi usciti da Le Lettere, e “storie vere” come i mondadoriani &lt;/span&gt;&lt;span style="font-style: italic; font-family: trebuchet ms;"&gt;L’amico e lo straniero&lt;/span&gt;&lt;span style="font-family: trebuchet ms;"&gt; e &lt;/span&gt;&lt;span style="font-style: italic; font-family: trebuchet ms;"&gt;Come mio fratello&lt;/span&gt;&lt;span style="font-family: trebuchet ms;"&gt;. In queste ultime, come in parte anche nel più ambizioso &lt;/span&gt;&lt;span style="font-style: italic; font-family: trebuchet ms;"&gt;Rosso&lt;/span&gt;&lt;span style="font-family: trebuchet ms;"&gt;, secondo episodio di un’ancora incompiuta «trilogia berlinese», il legame amicale o parentale con personaggi &lt;/span&gt;&lt;span style="font-style: italic; font-family: trebuchet ms;"&gt;in absentia&lt;/span&gt;&lt;span style="font-family: trebuchet ms;"&gt; era il punto di partenza per retrospezioni che fondevano in un’unica dimensione narrativa pubblico e privato, la Storia del XX secolo e le «storie quotidiane» che costituiscono il tratto più noto della poetica dell’autore. Della «trilogia berlinese» Le Lettere pubblica ora il primo volume, il romanzo &lt;/span&gt;&lt;span style="font-style: italic; font-family: trebuchet ms;"&gt;La notte di San Giovanni&lt;/span&gt;&lt;span style="font-family: trebuchet ms;"&gt; («pan narrativa», &lt;/span&gt;&lt;a style="font-family: trebuchet ms;" onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://www.lelettere.it/Data/Files/prodotti/678nottesangiovanni.JPG"&gt;&lt;img style="margin: 0pt 0pt 10px 10px; float: right; cursor: pointer; width: 106px; height: 158px;" src="http://www.lelettere.it/Data/Files/prodotti/678nottesangiovanni.JPG" alt="" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style="font-family: trebuchet ms;"&gt;traduzione di Matteo Galli, pp. 232, € 20,00), quasi a ripristinare la naturale prevalenza, nell’opera di Timm, dell’elemento finzionale. A Timm stesso, del resto, è capitato di palesarsi autore per lo più immaginativo, in senso aristotelico e chisciottesco, dichiarando che «il narratore non si limita a raccontare con le proprie parole ciò che è stato, bensì racconta &lt;/span&gt;&lt;span style="font-style: italic; font-family: trebuchet ms;"&gt;ex novo&lt;/span&gt;&lt;span style="font-family: trebuchet ms;"&gt; e diversamente, ossia come avrebbe potuto essere; egli narra un’altra realtà». E una realtà incessantemente “altra”, sfuggente e proteiforme come la natura di uomini e dèi nel &lt;/span&gt;&lt;span style="font-style: italic; font-family: trebuchet ms;"&gt;Midsummer Night’s Dream&lt;/span&gt;&lt;span style="font-family: trebuchet ms;"&gt; shakespeariano citato in epigrafe, è quella che fa irruzione in questa vicenda ambientata a Berlino a metà degli anni novanta del secolo scorso. Imboccando con divertita risolutezza la strada dell’autoironia, Timm muove dallo stereotipo dello scrittore in crisi d’ispirazione per imbastire un’avventura comico-picaresca in grado di gettare luce, una tappa dopo l’altra, sulle nuove affinità e le divergenze insopite tra un est e un ovest non ancora ricuciti. Il motivo propulsore del plot, che genera fin da subito un registro folklorico e basso-corporeo, è una ricerca sulle patate, cibo popolare per eccellenza, commissionata al narratore a scopo giornalistico. Giunto in una Berlino vibrante e molteplice alla vigilia della «notte più artistica dell’anno», nelle ore in cui Christo e Jeanne-Claude portano a compimento la «velatura» del Reichstag, l’alter ego fittizio di Timm s’imbatte in una fauna umana a cavallo tra il tipico e l’irripetibile, tanto inaudita quanto veritiera, che ne dirotta la &lt;/span&gt;&lt;span style="font-style: italic; font-family: trebuchet ms;"&gt;quête&lt;/span&gt;&lt;span style="font-family: trebuchet ms;"&gt; verso esiti sempre più tragicomici e grotteschi. Il baricentro strutturale di questa calibrata fantasmagoria è nella fatale attrazione del narratore verso una giovane e ambigua creatura, ad essa è perciò riservata la &lt;span style="font-style: italic;"&gt;pointe&lt;/span&gt; del romanzo; ma il punto di fuga della storia, e il sigillo della sua levità, sarà il canto rivelatore di un senzatetto russo, ancora una volta all’incrocio tra grande Storia e quotidianità: «Corrono via come ombre notturne / nessuno può conoscerli, / né il cacciatore può sparargli con polvere e piombo; / i pensieri sono liberi».&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: trebuchet ms;"&gt;(&lt;span style="font-style: italic;"&gt;Questa recensione è apparsa su «Alias» del 16 febbraio 2008&lt;/span&gt;)&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2425021903460302584-3962106981374724017?l=harzblog.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://harzblog.blogspot.com/feeds/3962106981374724017/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2425021903460302584&amp;postID=3962106981374724017&amp;isPopup=true' title='4 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2425021903460302584/posts/default/3962106981374724017'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2425021903460302584/posts/default/3962106981374724017'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://harzblog.blogspot.com/2008/03/quella-berlino-basso-corporea-di-uwe.html' title='Quella Berlino basso-corporea di Uwe Timm'/><author><name>Stefano Zangrando</name><uri>http://www.blogger.com/profile/03768768279688625481</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>4</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2425021903460302584.post-737383696780225817</id><published>2008-03-03T18:23:00.011Z</published><updated>2008-03-05T11:19:29.227Z</updated><title type='text'>Unrequested_Podcast_#4</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://unrequested_podcast.podomatic.com/#"&gt;&lt;img style="margin: 0pt 10px 10px 0pt; float: left; cursor: pointer; width: 200px;" src="http://unrequested_podcast.podomatic.com/2008-02-29T03_51_11-08_00.jpg" alt="" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt;Il mio amico &lt;/span&gt;&lt;a style="font-family: trebuchet ms;" href="http://www.linzmuzik.com/"&gt;Linz&lt;/a&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt;, compositore indomito e dj &lt;span style="font-style: italic;"&gt;fou&lt;/span&gt;, ha pubblicato un nuovo episodio del suo "unrequested podcast". La "copertina" di questa puntata, qui a sinistra, è imperdibile. La musica – fate voi: potete accedere alla sua pagina podcast cliccando sull'immagine; da lì poi potete scegliere se ascoltare o scaricare il file. Ci troverete anche le puntate precedenti, copertine comprese. Da non perdere dj Saddam. &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Enjoy&lt;/span&gt;. Ad maiora.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Postilla lilla nel giorno di San Giovan Giuseppe della Croce Francescano Alcantarino: &lt;span style="color: rgb(204, 102, 204);"&gt;spendere soldi in beni secondari è un comportamento decadente&lt;/span&gt;.&lt;/span&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2425021903460302584-737383696780225817?l=harzblog.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://harzblog.blogspot.com/feeds/737383696780225817/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2425021903460302584&amp;postID=737383696780225817&amp;isPopup=true' title='2 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2425021903460302584/posts/default/737383696780225817'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2425021903460302584/posts/default/737383696780225817'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://harzblog.blogspot.com/2008/03/unrequestedpodcast4.html' title='Unrequested_Podcast_#4'/><author><name>Stefano Zangrando</name><uri>http://www.blogger.com/profile/03768768279688625481</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>2</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2425021903460302584.post-4262643438258574624</id><published>2008-02-25T12:39:00.011Z</published><updated>2008-05-05T20:45:17.201+01:00</updated><title type='text'>Di sbranamenti e buchi in pancia</title><content type='html'>&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt;Andava Cappuccetto din din e din dera&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt;Andava Cappuccetto din din e din dà&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt;Tra l'erba e i fiori di mille colori&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt;del bosco spensierata il sentiero imboccò&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt;Ma venne un lupo nero din din e din dera&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt;Ma venne un lupo nero din din e din dà&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt;Disse: "Sei bella, hai gli occhi di stella"&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt;e Cappuccetto Rosso con lui si fermò&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt;"Andiamo dalla nonna" din din e din dera&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt;"Andiamo dalla nonna" din din e din dà&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt;Ma a un buon boccone pensava il briccone&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt;e via a grandi passi per primo arrivò&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt;"Toc, toc, son Cappuccetto" din din e din dera&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt;"Toc toc, son Cappuccetto" din din e din dà&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt;"Tira il paletto, su, entra, ti aspetto"&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt;ma il lupo con un balzo la nonna mangiò&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt;Con cuffia e camiciona din din e din dera&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt;Con cuffia e camiciona din din e din dà&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt;Il lupo aspettava, rideva e cantava&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt;e appena udì bussare, "Avanti!" gridò&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt;"Che mani, che spavento" din din e din dera&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt;"Che mani, che spavento" din din e din dà&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt;"Che unghie, che denti, nonnina mi senti?!"&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt;ma il lupo in un momento la bimba sbranò&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt;Ma un bravo cacciatore din din e din dera&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt;Ma un bravo cacciatore din din e din dà&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt;Spara e fa un buco in pancia del lupo&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt;e nonna e Cappuccetto così liberò&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt;Questa è la filastrocca che la mia compagna canta ogni giorno o quasi, una o più volte, a nostro figlio, detto il Kaiser, a scopo d'intrattenimento – perché un pupo, oltre a un'ovvia valanga d'affetto, non chiede altro che questo: &lt;span style="font-style: italic;"&gt;entertainment&lt;/span&gt; – in carne e ossa.&lt;br /&gt;Ciò che ogni volta desta in me un certo stupore è la combinazione tra l'ilarità elementare della melodia, di cui qui non si può rendere conto, e la disinvoltura con cui trovano espressione, in versi privi di asperità e persino belli nella loro esattezza ritmica, dettagli impercettibilmente osceni come la seduzione di Cappuccetto Rosso, lo sbranamento di quest'ultima – un falso palese, giacché com'è noto C.R. viene inghiottita in un sol boccone, o come diavolo farebbe alla fine a uscire intera dalla pancia? – e il brutale, meravigliosamente semplice «buco» dell'ultima strofa.&lt;br /&gt;L'immagine che sintetizza questo singolare equilibrio, tuttavia, è forse quella della terz'ultima strofa: il lupo travestito «con cuffia e camicione» aspetta Capuccetto Rosso ballando e cantando allo stesso ritmo evocato dalla filastrocca, e io adesso ho davanti agli occhi questo seduttore consumato che, per giungere a possedere l'oggetto del desiderio, si è addirittura travestito da donna, anzi da nonna, e per giunta, anziché infilarsi nel letto – e dove se no? – ad aspettare la giovane, danza e canta in mezzo alla stanza con lo stomaco pieno della vecchia.&lt;br /&gt;Si noti l'irrilevanza, di fronte a cotanta dissolutezza, del «bravo cacciatore» dell'ultima strofa, giusto un contentino perbenista.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2425021903460302584-4262643438258574624?l=harzblog.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://harzblog.blogspot.com/feeds/4262643438258574624/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2425021903460302584&amp;postID=4262643438258574624&amp;isPopup=true' title='13 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2425021903460302584/posts/default/4262643438258574624'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2425021903460302584/posts/default/4262643438258574624'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://harzblog.blogspot.com/2008/02/di-sbranamenti-e-buchi-in-pancia.html' title='Di sbranamenti e buchi in pancia'/><author><name>Stefano Zangrando</name><uri>http://www.blogger.com/profile/03768768279688625481</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>13</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2425021903460302584.post-5105596071662106608</id><published>2008-02-20T18:09:00.006Z</published><updated>2009-04-02T08:05:04.770+01:00</updated><title type='text'>Michael Krüger e la malattia dello scrivere</title><content type='html'>&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt;Di Michael Krüger, poliedrica personalità del mondo letterario tedesco, colpisce la costante qualità degli esiti: il suo lavoro editoriale alla guida dell’Hanser Verlag di Monaco e come direttore della rivista «Akzente» ha concorso a mantenere alto il livello della letteratura tedesca degli ultimi decenni tanto quanto le sue opere poetiche e romanzesche vi hanno contribuito in termini estetici. I suoi romanzi, in particolare, spesso gravitanti attorno al mestiere di scrivere o aventi per protagonisti intellettuali e artisti, hanno sempre costituito un lucido contraltare, di volta in volta più o meno grottesco, alla deriva ornamentale delle arti e dei costumi. Con il suo ultimo&lt;/span&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://harz.it/uploaded_images/lacommediatorinese-746290.jpeg"&gt;&lt;img style="margin: 0pt 0pt 10px 10px; float: right; cursor: pointer;" src="http://harz.it/uploaded_images/lacommediatorinese-746287.jpeg" alt="" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt; lavoro narrativo, &lt;/span&gt;&lt;span style="font-style: italic;font-family:trebuchet ms;" &gt;La commedia torinese&lt;/span&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt; (traduzione di Palma Severi, Einaudi «Arcipelago»), Krüger fa un deciso passo avanti, confrontandosi con l’«inguaribile malattia dello scrivere» in un’opera nient’affatto autoreferenziale, con un perfetto equilibrio compositivo e connotata da una sensibilità per il dettaglio umano, una saggezza romanzesca che è il frutto manifesto di una maturazione innanzitutto personale. Il narratore M. è chiamato a gestire il lascito del suo migliore amico Rudolf, uno dei più celebri e acclamati scrittori tedeschi della contemporaneità, suicidatosi come altri suoi illustri predecessori a Torino, dove viveva e dirigeva un istituto di ricerca presso il locale ateneo. Ad attendere M., oltre alla vedova morente Elsa e ad una mole esorbitante di carte postume, l’infida collaboratrice Marta, assistente del defunto e responsabile materiale del lascito, e lo zoo segreto allestito da Rudolf sul terrazzo della propria abitazione, indizio velatamente allegorico di una misantropia ostentata all’esterno come rifiuto radicale di ogni pubblica onorificenza. Questo rifiuto dello stesso mondo che lo porta in gloria è solo una delle innumerevoli ambiguità di Rudolf, un personaggio che ha nelle proprie zone d’ombra la sua stessa ragion d’essere. All’emergere di una terza aspirante vedova, che con il narratore ed Elsa aveva condiviso l’amicizia del giovane Rudolf negli anni di studio universitario a Berlino, si aggiunge la scoperta, da parte di M., di documentazione che attesta plagi illustri all’origine di uno dei più fortunati romanzi dell’amico scomparso. La svolta dell’esile trama, che vede il narratore mutarsi in «falsario», porta la narrazione, pur cadenzata dal ritmo regolare di ricordi e digressioni, a dialogare in modo sempre più serrato con quel ramo della tradizione romanzesca del XX secolo che ha cercato nel documento, nel collage e nella citazione un’affermazione di vitalità poetica contro ogni ipotesi di “fine della letteratura”. L’interrogativo sull’«ultimo romanzo» scritto da Rudolf prima di uccidersi, uno «sforzo titanico» destinato a restituire con la massima precisione «sessant’anni di Germania postbellica», troverà così una risposta coerente a livello strutturale, ma non per questo meno sorprendente, mentre all’empatia di chi legge rimarrà l’evidenza che alla «malattia» della scrittura è inevitabile soccombere.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;(Questa recensione è apparsa su «Alias» del 3 novembre 2007)&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2425021903460302584-5105596071662106608?l=harzblog.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://harzblog.blogspot.com/feeds/5105596071662106608/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2425021903460302584&amp;postID=5105596071662106608&amp;isPopup=true' title='2 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2425021903460302584/posts/default/5105596071662106608'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2425021903460302584/posts/default/5105596071662106608'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://harzblog.blogspot.com/2008/02/michael-krger-e-la-malattia-dello.html' title='Michael Krüger e la malattia dello scrivere'/><author><name>Stefano Zangrando</name><uri>http://www.blogger.com/profile/03768768279688625481</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>2</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2425021903460302584.post-8686913230490434238</id><published>2008-02-12T17:26:00.003Z</published><updated>2008-02-16T16:28:38.208Z</updated><title type='text'>Pausa cafè</title><content type='html'>&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-style: italic;font-family:trebuchet ms;" &gt;È ingenuo credere che il fine dell’amore sia la felicità degli amanti. Chiunque abbia un minimo di esperienza in questo campo ha conosciuto la propria infelicità amorosa. Non c’è che la riproduzione: ecco l’unico fine dell’amore.&lt;/span&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt; (R. Renard)&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt;“Che banalità” commentò Lucio, succhiando il cioccolatino. I sensi, ancora irritati dal traffico, resistevano adesso storditi tra gli effluvi di caffè, voci sconnesse e il tinnito di acciai e ceramiche. Appallottolò il bigliettino rosso e lo gettò nel portaombrelli vuoto. Prese un sorso dalla tazzina e, muovendo tra i denti il liquido bollente, sentì l’ultimo strato di cioccolato sciogliersi sulla lingua: lo assaporò. Qualcuno lo urtò con un gomito. Alzò una mano e si rivolse alla barista: “Ne prendo un altro”. Oltre il bancone, a pochi centimetri da un piano d’alluminio, un ombelico socchiuso tra due palpebre verdi gli badò appena. Scartò, infilò in bocca il cioccolatino e dispiegò il nuovo biglietto sul bancone.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;font-family:trebuchet ms;" &gt;Se vi amerete senza volervi bene, la vostra non sarà che una passione senza affetto: cecità. L’infelicità della vostra relazione esprimerà agli occhi del mondo il fallimento dell’amore romantico come sogno personale e collante sociale. &lt;/span&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt;(G. Fourier-Buffon)&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt;“Mio Dio!” sbottò Lucio, “Che razza di roba è questa?”. Mentre appallottolava anche il secondo bigliettino, la voce della barista gli suggerì: “Se non le piace il cioccolato amaro, provi quelli al latte”, e un avambraccio nudo gli indicò un cestello azzurro vicino alla cassa.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt;Lo sguardo di Lucio restò fisso su quella nudità. “Veramente non…”. Da quanto tempo non riusciva più a vedere una donna &lt;/span&gt;&lt;span style="font-style: italic;font-family:trebuchet ms;" &gt;intera&lt;/span&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt;? “Grazie”. Rovesciò in gola il caffè e, prima di estrarre il portafoglio, allungò una mano verso il cestello.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt;I rumori secchi della cassa suonarono come una cacciata. Ma che altro era quel bar se non un’altra bolgia di passaggio? Riecco, rombi e caligine: nessun varco. Era ancora sulla soglia quando, succhiando a malincuore il cioccolatino al latte – non tollerava il cioccolato al latte, lo stuccava e gli procurava dolorose vescichette all’interno della bocca –, lesse l’ultimo bigliettino:&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;font-family:trebuchet ms;" &gt;Quanto più amo, tanto più ho in odio la morte. &lt;/span&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt;(A. Nolte)&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt;Una folata di vento fresco gli rigirò il foglietto tra le mani. Alzò gli occhi: al di là della strada, oltre i tetti dell’istituto, si addensava in grandi nubi il plumbeo annuncio di un temporale.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt;Si voltò un’ultima volta, mirò al portaombrelli vuoto, poi scavalcò con lo sguardo gli altri corpi, ma la barista era girata di schiena, china sul lavandino, e il bancone le tagliava la figura all’altezza dei fianchi. Lucio alzò le spalle: “Tanto più ho in odio la morte” pensò e si gettò in strada, zigzagando tra le auto.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://bildbach.net/twiki/pub/Photographien/GasagHaus/03_33berlin_gasag04.jpg"&gt;&lt;img style="margin: 0px auto 10px; display: block; text-align: center; cursor: pointer; width: 400px;" src="http://bildbach.net/twiki/pub/Photographien/GasagHaus/03_33berlin_gasag04.jpg" alt="" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;div style="text-align: center;"&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;(foto &lt;a href="http://bildbach.net/"&gt;bildbach&lt;/a&gt;)&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-style: italic;font-family:georgia;" &gt;(Questo testo è uscito con il titolo &lt;/span&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;In odio la morte&lt;/span&gt;&lt;span style="font-style: italic;font-family:georgia;" &gt; e con una diversa impaginazione nel numero 10 di «&lt;a href="http://www.lavieri.it/sud/index.htm"&gt;sud&lt;/a&gt;», da poco uscito.&lt;/span&gt;&lt;span style="font-style: italic;font-family:georgia;" &gt;)&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2425021903460302584-8686913230490434238?l=harzblog.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://harzblog.blogspot.com/feeds/8686913230490434238/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2425021903460302584&amp;postID=8686913230490434238&amp;isPopup=true' title='1 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2425021903460302584/posts/default/8686913230490434238'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2425021903460302584/posts/default/8686913230490434238'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://harzblog.blogspot.com/2008/02/pausa-caf.html' title='Pausa cafè'/><author><name>Stefano Zangrando</name><uri>http://www.blogger.com/profile/03768768279688625481</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>1</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2425021903460302584.post-2480646197625430965</id><published>2008-02-08T08:32:00.000Z</published><updated>2008-02-08T13:11:41.880Z</updated><title type='text'>Un senso alienato della vita</title><content type='html'>&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt;di &lt;/span&gt;&lt;span style="font-weight: bold;font-family:trebuchet ms;" &gt;Enzo Mazzi&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;font-family:trebuchet ms;" &gt;[Leggo sul «Manifesto» di oggi questo testo che prende le mosse da un fatto di cronaca per riflettere sul rapporto tra sacro e violenza rispetto alla vita, al &lt;/span&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt;bios&lt;/span&gt;&lt;span style="font-style: italic;font-family:trebuchet ms;" &gt;: un utile spunto per la (mia) riflessione.]&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt;Il documento dei dirigenti delle cliniche romane di ostetricia, che sancisce il dovere dei medici di rianimare in ogni caso il feto neonato in estrema prematurità, pur in presenza di rischi di gravi sofferenze e malformazioni e anche contro la volontà della madre, ha un sapore di provocazione fondamentalista che rasenta l'horror. Molto è stato detto su questa «crudeltà insensata», come l'ha giustamente definita Livia Turco. Ma credo che partendo dal senso di sgomento per tali aberrazioni si debba riflettere sulle cause profonde. Ritengo che al fondo della crudeltà insensata del documento ci sia un senso alienato della vita. Un senso derivante dalla penetrazione nella società moderna del dominio del sacro che è una delle principali fonti di violenza. La vita è sacra in quanto parte di un tutto in divenire che comprende finitezza e morte. La cultura sacrale invece separa la vita dalla sua finitezza.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt;La vita viene sacralizzata come dimensione astratta contrapposta alla dimensione altrettanto astratta della morte. La sacralità intesa come astrazione, separazione e contrapposizione fra le varie dimensioni della nostra esistenza è la proiezione di un'angoscia irrisolta, di una frattura interna, di una mancanza di autonomia e infine di una alienazione della propria soggettività nelle mani del potere.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt;Sbaglieremmo se identificassimo il sacro solo con la sua espressione di tipo religioso. La sacralità è una funzione del potere, del dominio e dell'espropriazione dell'uomo e della donna. Ovunque si afferma lo spazio sacro ivi c'è l'interdizione dell'uomo della donna di gestire la propria esistenza con la ragione e con l'azione responsabile. E s'impone il potere assoluto di un dio, sia il dio delle religioni tradizionali o il dio delle religioni profane, le religioni del danaro, della scienza, della tecnica, della guerra. Questo travaso del sacro dalla cultura religiosa alla razionalità moderna non andrebbe secondo me sottovalutato.&lt;/span&gt; &lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt;Sono tanti i laici che credono di essersi liberati del sacro perché non si fanno più il segno della croce. Si dichiarano non-credenti, atei, agnostici e si voltano altrove. E così le strutture del sacro che avvincono le regioni profonde delle persone e della società possono agire liberamente continuando a inquinare le nostre esistenze individuali e collettive.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt;Se ci guardiamo un po' dentro troviamo una percezione della vita separata dalla sua intrinseca finitezza, scorgiamo nella penombra oscura del nostro profondo il mito o il sogno per tutti inconfessato dell'immortalità e troviamo parimenti una percezione della morte come realtà a sé separata dalla vita, come male assoluto, ipostasi o icona del nemico dietro a cui si celano tutte le inimicizie. Mentre la vita e la morte sono una cosa sola. E la morte è immersione della vita nel mare della vita.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt;I germi del sacro come alienazione sono stati insinuati dal cristianesimo dogmatico per secoli nelle coscienze. Attraverso i catechismi siamo stati abituati fin da piccoli a considerare la morte come punizione per il peccato: una specie di condanna a morte dell'umanità intera divenuta peccatrice, una esecuzione capitale che solo Dio ha il diritto di eseguire. La mostruosità distruttiva della violenza nasce da lì, dalla mostruosità di quella «condanna a morte», dalla mostruosità della violenta espropriazione della nostra responsabilità.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt;Il dogmatismo cristiano non ha inventato di sana pianta questa idea. L'ha ereditata dai millenni e l'ha rielaborata compiendo un vero e proprio rovesciamento del messaggio di gioiosa speranza che promana dalle più antiche tradizioni dei Vangeli. E a sua volta l'ha trasmessa subdolamente alla società secolarizzata.&lt;/span&gt; &lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt;Il dogmatismo cristiano, condiviso da altre religioni, ha cambiato maschera e si è insinuato nella cultura moderna. Nel nostro tempo la funzione di esorcizzare la morte, di separarla dalla vita e di disporre sia dell'una che dell'altra è assolta da grandi costruzioni sociali laiche fra cui non ultima la medicina. E' da lì, da quella radice sacrale, da quella sacralizzazione alienante, che nasce anche il documento sulla rianimazione dei feti e l'espropriazione della soggettività responsabile della madre.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt;E' un compito immane la liberazione del profondo dalla cultura sacrale. Richiede tempi troppo lunghi per la nostra impazienza. Può scoraggiare.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt;L'impegno per la liberazione sociale e politica può essere considerato una priorità assoluta. Eppure il lavoro sul profondo è indispensabile. Il ritorno del sacro come radice della violenza è sempre incombente e sempre pronto ad annullare tutte le conquiste realizzate sul piano prettamente politico.&lt;/span&gt; &lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt;Lo costatiamo ogni giorno. E' necessario opporsi all'ingiustizia e alla guerra ma il nostro impegno non sarà efficace se non c'incurveremo in un grande sforzo collettivo per individuare e sradicare il gene della violenza dal Dna culturale e religioso, creando e diffondendo una cultura di assunzione di responsabilità non violenta per tutti i viventi, impastata di saggezza e di responsabilità.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2425021903460302584-2480646197625430965?l=harzblog.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://harzblog.blogspot.com/feeds/2480646197625430965/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2425021903460302584&amp;postID=2480646197625430965&amp;isPopup=true' title='3 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2425021903460302584/posts/default/2480646197625430965'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2425021903460302584/posts/default/2480646197625430965'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://harzblog.blogspot.com/2008/02/un-senso-alienato-della-vita.html' title='Un senso alienato della vita'/><author><name>Stefano Zangrando</name><uri>http://www.blogger.com/profile/03768768279688625481</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>3</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2425021903460302584.post-5471280310982872031</id><published>2008-02-06T08:21:00.000Z</published><updated>2008-02-06T08:26:49.441Z</updated><title type='text'>Una falsa nota a piè di pagina</title><content type='html'>&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-family: trebuchet ms;"&gt;di &lt;span style="font-weight: bold;"&gt;Božidar Stanišić&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: trebuchet ms;"&gt;In Italia, terra del mio ormai lungo asilo, mi hanno più volte chiesto notizie su Aleksandar Hemon: se lo conosco, se avevo letto i suoi libri. Dicono che viva a Chicago, che scriva in inglese. Lo leggono, e molto. È stato tradotto, pare, in molte lingue. Talvolta, dicono, torna anche nella natia Sarajevo. L’età che ho non mi concede più di seguire proprio tutto quello che viene pubblicato sia nella ex Jugoslavia, che all’estero. Naturalmente, quello che concerne il tema del mio Paese di una volta, mio e di centinaia migliaia di coloro che non vivono più in nessuno dei nuovi Stati creatisi dopo la dissoluzione della Jugoslavia. Da molto tempo sono, aggiungo, fuori. Quando torno dentro, nel corso del mio turismo occasionale a Sarajevo, a Banja Luka, a Subotica o a Zagabria, faccio fatica a raccapezzarmi anche nelle librerie. Numerosi nomi nuovi, ancora più numerosa è la letteratura che richiede di essere compresa. Così suonano le mie risposte. Poi mi riprometto da tempo: un giorno devo leggere almeno uno dei libri di questo giovane scrittore.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: trebuchet ms;"&gt;Il libro dei racconti &lt;span style="font-style: italic;"&gt;The question of Bruno&lt;/span&gt; di Hemon, in italiano &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Spie di Dio&lt;/span&gt;, pubblicato dall’editore torinese Einaudi, l’ho preso in prestito l’anno scorso in una delle biblioteche di Udine. Il caso volle che mi recassi là per trovare alcune opere di Ivo Andrić e di Danilo Kiš in italiano. Cominciai a leggere le Spie di Dio in treno, sulla tratta Udine-Padova, un giorno verso la fine dell’anno scorso. Nel momento in cui il treno si era fermato per un guasto, nel mezzo di una fitta nebbia, ero arrivato con la lettura alla pagina 33, vale a dire fino alla fine del secondo racconto intitolato “La vita e l’opera di Alfons Kaunders”. A piè di pagina di quel racconto trovo questa nota:&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: trebuchet ms; font-style: italic;"&gt;Ivo Andrić, bosniaco, è l’unico autore jugoslavo ad aver vinto il premio Nobel. Nel 1941, quando lavorava all’ambasciata jugoslava a Berlino, contribuì a organizzare incontri tra Hitler e i politici jugoslavi collaborazionisti. Era un gentiluomo che scrisse alcuni romanzi su come la gente finisce per restare intrappolata nella storia. Alla cerimonia di consegna del premio, parlò dell’importanza dei ponti. In gioventù fu tra coloro che organizzarono l’assassinio dell’arciduca.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: trebuchet ms;"&gt;&lt;/span&gt;&lt;a href="http://rivistapaginazero.wordpress.com/2008/02/05/aleksandar-hemon-una-falsa-nota-a-pie-di-pagina-il-%e2%80%9cnuovo%e2%80%9d-andric-in-italia/"&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: trebuchet ms;"&gt;Continua a leggere nel blog della rivista «Pagina Zero»&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: trebuchet ms;"&gt; &lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2425021903460302584-5471280310982872031?l=harzblog.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://harzblog.blogspot.com/feeds/5471280310982872031/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2425021903460302584&amp;postID=5471280310982872031&amp;isPopup=true' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2425021903460302584/posts/default/5471280310982872031'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2425021903460302584/posts/default/5471280310982872031'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://harzblog.blogspot.com/2008/02/una-falsa-nota-pi-di-pagina.html' title='Una falsa nota a piè di pagina'/><author><name>Stefano Zangrando</name><uri>http://www.blogger.com/profile/03768768279688625481</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2425021903460302584.post-6838937447634161160</id><published>2008-02-04T08:22:00.003Z</published><updated>2008-05-05T20:49:31.659+01:00</updated><title type='text'>Il pastore e il taglialemma (post italo-tedesco)</title><content type='html'>&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt;Mentre il pastore tedesco le spara sempre più grosse («la civiltà di un popolo si misura dalla sua capacità di &lt;/span&gt;&lt;span style="font-style: italic;font-family:trebuchet ms;" &gt;servire&lt;/span&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt; la vita» - corsivo mio - brrr!) da un anfratto dell'informazione nostrana ricavo finalmente una buona notizia. Eccone alcuni estratti:&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt;Roma, 31 gen. (Apcom) - La cerimonia di consegna della prima edizione del Premio italo-tedesco per la traduzione letteraria si terrà il 21 febbraio alle 17.30 al Goethe-Institut di via Savoia a Roma. Il riconoscimento è stato bandito dal ministero tedesco degli Esteri e dall'Incaricato di Berlino per la Cultura ed i Mass Media, in collaborazione con il Goethe-Institut in Italia.&lt;/span&gt; &lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt;Il premio, destinato a traduttori che, grazie al proprio lavoro, hanno contribuito alla diffusione della narrativa tedesca contemporanea in Italia e viceversa, avrà cadenza annuale.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://harz.it/uploaded_images/Arno-Schimdt-788120.jpg"&gt;&lt;img style="margin: 0pt 10px 10px 0pt; float: left; cursor: pointer;" src="http://harz.it/uploaded_images/Arno-Schimdt-788117.jpg" alt="" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt;La giuria - composta dalla presidente Magda Olivetti, dai germanisti Hermann Dorowin e Camilla Miglio, dal giornalista Andrea Casalegno, il filosofo Ugo Perone, filosofo, lo scrittore Ugo Ricarelli e il presidente della giuria tedesca Maike Albath - dopo l'esame delle opere e successive discussioni, il 15 dicembre ha deciso di assegnare il Premio per la miglior traduzione a &lt;/span&gt;&lt;span style="color: rgb(51, 0, 51); font-weight: bold;font-family:trebuchet ms;" &gt;Domenico Pinto&lt;/span&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt; per &lt;/span&gt;&lt;a style="font-family: trebuchet ms;" href="http://www.lavieri.it/collane/arno/fauno.htm"&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;Dalla vita di un fauno&lt;/span&gt; di Arno Schmidt (Lavieri Editore)&lt;/a&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt;, il Premio per tutta l'opera ad Anita Raja e il Premio esordienti a Monica Pesetti.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt;[...]&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt;I premi saranno conferiti dall'Ambasciatore tedesco Michael Steiner. Alla cerimonia prenderà parte anche la direttrice del Goethe-Institut in Italia, Susanne Hoehn, e la presidente della giuria, Magda Olivetti. Il compito della laudatio è affidato a Luigi Forte, mentre brani tratti dalle opere tradotte dai vincitori saranno letti da Cloris Brosca. [...] "Il traduttore vive in una sorta di ubiquità fra due lingue - afferma Luigi Forte - che, in modi diversi rappresentano una più ampia Heimat, lo spazio di una patria ideale: quella della letteratura".&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt;Ho detto che è una buona notizia perché conosco il lavoro di Pinto e questo riconoscimento, potete credermi, se l'è meritato tutto.&lt;br /&gt;Se al lieto annuncio ho anteposto la meschina citazione del pastore tedesco è perchè entrambe le cose, in maniera opposta, mi danno la forza di continuare a lavorare: se mai riuscirò a scrivere il mio secondo romanzo, infatti, non sarà soltanto grazie a tutti gli stimoli a fare bene che sempre ti vengono dal veder riconosciuto il valore altrui, ma anche in virtù della mia sempre più rabbiosa insofferenza degli schiavi della vita, i cui sordidi colpi di coda stanno molestamente shakerando i marroni di una nazione già alla frutta.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2425021903460302584-6838937447634161160?l=harzblog.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://harzblog.blogspot.com/feeds/6838937447634161160/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2425021903460302584&amp;postID=6838937447634161160&amp;isPopup=true' title='2 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2425021903460302584/posts/default/6838937447634161160'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2425021903460302584/posts/default/6838937447634161160'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://harzblog.blogspot.com/2008/02/il-pastore-e-il-taglialemma.html' title='Il pastore e il taglialemma (post italo-tedesco)'/><author><name>Stefano Zangrando</name><uri>http://www.blogger.com/profile/03768768279688625481</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>2</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2425021903460302584.post-3019051955660553503</id><published>2008-01-31T14:38:00.000Z</published><updated>2008-02-01T20:33:54.190Z</updated><title type='text'>Pupi, zie e profezie</title><content type='html'>&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://harz.it/uploaded_images/familie-754589.jpg"&gt;&lt;img style="margin: 0pt 10px 10px 0pt; float: left; cursor: pointer;" src="http://harz.it/uploaded_images/familie-754570.jpg" alt="" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt;La mia compagna, il Kaiser ed io. L'altro giorno ci ha fatto visita mia madre, che non viene spesso perché vive a ottanta chilometri di distanza da noi (già questo plurale mi sta un po' stretto). Ogni volta che è qui cerca di recuperare il tempo trascorso lontano tenendo in braccio il Kaiser e coccolandoselo quanto più può; devo dire che è fin troppo scrupolosa nel dominare l'eccitazione, timorosa com'è di risultare invadente. Ma tant'è: finché lei è qui, il Kaiser, se non ha fame, rimane a sua disposizione. Alla fine della visita mia madre ha annunciato: «Questa persona e quest'altra vogliono venire a trovarvi [leggi: vedere il Kaiser], mi hanno già chiesto di potermi accompagnare una delle prossime volte e non vedono l'ora [rileggi: di vedere il Kaiser]».&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt;Le due persone in questione sono un'amica di mia madre che anch'io conosco e una mia zia. Due persone assolutamente a posto. E tuttavia a mia madre ho replicato: «Non più di una al mese, fate voi». (Lo so, sono uno stronzo; ma anche i miei cari lo sanno e sono vaccinati.)&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt;È incredibile cosa mette in moto la nascita di un bambino. Intorno a te, anzi a voi (di nuovo questo ambiguo plurale...) prendono a interessarsi, scalpitare e indaffararsi conoscenti – per lo più donne sopra i cinquanta – che non ti filavano da tempo e, se lo facevano, era solo in maniera occasionale e/o, peggio, per formalità parentale. Tutto ciò naturalmente ha i suoi vantaggi: per le prime settimane non abbiamo dovuto comprare praticamente niente, culla, lettino, fasciatoio, vestitini, primi giochi: tutto donato o prestato, nuovo o usato. Ma questi vantaggi materiali a loro volta hanno un prezzo. Dopo la nascita del Kaiser ho cominciato a sentirmi accerchiato e a poco a poco, con disinvolta inesorabilità, intruppato a forza. Dove? In qualcosa che avevo sempre fuggito come la peste e che tutt'ora mi appare sommamente detestabile.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt;Il fatto è che la mia compagna, il Kaiser ed io (lui per ora pensa con la nostra testa) non ci intendiamo e non vogliamo intenderci come una «famiglia» nel senso in cui la s'intende nel nostro ambiente parentale e, più in generale, nello Stato in cui viviamo. Ci intendiamo semplicemente come lei, lui ed io. Tre individui legati unicamente dall'affetto e da una certa comunione organica. L'idea di costituire un nucleo famigliare collegato a sua volta ad altri nuclei più o meno estesi, con cui si condividono legami di sangue e che si è tenuti a frequentare a scadenze più o meno fisse a prescindere da quanto ci si trovi bene insieme, ci inorridisce. E a me, che soffro d'asma allergica, fa pure mancare l'aria. L'unica famiglia di cui mi piace e voglio sentirmi membro, e credo che la mia compagna possa capirmi, è quella composta di volta in volta dalle persone con cui mi capita di vivere un'&lt;span style="font-style: italic;"&gt;esperienza&lt;/span&gt; &lt;span style="font-style: italic;"&gt;conviviale profonda&lt;/span&gt; (bum!), amici o parenti che siano.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt;Ieri ci hanno fatto visita i genitori della mia compagna. Vengono spesso, perché vivono nella nostra stessa cittadina. Mia suocera, si fa per dire, si è coccolata ben bene il Kaiser, il quale si è mostrato assai loquace nei suoi confronti – cosa che, a dispetto degli stereotipi, mi ha fatto molto piacere. (Poche cose oggi mi danno gioia e piacere quanto i sorrisi e i vocalizzi di mio figlio, anche quando il suo interlocutore non sono io; un giorno forse parlerò del nuovo tipo di amore che la paternità mi ha fatto conoscere.) Alla fine della visita i nonni locali del Kaiser hanno chiesto alla figlia se un giorno avesse voluto andare con loro a trovare due persone, due parenti. Si noti la discrezione: diversamente da mia madre e dalla sua cerchia, che la distanza e la nostra situazione costringono comunque a spostarsi verso i noi, questi altri nonni, chiamando in causa altri parenti, non hanno parlato di visita a casa nostra, ma a casa di quelli. Tuttavia la mia compagna ha risposto con uno scettico silenzio – ma non perché quelle due persone siano poco di buono, al contrario; il fatto è che si tratta di persone che con noi, la nostra vita e le nostre opinioni hanno pochissimo a che fare. Il suo silenzio, quindi, esprimeva la reticenza di chi è fin troppo consapevole che simili incontri raramente riservano belle e feconde sorprese, anzi, la maggior parte delle volte, non risultando sgradevoli ma neppure gradevoli, lasciano - come si suol dire - il tempo che trovano. Vale a dire che non hanno senso.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt;E poi, comunque, come accennavo all'inizio tra parentesi quadre, tutte queste visite, in prevalenza femminili e sopra i cinquanta, alla fine non sono per noi due giovani e conversevoli adulti, ma per il Kaiser. È incredibile, e non sempre simpatico agli occhi di un uomo, cosa mette in moto nelle donne la nascita di un bambino.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt;P.S. Ieri, prima di andarsene, mio suocero, si fa per dire, un uomo buono e solitario, mi ha assicurato che a trent'anni (trentaquattro, ma non l'ho corretto) è normale essere un po' allergici ai rapporti parentali, ma che quando avrò raggiunto la sua età avrò cambiato idea. Oggi, ripensando alle sue parole, ho sentito mancarmi l'aria e mi son detto che nei prossimi trent'anni le mie forze spirituali potrebbero essere utilmente impiegate anche per far sì che la sua profezia non si avveri.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2425021903460302584-3019051955660553503?l=harzblog.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://harzblog.blogspot.com/feeds/3019051955660553503/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2425021903460302584&amp;postID=3019051955660553503&amp;isPopup=true' title='6 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2425021903460302584/posts/default/3019051955660553503'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2425021903460302584/posts/default/3019051955660553503'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://harzblog.blogspot.com/2008/01/pupi-zie-e-profezie.html' title='Pupi, zie e profezie'/><author><name>Stefano Zangrando</name><uri>http://www.blogger.com/profile/03768768279688625481</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>6</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2425021903460302584.post-7636117805447384086</id><published>2008-01-23T14:56:00.000Z</published><updated>2008-01-23T15:16:54.552Z</updated><title type='text'>1954</title><content type='html'>&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://harz.it/uploaded_images/gombro&amp;amp;rita2-761087.jpg"&gt;&lt;img style="margin: 0pt 10px 10px 0pt; float: left; cursor: pointer;" src="http://harz.it/uploaded_images/gombro&amp;amp;rita2-761074.jpg" alt="" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt;«Negli ultimi tempi noi artisti abbiamo accettato con troppa umiltà di farci menare per il naso da filosofi e scienziati. Non abbiamo saputo mantenere la nostra indipendenza. L'eccessivo rispetto per la verità scientifica ci ha fatto perdere di vista la nostra verità; per la smania di capire la realtà abbiamo dimenticato che non siamo qui per capire la realtà ma solo per esprimerla, e che noi, ossia l'arte, siamo la realtà. L'arte è un fatto, non un commento appiccicato al fatto. Non sta a noi spiegare, chiarire, sistematizzare e dimostrare. Siamo la parola che dice: questo mi fa male, questo mi affascina, questo mi piace, questo lo odio, questo lo desidero, questo non lo voglio... La scienza resterà sempre un'astrazione, mentre la nostra voce è la voce dell'uomo fatto di carne e sangue, è la voce individuale. Quello che conta per noi è la personalità, non l'idea. Non ci realizziamo nella sfera dei concetti, ma in quella della gente. Siamo e dobbiamo restare persone: il nostro ruolo consiste nel far sì che, in un mondo sempre più astratto, continui a risuonare la parola viva dell'uomo. Penso quindi che in questo secolo la letteratura si sia troppo assoggettata ai professori e che noi artisti dobbiamo creare uno scandalo per distruggere questi rapporti. Saremo costretti a trattare la scienza con molta arroganza e sfrontatezza per farci passare la voglia di queste malsane civetterie con le formule della ragione scientifica. Alle verità di laboratorio dovremo contrapporre con la massima durezza possibile la nostra personale e individuale intelligenza, la nostra vita privata e i nostri sentimenti.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt;[...] non so che farmene del balletto delle argomentazioni e delle contro-argomentazioni in cui si perdono sia l'intenditore sia l'ultimo dei profani. Sorretto dalla mia intuizione diretta dell'uomo, vi osservo mentre parlate e vedo la teoria storcervi la faccia in una smorfia. Non spetta a me giudicare la giustezza delle vostre ragioni: a me preme solo che la vostra ragione non vi trasformi la faccia in un grugno e che per colpa sua non diventiate ripugnanti, odiosi e indigesti. Non sono qui per controllare l'idea, ma per verificare il modo in cui l'idea influisce sulla persona. L'artista è colui che dice: "Quello là parla in modo intelligente, però è un cretino". Oppure: "Dalle labbra di quell'uomo esce una morale adamantina, ma attenzione, perché non essendo capace di adeguarsi alla propria morale, diventa una canaglia".&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt;Secondo me tutto ciò è valido nella miura in cui un'idea separata dall'uomo non ha mai una piena esistenza. Non esistono altre idee all'infuori di quelle incarnate. Non esiste verbo che non sia anche carne».&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;(Witold Gombrowicz, &lt;/span&gt;&lt;span style="font-style: italic;font-family:georgia;" &gt;Diario&lt;/span&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;, traduzione di Vera Verdiani, Feltrinelli, Milano 2004, pp. 119-20.)&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2425021903460302584-7636117805447384086?l=harzblog.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://harzblog.blogspot.com/feeds/7636117805447384086/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2425021903460302584&amp;postID=7636117805447384086&amp;isPopup=true' title='7 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2425021903460302584/posts/default/7636117805447384086'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2425021903460302584/posts/default/7636117805447384086'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://harzblog.blogspot.com/2008/01/1954.html' title='1954'/><author><name>Stefano Zangrando</name><uri>http://www.blogger.com/profile/03768768279688625481</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>7</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2425021903460302584.post-2288976137532409315</id><published>2008-01-11T20:19:00.000Z</published><updated>2008-01-16T12:20:49.114Z</updated><title type='text'>Big face</title><content type='html'>&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-family:lucida grande;"&gt;La mia compagna ed io ci siamo accorti che, a forza di contemplare il Kaiser da vicino, il suo capino e il suo visino, quando poi siamo noi a ritrovarci a quattr'occhi abbiamo entrambi la sensazione che l'altro abbia un faccione enorme. Io guardo lei e penso: "Che faccia grande che ha!", mentre lei guarda me e dice: "Che faccia grande che hai!". Allora io dico: "Anche tu!" e ci sorridiamo un po' straniati. E mica passa: continuiamo a guardarci, e la sensazione che il volto amato di fronte al nostro negli ultimi tempi si sia ingrandito non ci abbandona.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;object height="355" width="425"&gt;&lt;param name="movie" value="http://www.youtube.com/v/YAnyYTjjhJ0&amp;amp;rel=1"&gt;&lt;param name="wmode" value="transparent"&gt;&lt;embed src="http://www.youtube.com/v/YAnyYTjjhJ0&amp;amp;rel=1" type="application/x-shockwave-flash" wmode="transparent" height="355" width="425"&gt;&lt;/embed&gt;&lt;/object&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-family:lucida grande;"&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;Glossa del 16 gennaio.&lt;/span&gt; La mia compagna notava l'altro giorno "sulla propria pelle" come, osservando un neonato dormiente, non si abbia la sensazione di «spiarlo» – ha usato proprio questa parola – come invece accade con i 'grandi'. In altre parole, guardandolo dormire non proviamo nei confronti del bambino quella sensazione di oltraggio, di violazione di uno spazio intimo, segreto, che invece ci sorprende quando il nostro sguardo si posa su un adulto nella stessa situazione.&lt;br /&gt;Del resto, mi son detto, non è forse proprio l'esistenza di questa intimità, del &lt;i&gt;segreto&lt;/i&gt;, la linea di confine tra un essere umano 'bambino' e uno 'adulto'?&lt;br /&gt;D'altra parte mi è tornato in mente un pensiero di Elias Canetti che mi è capitato più volte di citare: «Non potremo mai più odiare chi abbiamo veduto dormire».&lt;br /&gt;Proprio il contrario, ora che ci penso, dell'irritazione che mi ha colto il pomeriggio di quello stesso giorno di fronte a una persona ben sveglia. Uscendo con la carrozzina per fare due passi, ci siamo imbattuti in tre donne che la mia compagna conosce appena, due anziane e una giovane madre, anch'essa con un bimbo a quattro ruote; appena le due giovani si sono salutate, rallentando il passo fino a fermarsi, un'anziana, che poi ho saputo essere la madre dell'altra, si è avvicinata alla carrozzina – che spingevo io – e, senza chiedermi niente, si è chinata a sbirciare il volto di mio figlio, scostando con una mano il piumino che lo copriva fino al mento. Come cazzo si permetteva, quella vecchia curiosona? Io non mi sarei mai sognato di avvicinare il passeggino di quell'altra e scostare il piumino in cui l'altro pupo era infagottato per vedere com'era fatto il suo muso!&lt;br /&gt;L'altra giovane mamma deve aver avvertito la mia stizza, perché, dopo aver spostato lo sguardo da me a sua madre che sbirciava, se n'è uscita con un luogo comune che me l'ha resa subito insopportabile. Ha detto: «La curiosità è femmina». O forse ha detto «donna», non ricordo.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2425021903460302584-2288976137532409315?l=harzblog.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://harzblog.blogspot.com/feeds/2288976137532409315/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2425021903460302584&amp;postID=2288976137532409315&amp;isPopup=true' title='10 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2425021903460302584/posts/default/2288976137532409315'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2425021903460302584/posts/default/2288976137532409315'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://harzblog.blogspot.com/2008/01/big-faces.html' title='Big face'/><author><name>Stefano Zangrando</name><uri>http://www.blogger.com/profile/03768768279688625481</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>10</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2425021903460302584.post-4228769537041603632</id><published>2008-01-07T19:54:00.000Z</published><updated>2008-01-08T12:05:02.015Z</updated><title type='text'>Tutto e nulla</title><content type='html'>&lt;div style="font-family: lucida grande; text-align: justify;"&gt;Raccontarti tutte le cose per filo è impossibile, mio caro, quando m'era fatica anche il vederle. Le principali erano come quelle che Omero descrive rappresentate su lo scudo di Achille: qui nozze e conviti, là tribunali e adunanze; in un luogo si facevano sacrifizi, in un altro si piangeva un morto. Gettavo lo sguardo nella Getica, e vedevo i Geti guerreggiare; più in là su gli Sciti, e li vedevo erranti su le loro carrette; volgevo l'occhio un po' dall'altra banda e miravo gli Egiziani coltivare la terra, i Fenicii trafficare, i Cilicii pirateggiare, gli Spartani farsi flagellare, gli Ateniesi piatire. Da tutte queste cose che accadevano nello stesso tempo considera tu che guazzabuglio pareva. Era come se uno prendesse molti coristi, o meglio molti cori, e comandasse a ciascun cantore di non badare ad accordo, ma cantare ciascuno il suo verso: gareggiando questi tra loro, seguitando ciascuno il verso suo, e volendo soverchiare la voce dell'altro, intendi tu, per Giove, che nuovo canto sarebbe questo?&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;span style="font-family:lucida grande;"&gt;[...]&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-family:lucida grande;"&gt;Così ragionando giungemmo al luogo dove egli doveva sedere, e ascoltare le preghiere degli uomini. V'erano in fila alcune botole, simili a bocche di pozzi, con i loro coperchi; e presso a ciascuna stava un seggio d'oro. Giove sedutosi sul primo seggio, e levato il coperchio, si pose ad ascoltare le preghiere. Si pregava da tutte le parti della terra in tante lingue in tanti modi diversi; origliai anch'io, e intesi alcune preghiere cosiffatte: O Giove, fammi diventare re! O Giove, mi vengano bene le cipolle e i porri! O Dei, muoia presto mio padre! Altri diceva: O fossi erede di mia moglie! O non si scoprisse il laccio che tendo a mio fratello! Vincessi questo piato! Fossi coronato in Olimpia! Dei naviganti chi pregava soffiasse Borea, chi Noto: gli agricoltori cercavano la pioggia, le lavandaie il sole. Udiva Giove, e considerando ciascuna preghiera attentamente, non le accoglieva tutte.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div style="text-align: center;"&gt;&lt;span style="font-style: italic;font-family:lucida grande;" &gt;Ma il padre degli Dei ne concedeva&lt;/span&gt;&lt;span style="font-family:lucida grande;"&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-style: italic;font-family:lucida grande;" &gt;Alcuna, ed alcun'altra ne negava&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt; &lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-family:lucida grande;"&gt;(Luciano, &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Icaromenippo o il passanuvoli&lt;/span&gt;, in &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Una storia vera&lt;/span&gt;, trad. di Luigi Settembrini, Milano 1944)&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:lucida grande;"&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;Nella sua qualità di artista "fine civiltà", Luciano è tutto e nulla. Può essere tutto, perché una mente illuminata non dà tanto peso alle cose da attenersi a una sola cosa e attaccarcisi come la vite all'olmo (chiedo scusa del paragone). L'intelligenza della pluralità dei valori e della loro precarietà fa sì che la mente chiara si sofferma su ciascun valore ma non ci si ferma, passa agile sulla tastiera dei valori come la mano di Benedetti Michelangeli sulla tastiera del pianoforte.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-family:lucida grande;"&gt;(Alberto Savinio, dalla nota introduttiva a &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Lucio o l'asino&lt;/span&gt;, in &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Una storia vera&lt;/span&gt;, id.)&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2425021903460302584-4228769537041603632?l=harzblog.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://harzblog.blogspot.com/feeds/4228769537041603632/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2425021903460302584&amp;postID=4228769537041603632&amp;isPopup=true' title='2 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2425021903460302584/posts/default/4228769537041603632'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2425021903460302584/posts/default/4228769537041603632'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://harzblog.blogspot.com/2008/01/tutto-e-nulla.html' title='Tutto e nulla'/><author><name>Stefano Zangrando</name><uri>http://www.blogger.com/profile/03768768279688625481</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>2</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2425021903460302584.post-1793197339588260455</id><published>2007-12-31T15:00:00.000Z</published><updated>2007-12-31T15:52:57.954Z</updated><title type='text'>Il fallimento riuscito</title><content type='html'>&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://harz.it/uploaded_images/zdsmth-717793.jpg"&gt;&lt;img style="margin: 0pt 0pt 10px 10px; float: right; cursor: pointer;" src="http://harz.it/uploaded_images/zdsmth-717789.jpg" alt="" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt;La mia ultima lettura cartacea dell'anno è stata l'articolo di &lt;/span&gt;&lt;span style="font-weight: bold;font-family:trebuchet ms;" &gt;Zadie Smith&lt;/span&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt; &lt;/span&gt;&lt;span style="font-style: italic;font-family:trebuchet ms;" &gt;Il fallimento riuscito&lt;/span&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt;, contenuto nell'ultimo numero di «Internazionale», uno speciale come quelli che sempre escono nei periodi festivi, intitolato «Storie».&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt;È stata una sorpresa scoprire come in effetti questa di Zadie Smith non sia affatto una storia, ma un vero e proprio testo di poetica del romanzo (pane per i miei denti!). Ne riporto due brani tra i più significativi, a documentare come Zadie Smith, notoriamente fortunata per essere bella, intelligente, famosa e pure benestante, sia una scrittrice di tutto rispetto, in grado di riflettere sul proprio operato e sull'arte che ha scelto di praticare.&lt;/span&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt;  &lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;Quando scrivo cerco di esprimere il mio modo di essere nel mondo. Si tratta principalmente di un processo di eliminazione. Una volta eliminate tutte le parole morte, i dogmi di seconda mano, le verità che non sono tue ma di altri, i motti, gli slogan, le sfacciate bugie del tuo paese, i miti della tua epoca storica; una volta tolto di mezzo tutto ciò che deforma l'esperienza e le fa assumere un aspetto che non riconosci e in cui non credi, quello che ti resta è qualcosa che si avvicina alla verità della tua concezione. È questo che cerco quando leggo un romanzo: la verità di una persona, nella misura in cui il linguaggio può restituirla. Non significa certo che ogni romanzo debba essere un'autobiografia, anche se ci saranno sempre scrittori pronti a usare il desiderio di verità personale del lettore come lo spunto per scrivere un trattato, un discorso o un libro di memorie malamente mascherato in cui gli eroi sono loro stessi. La verità del romanzo è questione di prospettiva, non di autobiografia. È ciò che non puoi evitare di dire se scrivi bene. È la filigrana dell'io che traspare da tutto ciò che fai. È la lingua come rivelazione di una coscienza.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;Anche il lettore deve avere talento. Un bel po' di talento, visto che anche per il lettore più talentuoso il terreno della letteratura è in buona parte infido. Quanti di noi, infatti, percepiscono il mondo come lo percepiva Kafka, cioè talmente rimpicciolito da rendere impossibile spostarsi da un villaggio a un altro? Quanti riescono a immaginare un mondo senza sostantivi come Borges? Chi di noi è disposto a essere emotivamente generoso quanto Dickens o a prendere sul serio la fede religiosa come Graham Greene? Chi ha la capacità di provare gioia di una Zora Neale Hurston o di guardare al futuro con lo stomaco di un Douglas Coupland? Chi ha tanta delicatezza da districare le minime sfumature di Flaubert, o tanta pazienza e forza di volontà da seguire David Forster Wallace nelle complesse spirali dei suoi pensieri ricorrenti? La stessa perizia che serve per scrivere una cosa è necessaria per leggerla. I lettori tradiscono gli scrittori con la stessa frequenza con cui gli scrittori tradiscono i lettori. I lettori falliscono quando si permettono di credere nel vecchio mantra secondo cui la letteratura è ciò a cui ti rapporti, e gli scrittori sono quelle persone disponibili che vai a cercare quando vuoi vedere confermata e avallata la tua versione del mondo. Certo, la letteratura può fare anche questo: ma è un trucco da illusionista che sta dentro una magia ben più profonda. Per diventare più bravi come lettori e come scrittori, dobbiamo essere un po' più esigenti gli uni con gli altri.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;(Traduzione di Maria Astrologo)&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt;Buon 2008 a tutte e a tutti.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2425021903460302584-1793197339588260455?l=harzblog.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://harzblog.blogspot.com/feeds/1793197339588260455/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2425021903460302584&amp;postID=1793197339588260455&amp;isPopup=true' title='7 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2425021903460302584/posts/default/1793197339588260455'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2425021903460302584/posts/default/1793197339588260455'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://harzblog.blogspot.com/2007/12/il-fallimento-riuscito.html' title='Il fallimento riuscito'/><author><name>Stefano Zangrando</name><uri>http://www.blogger.com/profile/03768768279688625481</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>7</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2425021903460302584.post-4767190246188664933</id><published>2007-12-28T13:42:00.002Z</published><updated>2009-04-02T08:08:04.483+01:00</updated><title type='text'>La gaia coscienza</title><content type='html'>&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt;Nei pressi di &lt;/span&gt;&lt;a style="font-family: trebuchet ms;" href="http://lalucedimizar.splinder.com/"&gt;Mizar&lt;/a&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt; un'imbeccata su pessimismo e disincanto si è trasformata in un acceso dibattito tra blogger, sicché in un &lt;/span&gt;&lt;a style="font-family: trebuchet ms;" href="http://lalucedimizar.splinder.com/post/15280078/Preghiera"&gt;post più recente&lt;/a&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt; la padrona di casa Alcor ha pregato i suoi ospiti di provare a definire una buona volta che cosa fosse per loro 'sto benedetto disincanto. Siccome avevo già detto la mia («il disincanto è lo stato di grazia della razionalità»), precisandola poi in modo un po' disordinato ma già abbastanza invadente nei &lt;a href="http://lalucedimizar.splinder.com/post/15265637#comment-40966467"&gt;commenti&lt;/a&gt;, mi sono astenuto dall'esprimermi oltre. Ebbene, tra i tentativi seguiti alla sollecitazione di Alcor, quello al quale mi sono sentito più vicino è quello di &lt;a href="http://tashtego.splinder.com/"&gt;Tashtego&lt;/a&gt;, che riporto qui sotto senza il suo permesso:&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt; &lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;Il disincanto è:&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;- una visione del mondo priva di ogni dio e di ogni incantamento magico-religioso;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;- una concezione priva di ogni assoluto di tipo etico e/o filosofico;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;- disincanto è relativismo completo senza eccezioni di tutto, dai valori morali al concetto di specie vivente, di stabilità del mondo fisico, eccetera;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;- disincanto è coscienza dell’impossibilità di conoscere alcunché, sprovvisti come siamo di una leva esterna al sistema di cui facciamo integralmente parte e che tuttavia vorremmo conoscere; &lt;/span&gt; &lt;span style="font-family:georgia;"&gt;&lt;br /&gt;- disincanto è coscienza che possiamo sapere solo le cose che l’evoluzione ci ha attrezzato a capire; &lt;/span&gt; &lt;span style="font-family:georgia;"&gt;&lt;br /&gt;- disincanto è eguaglianza totale tra umano e animale, sotto ogni aspetto; &lt;/span&gt; &lt;span style="font-family:georgia;"&gt;&lt;br /&gt;- disincanto è non dimenticare che la vita può nutrirsi quasi sempre solo di sé stessa; &lt;/span&gt; &lt;span style="font-family:georgia;"&gt;&lt;br /&gt;- discanto è percepirsi come una forma qualsiasi del vivente, né peggiore né migliore, in quanto non esiste nulla che sia migliore o peggiore di qualcos’altro;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt; &lt;span style="font-family:georgia;"&gt;- disincanto è negare l’umano come declinazione di una infinita e combinatoria serie di individualità, che se è vero per il codice genetico non è vero per il contenuto delle menti: siamo individui solo per una piccolissima parte; &lt;/span&gt; &lt;span style="font-family:georgia;"&gt;&lt;br /&gt;- disincanto è che non esiste il Bene e nemmeno il Male, ma solo il dolore in tutte le sue manifestazioni;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt; &lt;span style="font-family:georgia;"&gt;- disincanto è sapere che la conoscenza è solo quella scientifica (con il limite terrificante di cui sopra) e il resto sono chiacchiere del momento;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt; &lt;span style="font-family:georgia;"&gt;- disincanto è sapere che ci è dato di esperirci solo in una modalità, come in vita, essendo la non vita il nulla: tertium non datur; &lt;/span&gt; &lt;span style="font-family:georgia;"&gt;&lt;br /&gt;- disincanto è molte altre cose, ma non contingenti: basiche.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;Aggiungo che disincanto è sapere che la televisione è un’ottima cosa in sé, il cui unico difetto è che tende a sostituirsi alla realtà, ma proprio per questo vale la pena di dedicarle l’intera esistenza.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt;Un mio amico, uno bravo, dice che Tashtego è un raro esemplare di marxista nichilista, praticamente una contraddizione in termini. Io non so se sia così. So solo che quando ci si mette, Tashtego scrive dei bei racconti che a leggerli ti senti mancare ogni via di scampo come capita ai personaggi.&lt;br /&gt;Ora io con la tridecalogia con chiosa di Tashtego non sono d'accordo se non «per una piccolissima parte», come lui sugli individui, ma è una parte determinante, e cioè: che un simile disincanto non solo non può essere, ma non è &lt;span style="font-style: italic;"&gt;per forza di cose&lt;/span&gt;, cioè per ragioni storiche e perfino biologiche, legate alla continua metamorfosi del vivente, un approdo definitivo della coscienza moderna, ma solo il punto di partenza di una coscienza nuova – da non chiamarsi postmoderna, s'il vous plait. Piuttosto &lt;span style="font-style: italic;"&gt;rigenerata&lt;/span&gt;.&lt;br /&gt;Voglio dire che la cassazione della divinità, il relativismo in ogni campo dello scibile e dell'agibile, la consapevolezza della propria animalità e della propria appartenenza integrale alla natura, la cognizione del dolore come unico parametro di valutazione dell'esistente, la persuasione che la conoscenza scientifica è l'unica universalmente condivisibile &lt;/span&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt;dall'umanità&lt;/span&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt; in condizioni socio-storiche "ottimali" (questo almeno è ciò che capisco nel predicato «è solo quella scientifica») e anche la fede nella "televisione" «in sé» (perché solo la fede porta a dedicare a qualcosa «l'intera esistenza»), ossia in tutto ciò che è "vedere lontano" attraverso &lt;/span&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://2.bp.blogspot.com/_DTMTEbOgssw/SdRj-ANf4yI/AAAAAAAAAAc/9ldM5fWQoUo/s1600-h/Osten+1.jpg"&gt;&lt;img style="margin: 0pt 10px 10px 0pt; float: left; cursor: pointer; width: 113px; height: 167px;" src="http://2.bp.blogspot.com/_DTMTEbOgssw/SdRj-ANf4yI/AAAAAAAAAAc/9ldM5fWQoUo/s200/Osten+1.jpg" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5319986976691053346" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt;uno schermo, non possono essere altro che la base, appunto una circostanza "basica" complessa, insomma un insieme di presupposti su cui lasciar fiorire qualcosa di nuovo: &lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(51, 0, 51);"&gt;la coscienza rigenerata&lt;/span&gt; (vedi foto a lato).&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt;La coscienza rigenerata si libra sulle ali del disincanto, ironica come il demone di Socrate e gioiosa come il Zarathustra nietzschano, aprendosi, non rifiutandola, a ogni nuova forma d'incanto: meravigliandosi della forza di ciascuna ma ridendo al tempo stesso della loro serietà. La sua qualità primaria è dunque l'&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(51, 0, 51);"&gt;ospitalità&lt;/span&gt;, che la porta ad accogliere ognuna di queste istanze d'assoluto entro una partitura ora caotica ora armonica di voci, di gesti, di idee, allo scopo di far sentire ognuna a casa propria e al tempo stesso, con le parole di un grande racconto di Silvio d'Arzo, a «casa d'altri».&lt;br /&gt;Insomma, la coscienza rigenerata è la gemma nata dall'albero della coscienza moderna, l'uomo che nasce con la mia generazione, ovviamente, ne é il fiore, e la televisione, il "vedere lontano" dei mass media e della rete, è il suo trastullo totemico.&lt;br /&gt;Il suo principio guida, infine, uno trino e minuscolo a rigore, è il &lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(51, 0, 51);"&gt;ma va là&lt;/span&gt; – per cui non mi si chieda di credere in tutto quello che ho appena scritto, ché non è cosa.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2425021903460302584-4767190246188664933?l=harzblog.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://harzblog.blogspot.com/feeds/4767190246188664933/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2425021903460302584&amp;postID=4767190246188664933&amp;isPopup=true' title='22 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2425021903460302584/posts/default/4767190246188664933'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2425021903460302584/posts/default/4767190246188664933'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://harzblog.blogspot.com/2007/12/la-coscienza-rigenerata.html' title='La gaia coscienza'/><author><name>Stefano Zangrando</name><uri>http://www.blogger.com/profile/03768768279688625481</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://2.bp.blogspot.com/_DTMTEbOgssw/SdRj-ANf4yI/AAAAAAAAAAc/9ldM5fWQoUo/s72-c/Osten+1.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>22</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2425021903460302584.post-3517734650575671934</id><published>2007-12-26T09:29:00.001Z</published><updated>2009-04-02T08:08:44.742+01:00</updated><title type='text'>Notizie dal convento di san Giacomo</title><content type='html'>&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt;I sorrisi a stomaco pieno di mio figlio, umani o animali che siano, consapevoli o irriflessi – ma da adulto e neopadre mi piace credere che il Kaiser senta la mia presenza, il mio odore o la mia voce, che quindi i suoi sorrisi a stomaco pieno siano esattamente per me e non per lo stomaco – questi sorrisi, dicevo, abbelliscono e fanno lievitare le mie ore, altrimenti corrotte, soprattutto di recente, da un certo &lt;/span&gt;&lt;a style="font-family: trebuchet ms;" href="http://lalucedimizar.splinder.com/post/15265637/Ma+cos%E2%80%99%C3%A8+che+ci+rode%3F"&gt;pessimismo&lt;/a&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt; in merito alle mie sorti in questa società. Se poi si considera che i palloni gonfiati come me non riescono a fare a meno della pretesa che la propria esperienza abbia un carattere esemplare, la mia opinione sul destino del paese in cui vivo è presto formulata.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt;Il fatto è che negli ultimi mesi ho potuto confrontarmi da vicino con due sfere paradigmatiche della vita nazionale: la politica e l'università. Diciamo pure che ho provato a sporcarmici le mani, mosso da un impeto ideale che contavo di travasare nelle mie piccole imprese quale forza rigenerante, contributo individuale a un rinnovamento o, meglio, a un cambio di rotta. Ebbene, credete forse che l'andazzo generale abbia minimamente risentito del mio slancio? Al contrario, senza neppure accorgermene, nel giro di pochissimo sono stato io a essere risucchiato nel meccanismo implacabile di corruzione, nelle ferree perversioni di questi due sottosistemi.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt;Risucchio primo: volevo promuovere la candidatura di un conoscente alla guida locale di un nuovo partito di (centro)sinistra autoproclamantesi in grado di smuovere il limo della politica italiana, ma mi sono ritrovato a portare acqua a una combriccola di giovani costretti a piegarsi ai ricatti e ai pateracchi di una masnada di mestieranti di tre cotte assolutamente inamovibili, voglio dire impossibili da rimuovere. Da tempo ormai non ho più notizie dalle persone che ho sostenuto, ma un uccellino mi ha confidato che, per poter proseguire nel loro progetto di conquista del potere, i baldi giovani si sono lasciati addomesticare alle vecchie regole non scritte della politicaccia nostrana, e che questa "nuova" aggregazione di centro(sinistra) non ha cambiato né cambierà un bel niente. E poi danno dell'immaturo a chi torna ad assumere posizioni giacobine...&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt;Risucchio secondo: mi era giunta voce che grazie ai fondi stanziati dal ministero dell'università sarebbero stati finalmente indetti dei concorsi per assumere nuovi ricercatori, e che con il mio curriculum e le mie pubblicazioni avrei avuto buone possibilità di successo, ma appena la facoltà dove mi sono formato e dove lavoro come periodico e precario ha provato a fare la sua parte, il barone che secondo burocrazia è stato interpellato per presiedere a un eventuale concorso – la fonte è lo stesso uccellino di prima – ha imposto come condizione del suo assenso che a vincere fosse una certa persona, sua allieva. Meno male che anche in questo caso c'era di mezzo un residuo di idealità, il quale, per salvare il salvabile, ha fatto revocare tutto. Niente concorsi. Nel frattempo mi è stato detto che, se voglio provare a diventare ricercatore, dovrò accettare di sottomettermi alle regole non scritte dell'istituzione, che prevedono appunto un simile raggiro clientelare, che quindi dovrò trovarmi un protettore ai piani alti.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt;E poi c'è ancora qualcuno che cerca di convincermi che questo non è un paese di merda, in sé medesimo dannato ad affondare? O che è pronto a darmi dell'esterofilo appena gli spiego che in Germania non mi sono mai imbattuto in niente del genere, e che i miei meriti e slanci e quelli di altre persone che conosco raramente sono stati misconosciuti o soffocati?&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt;Forse se non sono depresso – come vorrebbe un certo &lt;/span&gt;&lt;a style="font-family: trebuchet ms;" href="http://www.nytimes.com/2007/12/13/world/europe/13italy.html?_r=1&amp;amp;oref=slogin"&gt;Ian Fisher&lt;/a&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt; del New York Times – è perché non sono ancora stato del tutto risucchiato da questo sistema incancrenito. O forse è solo grazie ai sorrisi a stomaco pieno di mio figlio. Sta di fatto che né l'una né l'altra purezza potrà aiutarmi a riempire lo stomaco del Kaiser (oltre al mio, &lt;/span&gt;&lt;span style="font-style: italic;font-family:trebuchet ms;" &gt;ça va sans dire&lt;/span&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt;) allorché smetterà di succhiare dal seno della mia compagna e/o non si accontenterà più del latte artificiale in aggiunta. D'altra parte, se il rischio è quello di diventare un giovane ricercatore occupato solo più a schivare le pugnalate alla schiena di chi non lo ha voluto lì e/o un elettore di (centro)sinistra con le narici consunte e irritate dalle continue pressioni dei polpastrelli, forse è meglio rimanere quello che sono adesso, povero e giacobino, nell'attesa che una ghigliottina venga eretta nel bel mezzo della piazza più vicina. Allora forse potrò finalmente mettere da parte il pessimismo della mia ragione e rispolverare ideali politici e curriculum per un posto da boia di provincia. A cottimo.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2425021903460302584-3517734650575671934?l=harzblog.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://harzblog.blogspot.com/feeds/3517734650575671934/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2425021903460302584&amp;postID=3517734650575671934&amp;isPopup=true' title='3 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2425021903460302584/posts/default/3517734650575671934'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2425021903460302584/posts/default/3517734650575671934'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://harzblog.blogspot.com/2007/12/notizie-dal-convento-di-san-giacomo.html' title='Notizie dal convento di san Giacomo'/><author><name>Stefano Zangrando</name><uri>http://www.blogger.com/profile/03768768279688625481</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>3</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2425021903460302584.post-6430185349191481234</id><published>2007-12-25T08:52:00.000Z</published><updated>2008-01-12T17:31:21.379Z</updated><title type='text'>Weihnachts(scom)post</title><content type='html'>&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://harz.it/uploaded_images/bonnadal-741994.jpg"&gt;&lt;img style="margin: 0pt 10px 10px 0pt; float: left; cursor: pointer;" src="http://harz.it/uploaded_images/bonnadal-741993.jpg" alt="" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt;Mentre molti di voi si stanno mettendo in ghingheri per andare ad abbuffarsi coi parenti o, peggio, in chiesa, oppure stanno spadellando in cucina per il pranzo di famiglia a casa propria, o stanno sperperando soldi e tempo in telefonate per gli auguri di prammatica, il mio &lt;/span&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt;cuore, più buono che mai, messo al cospetto della rete e della sua infinita potenza informatica e informativa, mi detta un paio di osservazioni:&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt;a) Alle ore 9:55 il sito di Rainews 24, che fino a questo momento consideravo l'unico ancora potabile tra i siti d'informazione istituzionali italiani, riporta anch'esso nel titolo principale il messaggio natalizio del papa cattolico, o pastore tedesco, come stanno facendo e faranno tutte le altre testate nostrane nei loro siti e in tutti i prossimi tigì e radiogiornali. Forza Italia.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt;b) La sintesi del messaggio notturno del pastore tedesco nel titolo di Rainews 24 recita: «Il Papa: l'umanità ha bisogno di Dio, ma non ha tempo per lui». Vale a dire: un'eclatante manifestazione di ottusità politica, culturale e perfino spirituale, seguita da un luogo comune (la mancanza di tempo). L'umanità ha bisogno di "Dio" (maiuscolo)? A me pare invece che abbia bisogno di liberarsene al più presto, soprattutto delle sue versioni neocristiane e veteroislamiche, ugualmente fondamentaliste e ugualmente insudiciate dall'esercizio del potere e della guerra. Buon Natale.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2425021903460302584-6430185349191481234?l=harzblog.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://harzblog.blogspot.com/feeds/6430185349191481234/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2425021903460302584&amp;postID=6430185349191481234&amp;isPopup=true' title='1 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2425021903460302584/posts/default/6430185349191481234'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2425021903460302584/posts/default/6430185349191481234'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://harzblog.blogspot.com/2007/12/weihnachtsscompost.html' title='Weihnachts(scom)post'/><author><name>Stefano Zangrando</name><uri>http://www.blogger.com/profile/03768768279688625481</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>1</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2425021903460302584.post-759696242089179938</id><published>2007-12-23T17:38:00.000Z</published><updated>2008-01-08T12:06:06.948Z</updated><title type='text'>Leggero e assorbente</title><content type='html'>&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt;Da oggi ho una nuova postazione di lavoro: ho trasferito il computer, appena riparato, nell'unica stanza che finora la mia compagna e io avevamo sfruttato solo come libreria e deposito – se si eccettuano due o tre ospiti occasionali e le notti recenti in cui ci sono venuto a dormire per riposare meglio (cioè senza il disturbo dei risvegli per fame di nostro figlio) in vista di giornate lavorative particolarmente toste. È forse la prima postazione decente da quando siamo in questa casa e spero che concili la concentrazione: avrei un paio di progetti romanzeschi che immagino siano ormai un po' stufi di riposare sulla fragile amaca delle mie sinapsi.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt;La stanza è la più fredda e meno luminosa, c'è sempre un grado in meno che nel soggiorno, con cui pure comunica, e almeno due rispetto alla cucina. Ho spostato vicino al termosifone la piccola scrivania in faggio, invertendo il suo posto con quello del fasciatoio, le ho spinto di fianco la minicassettiera a rotelle, ho sistemato sopra quest'ultima la stampante e adesso scrivo con la faccia rivolta alla parete, alla mia destra l'armadio a due ante con le giacche di stagione e un po' di corredo del Kaiser (è il soprannome di mio figlio), e alle mie spalle i due letti singoli che ho unito per recuperare un po' di spazio; oltre i letti, muta e rassicurante, la libreria più grande.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt;In effetti la camera è un po' troppo ingombra, tanto più adesso che davanti a una delle due finestre campeggia lo stenditoio pieno di tutine e asciugamani appena usciti dalla lavatrice, nascondendo alla mia vista la libreria piccola, ma lo spazio di questo appartamento è quel che è (ottantacinque metri quadrati calpestabili dice il contratto d'affitto, ma a me sembrano di meno) e comunque, rivolto come sono al bianco del muro, ho abbastanza vuoto davanti agli occhi per dimenticare il pieno misto che ho alle spalle. Altrimenti, com'è ovvio, abbasso lo sguardo e ci pensano i pixel, che sono un pieno diverso, più leggero e assorbente.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt;A dire il vero sto anche pensando di appendermi di fronte, appena sopra la testa, l'enorme mappa aerea di Berlino che acquistammo tre o quattro anni fa in un negozio per turisti sull'Unter den Linden e che finora non abbiamo mai appeso, non solo perché le pareti respingono qualsiasi tentativo di perforamento che non sia fatto con un trapano elettrico, ma anche perché non è precisamente un bell'oggetto d'arredamento. Al contrario, scurisce l'ambiente e lo riduce. Messo qui davanti però potrebbe essere il mio giocattolo alternativo, la mia via di fuga, duplice e regressiva, dallo schermo e dalla realtà. Sì, questa duplicità mi piace proprio. Devo sentire il padre di Lorenza, è lui che ha il trapano. Anzi, gli parlerò di persona dopodomani, visto che pranzeremo insieme.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt;&lt;br /&gt;Dopodomani, cioè a Natale, certo. Seguiranno feste ulteriori, comandate e non. Che il piacere sia con voi, dunque. O che senso avrebbe mai festeggiare?&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2425021903460302584-759696242089179938?l=harzblog.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://harzblog.blogspot.com/feeds/759696242089179938/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2425021903460302584&amp;postID=759696242089179938&amp;isPopup=true' title='5 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2425021903460302584/posts/default/759696242089179938'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2425021903460302584/posts/default/759696242089179938'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://harzblog.blogspot.com/2007/12/buone-feste.html' title='Leggero e assorbente'/><author><name>Stefano Zangrando</name><uri>http://www.blogger.com/profile/03768768279688625481</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>5</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2425021903460302584.post-8592472911666399507</id><published>2007-12-21T20:48:00.001Z</published><updated>2007-12-22T07:50:26.162Z</updated><title type='text'>Il peso lieve dei sogni</title><content type='html'>&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-style: italic;font-family:trebuchet ms;font-size:100%;"  &gt;Su &lt;/span&gt;&lt;a style="font-family: trebuchet ms;" href="http://www.zibaldoni.it/"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;Zibaldoni e altre meraviglie&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style="font-style: italic;font-family:trebuchet ms;font-size:100%;"  &gt; ho trovato alcuni brani, tradotti in italiano, dall'"autografia" di quello che considero uno dei pochi genî del nostro tempo, Werner Herzog. Ospito il primo estratto non soltanto per favorirne la lettura di chi passa di qua, ma anche per ospitare in queste colonne una piccola traccia di quella che mi piace chiamare &lt;/span&gt;&lt;span style=";font-family:trebuchet ms;font-size:100%;"  &gt;grandezza.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;a style="font-family: trebuchet ms;" onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://harz.it/uploaded_images/herzog-751893.jpg"&gt;&lt;img style="margin: 0px auto 10px; display: block; text-align: center; cursor: pointer;" src="http://harz.it/uploaded_images/herzog-751891.jpg" alt="" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style=";font-family:trebuchet ms;font-size:100%;"  &gt;Non sono mai stato uno di quelli che si preoccupano della cosiddetta felicità. Felicità è uno strano concetto. È qualcosa per cui io non sono proprio fatto. Non è mai stato un mio traguardo; io non penso in questi termini. Sembra sia lo scopo della vita di molte persone, ma io non ho scopi nella vita.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style=";font-family:trebuchet ms;font-size:100%;"  &gt;Credo di cercare qualcos’altro. Dare alla mia esistenza una qualche sorta di significato. È una risposta molto semplificata, lo so, ma che io sia felice o no non conta molto.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style=";font-family:trebuchet ms;font-size:100%;"  &gt;&lt;a style="font-family: trebuchet ms;" href="http://www.zibaldoni.it/wsc/default.asp?PagePart=page&amp;amp;StrIdPaginatorMenu=21&amp;amp;StrIdPaginatorSezioni=148&amp;amp;StrIdPaginatorNomeSezione=WERNER+HERZOG%2F+Sogni"&gt;Continua a leggere l'estratto su &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Zibaldoni e altre meraviglie&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style=";font-family:trebuchet ms;font-size:85%;"  &gt;(Foto tratta dal sito popmatters.com)&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2425021903460302584-8592472911666399507?l=harzblog.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://harzblog.blogspot.com/feeds/8592472911666399507/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2425021903460302584&amp;postID=8592472911666399507&amp;isPopup=true' title='3 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2425021903460302584/posts/default/8592472911666399507'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2425021903460302584/posts/default/8592472911666399507'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://harzblog.blogspot.com/2007/12/il-peso-lieve-dei-sogni.html' title='Il peso lieve dei sogni'/><author><name>Stefano Zangrando</name><uri>http://www.blogger.com/profile/03768768279688625481</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>3</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2425021903460302584.post-4418665751661061746</id><published>2007-12-15T10:56:00.003Z</published><updated>2009-04-02T08:10:47.891+01:00</updated><title type='text'>Il post della settimana</title><content type='html'>&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt;Mentre alle mie spalle il piccolo Ettore frigna nella culla (spero di non avergli trasmesso l'influenza), alla mia destra lo stereo collegato con iTunes suona &lt;/span&gt;&lt;span style="font-style: italic;font-family:trebuchet ms;" &gt;Musique Pour 3 Femmes Enceintes&lt;/span&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt; di Marc Leclair &amp;amp; Rechenzentrum (un disco che consiglierei a chiunque) e di fronte a me il computer fa le bizze a tal punto da avermi indotto a un back up radicale di documenti e applicazioni prima che vada in tilt completamente, la mia scrittura blogica tituba. (To', nel giro della prima frase Ettore ha smesso di piagnucolare; chissà che non si addormenti.)&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="font-family: trebuchet ms; text-align: justify;"&gt; &lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt;Il fatto è che negli ultimi giorni, se solo ne avessi avuto il tempo, avrei voluto scrivere di tante cose, molto diverse l'una dall'altra. (Ettore ha ripreso a frignare.) Da un po' di tempo, per esempio, vorrei scrivere un post un po' ambientalista e un po' psicanalitico contro i possessori di SUV, chiamando in causa le osservazioni che sul rapporto tra l'uomo e la propria automobile fece Viktor Pelevin in quel notevole romanzo tradotto in italiano con il titolo &lt;/span&gt;&lt;span style="font-style: italic;font-family:trebuchet ms;" &gt;Babylon&lt;/span&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt;. (Ettore ha smesso di nuovo.) Poi però mi ritroverei a voler scrivere anche un post contro chi non paga le tasse, rischiando da un lato di apparire banale, dall'altro padoaschioppiano – dio me ne scampi. D'altra parte avrei voluto scrivere qualcosa di nuovo sulla mia esperienza di neo-padre, in primo luogo per aggiornare tutte quelle persone amiche che mi scrivono in privato e alle quali non trovo il tempo per rispondere come si deve, ma anche per senso di responsabilità nei confronti di chi recentemente mi ha &lt;/span&gt;&lt;a style="font-family: trebuchet ms;" href="http://egolalia.wordpress.com/"&gt;linkato&lt;/a&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt; secondo questa mia nuova veste.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt;E il Seminario sul Romanzo dove lo mettiamo? Dopotutto questo è il blog di un pennaiolo, o letterato se preferite, o qualsiasi altro insulto del genere. (Ettore si è addormentato!) L'altro ieri, per di più, abbiamo ospitato Fernando Arrabal, mica pizza e fichi, e si potrebbe scrivere un intero post sulla t-shirt nera che il folle artista indossava, sulla quale campeggiava l'illustrazione della sua &lt;/span&gt;&lt;span style="font-style: italic;font-family:trebuchet ms;" &gt;Lezione di anatomia panica&lt;/span&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt; (ma poi non riuscirei a tacere il modo in cui a un certo punto Arrabal ha stracciato il blocco per gli appunti del traduttore alla sua sinistra, un nostro giovane e talentuoso collega che alla fine l'applauso se l'è meritato tutto, e allora chissà quanti altri dettagli busserebbero alla porta del racconto). Un'altra idea che mi è venuta di recente è quella di alternare i post sempre un po' prolissi che scrivo di solito con altri più sintetici, quintessenziali perfino, e così luminosi di saggezza aforistica che neanche Lichtenberg...; peccato che tutti i pensieri distillati che si presterebbero a questa funzione mi vengono sempre in momenti sbagliati, o forse sono io troppo indisciplinato, sta di fatto che non ce n'è uno che sia stato fermato per iscritto: tutto evaporato, dimenticato, perduto per sempre. (Arrabal: «Sono il più grande poeta del mondo, solo non ho le prove».)&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt;Insomma non c'è niente, tra tutto ciò che avevo in mente negli ultimi giorni, che ha invocato più cura del resto. Così la sola cosa che oggi, a due settimane di distanza dall'ultimo post, mi pare degna di attenzione è il fatto che sul sito del «Manifesto» la mia piccola recensione a &lt;/span&gt;&lt;span style="font-style: italic;font-family:trebuchet ms;" &gt;L'ultimo lettore&lt;/span&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt; di Ricardo Piglia, apparsa oggi su «Alias», è presentata come &lt;/span&gt;&lt;a style="font-family: trebuchet ms;" href="http://www.ilmanifesto.it/rec/recetalpa.html"&gt;il libro della settimana&lt;/a&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt;. Ecco: se questo link servirà a procurare nuovi lettori a Piglia, il presente post avrà assolto il suo compito e harzblog avrà aggiunto un po' di senso alla sua esistenza.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2425021903460302584-4418665751661061746?l=harzblog.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://harzblog.blogspot.com/feeds/4418665751661061746/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2425021903460302584&amp;postID=4418665751661061746&amp;isPopup=true' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2425021903460302584/posts/default/4418665751661061746'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2425021903460302584/posts/default/4418665751661061746'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://harzblog.blogspot.com/2007/12/il-post-della-settimana.html' title='Il post della settimana'/><author><name>Stefano Zangrando</name><uri>http://www.blogger.com/profile/03768768279688625481</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2425021903460302584.post-628217384049723091</id><published>2007-12-01T19:45:00.000Z</published><updated>2007-12-12T06:23:03.953Z</updated><title type='text'>Keith Botsford</title><content type='html'>&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;a style="font-family: trebuchet ms;" onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://harz.it/uploaded_images/SaulBellowAndKeithBotsford-758730.jpg"&gt;&lt;img style="margin: 0px auto 10px; display: block; text-align: center; cursor: pointer;" src="http://harz.it/uploaded_images/SaulBellowAndKeithBotsford-758722.jpg" alt="" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt;La foto qui sopra è tratta dalla pagina di Wikipedia dedicata a Saul Bellow. Il tizio barbuto che gli sta di fronte, la cui espressione ilare e beffarda si rivolge indistintamente all'obiettivo, al fotografo e allo spettatore, è Keith Botsford, suo amico e sodale per più di cinquant'anni. I due, accomunati da una dote rara negli artisti – la generosità nei confronti degli altri artisti, hanno fondato e diretto insieme, dal 1997 fino alla morte di Bellow nel 2005, «&lt;a href="http://en.wikipedia.org/wiki/News_from_the_Republic_of_Letters"&gt;News  from the Republic of Letters&lt;/a&gt;», una rivista volta a promuovere i giovani talenti della parola, oggi considerata una delle dieci migliori riviste letterarie al mondo e diretta ormai dal solo Botsford, che ne è anche il finanziatore.&lt;br /&gt;Keith Botsford è stato, il 26 novembre, il primo ospite del SIR 2007/2008, di cui due post più sotto ho riportato il calendario. Dovete immaginarlo diverso dalla foto in alto, di qualche anno più vecchio (ne ha settantasette), sbarbato e con gli occhiali – &lt;/span&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://harz.it/uploaded_images/photos_botsford_teaching-725278.jpg"&gt;&lt;img style="margin: 0pt 0pt 10px 10px; float: right; cursor: pointer;" src="http://harz.it/uploaded_images/photos_botsford_teaching-725257.jpg" alt="" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt;più o meno come nella piccola foto qui a fianco, scovata anch'essa in rete, ma con i capelli più lunghi e sciolti. E sopra la camicia, da noi, portava un pullover rosa. Però anche a noialtri, appena entrato in aula con la sua giovane compagna e Massimo Rizzante, ha rivolto un bel sorriso beffardo.&lt;br /&gt;Ora, poiché per introdurlo a me viene in mente solo un'abusata metafora – "forza della natura" –, preferisco presentarvi direttamente, nella traduzione del mio socio Walter Nardon, il profilo biografico che Botsford ci ha fatto pervenire in vista del suo intervento:&lt;br /&gt;«KEITH BOTSFORD è per metà italiano (Rangoni-Machiavelli) e per metà un americano espatriato. Ha un carattere del tutto improbabile. Possiede tante arti quanti figli (9), nipoti (15), mogli (5) e pseudonimi (11). Pensa a se stesso come a (non in quest’ordine): un romanziere, un editor, un compositore, un fan del Chelsea, un avvocato (diritto internazionale dello sport), un professore universitario (storia e letteratura comparata), un direttore di rivista (&lt;span style="font-style: italic;"&gt;The Republic of Letters&lt;/span&gt;), un linguista poliglotta, un ex-ufficiale dell’Intelligence, uno sportivo, un uomo di fatica (ben retribuito) per Hollywood, TV e teatro, un giornalista (“La Stampa”, “Sunday Times”, “The Indipendent”), un gastronomo di una certa fama, un traduttore, un collezionista, e, e, e.... Pretende di essere citato in molte note a piè di pagina nelle biografie degli altri, di chiunque altro, e desidererebbe essere letto più di quanto non lo sia, un tratto che condivide con gli autori più seri in assoluto. Tra i suoi libri di finzione più recenti: &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Out of Nowhere&lt;/span&gt; (una raccolta di racconti), &lt;span style="font-style: italic;"&gt;The Mothers&lt;/span&gt;, &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Death &amp;amp; the Maiden&lt;/span&gt; e &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Collaboration&lt;/span&gt;. Fra i suoi romanzi gialli...».&lt;br /&gt;Che cosa si può aggiungere a una simile &lt;span style="font-style: italic;"&gt;folie&lt;/span&gt;?&lt;br /&gt;Interpellato da Massimo sulla frontiera tra romanzi e romanzi di genere, Botsford ha dichiarato: «Io sono uno scrittore e nient'altro». Ha sempre scritto di tutto e su tutto. Come la maggior parte dei suoi simili, ha cominciato con la poesia, ma prima di questa aveva avuto il pallino della musica e, prima ancora, della matematica. È dell'idea che se si è lavorato molto e si conosce a fondo la propria lingua, si può scrivere qualunque cosa. Crede che la scrittura non sia altro che un mestiere da esercitare nel miglior modo possibile. Non si prende troppo sul serio. Si sveglia ogni giorno tra le tre e le quattro del mattino e si mette a scrivere. Afferma che la parte più dura del mestiere è il lavoro di revisione. Riscrive i suoi libri fino a quindici volte. Da bambino ebbe un brutto incidente, tra i tre e i sette anni d'età rimase a letto e in quella lunga degenza lesse moltissimo. A otto anni pesava appena venti chili, ma aveva alle spalle le letture di un ventenne. A undici anni emigrò negli Stati Uniti. La sua famiglia era povera. Suo padre si suicidò senza lasciare niente. Keith &lt;/span&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt;cominciò a scrivere per soldi. Per sopravvivere.&lt;/span&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt; &lt;/span&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt;A quindici anni aveva portato a termine gli studi universitari. Un quarto di secolo dopo leggeva ad alta voce i romanzi di Saul Bellow al cospetto dell'autore e, se non marciavano, li scartava. «La scrittura è una conversazione, nient'altro» ha affermato. «Anche tra scrittori». È entrato per tre volte come personaggio nei romanzi dell'amico. Ha conosciuto tutti i più importanti scrittori della seconda metà del XX secolo e ne ha reso conto nei suoi diari, circa ventiduemila pagine alle quali gli studiosi accademici, per sua disposizione agli eredi, non potranno mai mettere mano. Con questo materiale avrebbe voluto realizzare un'opera monumentale ispirata alle &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Brief Lives &lt;/span&gt;di William Aubrey. Forse ci riuscità, giacché, come lui stesso sostiene, vivrà fino a centocinquant'anni.&lt;br /&gt;Alla fine dell'incontro, nel quale si è parlato anche di necrologia e autobiografismo, di Strindberg e Montaigne, di Silvio D'Arzo e dei nostri nonni, Botsford mi si è avvicinato e mi ha detto: «È difficile stare un'ora e mezza senza fumare una sigaretta!».&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt;Non è incredibile che un autore come Keith Botsford sia ancora praticamente sconosciuto al pubblico europeo? Perché siamo diventati così insensibili alla forza del genio? (Nessun romanticismo, solo scuola flaubertiana: passione e sudore.) In un intervento &lt;a href="http://www.nazioneindiana.com/2003/06/23/literaturistan/"&gt;presente&lt;/a&gt; in rete, Massimo Rizzante ricorda il suo incontro con Keith Botsford nel 2001 e ne riporta le parole illuminanti:&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt; «&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt;Ti ricordi i primi cristiani? L’arte oggi vive nelle catacombe ed è nelle catacombe che la fede conserva con più forza la speranza di rivedere la luce. Un giorno di dieci anni fa chiesi a Saul se conoscesse un modo sicuro per formare la nostra sensibilità. Mi rispose di no, a parte forse essere in grado di accogliere dentro di sé alcuni capolavori letterari come se fossero delle ostie consacrate&lt;/span&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt;».&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2425021903460302584-628217384049723091?l=harzblog.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://harzblog.blogspot.com/feeds/628217384049723091/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2425021903460302584&amp;postID=628217384049723091&amp;isPopup=true' title='7 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2425021903460302584/posts/default/628217384049723091'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2425021903460302584/posts/default/628217384049723091'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://harzblog.blogspot.com/2007/12/keith-botsford.html' title='Keith Botsford'/><author><name>Stefano Zangrando</name><uri>http://www.blogger.com/profile/03768768279688625481</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>7</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2425021903460302584.post-735397706457133272</id><published>2007-11-20T21:07:00.000Z</published><updated>2007-11-21T08:06:08.564Z</updated><title type='text'>Nuova vita</title><content type='html'>&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt;Chissà, mi dico, forse la mia giornata di oggi può interessare. Soprattutto perché non è stata precisamente la giornata di un uomo di lettere. Il fascino sciatto della banalità. &lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt;Sono sveglio dalle quattro e mezza, ma non a causa di quel neonato di mio figlio, che finora di notte si è fatto delle tirate di sei e più ore (ma stanotte, per il solo fatto di avere reso pubblica questa fortuna, è certo che ci farà impazzire), bensì per via della febbre della mia compagna, colta come molte sue simili alla prima maternità da un ingorgo mammario degenerato in una lieve mastite. Mi sono alzato e le ho preparato degli impacchi caldi, poi mi sono riassopito al suo fianco fino alle sette, quando è suonata la sveglia. Mentre facevo colazione, ho sterilizzato i copricapezzoli, poi sono uscito per prendere il solito treno verso nord. Dopo ottanta chilometri, durante i quali ho letto la seconda metà di un articolo del supplemento «Leben» della «Zeit» della settimana scorsa sul quartiere berlinese di Prenzlauer Berg, ero a scuola, dove mi aspettavano due ore in prima media e due in terza. Subito prima di entrare in classe ho ricevuto una chiamata della mia compagna, che con voce flebile mi avvisava di un'impennata della febbre e dell'imminente arrivo dell'ostetrica a domicilio. Nelle prime due ore di lezione, contenendo una comprensibile preoccupazione, ho spiegato le parti del discorso (variabili e invariabili) nel modo meno noioso possibile e replicato come ogni giorno a ripetuti interventi fuori luogo; nelle seconde due ho coordinato un laboratorio sugli Stati Uniti nel quale una buona metà del gruppo ha cazzeggiato, vuoi per aver dimenticato a casa il materiale, vuoi per non aver preparato puntualmente l'esposizione orale del proprio lavoro.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt;A pranzo, nella mensa scolastica, mi sono intrattenuto con un collega che mi somiglia molto (tanto che all'inizio di ogni nuovo anno ci divertiamo come giovani preti a confondere alunni e genitori) parlando di puericoltura: lui è da poco padre del suo terzo figlio. Rientrato in aula insegnanti, ho risposto con ottimismo a un paio di colleghe che mi chiedevano gaudenti come va a casa, ho imbracciato la cartella e sono filato in stazione. Nel viaggio di ritorno mi sono assopito a più riprese, la testa cadente in avanti; a un certo punto mi sono ridestato con la bocca aperta e ho controllato di non essermi sbavato addosso.&lt;/span&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt; Giunto nella cittadina dove vivo, sono passato all'azienda sanitaria per scegliere il pediatra di mio figlio, ma lo sportello era chiuso. Meno male che non è lontano da dove abitiamo.&lt;br /&gt;A casa il pupo dormiva, la mia compagna sonnecchiava tra i brividi e sua madre vigilava. Sul tavolo del soggiorno campeggiava un apparecchio elettrico per estrarre il latte dal seno. Presto la neononna ha tolto il disturbo – e il pupo si è svegliato. L'ho sistemato a lato della mia compagna bollente di febbre e quando mi sono assicurato che ciucciasse ben bene ho telefonato al ginecologo. Cinque minuti dopo ero da lui per ritirare una ricetta che poco più tardi in farmacia ho scambiato a prezzo modico con un antibiotico. Rientrato a casa, mi sono messo comodo e sono rimasto qualche minuto al fianco della mia compagna, finché non le è venuto in mente che aveva bisogno delle buste per conservare in freezer il latte in eccesso, così mi sono rivestito e sono tornato in farmacia.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt;Al ritorno, finalmente, ho cominciato a darmi da fare. Erano ormai le cinque del pomeriggio, quasi l'ora in cui mio figlio comincia a sprizzare energia. Dopo una breve merenda a base di tisana all'arancia e &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Lebkuchen&lt;/span&gt; ho acceso il computer, ma non ho fatto neanche in tempo a controllare la posta elettronica. Mio figlio vagiva. Ho lasciato che vagisse fino a frignare, ho invitato la mia compagna a non alzarsi e a riposare, ho cambiato il pannolino a mio figlio dopo avergli nettato il culetto smerdato sotto il rubinetto della cucina – e da qui in poi i miei ricordi, benché più vicini al presente, sono confusi dalla stanchezza. So solo, in ordine sparso, di aver preparato un nuovo impacco per la mia compagna, di averle portato il pupo per la poppata, di aver massaggiato il seno della mia compagna durante l'asprazione del latte in eccesso, di aver preparato la cena, di aver letto un po' di notizie su internet, di aver sterilizzato qualcosa, di aver messo a letto mio figlio, di aver lavato i piatti, di aver assistito mio figlio al suo precoce risveglio a causa di un rigurgito, di avergli parlato del più e del meno in due lingue, di avergli fatto il bagnetto, di avergli disinfettato l'ombelico, di aver cambiato le lenzuola della culla, di aver sterilizzato qualcos'altro, di aver rimesso a letto mio figlio, di averlo lasciato frignare un po', di aver tenuto fermo il succhiotto per molti minuti almeno un paio di volte e, infine, di aver interrotto quattro volte questo post per tornare a badare a lui mentre la mia compagna cerca di riposarsi, spossata dalla febbre, dal sonno e dalle poppate.&lt;/span&gt;&lt;span style="font-family:trebuchet ms;"&gt; Ora Ettore, questo il nome di mio figlio, sta ultimando la sua ultima poppata, mentre io sto ultimando questo post.&lt;br /&gt;Oggi non ho letto una sola pagina di romanzo.&lt;br /&gt;Il primo che mi dice "Sì, ma vuoi mettere la vita vera?" o, peggio, "Hai voluto la bicicletta?", gli mando un virus che gli massacra l'hard-disk.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2425021903460302584-735397706457133272?l=harzblog.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://harzblog.blogspot.com/feeds/735397706457133272/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2425021903460302584&amp;postID=735397706457133272&amp;isPopup=true' title='18 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2425021903460302584/posts/default/735397706457133272'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2425021903460302584/posts/default/735397706457133272'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://harzblog.blogspot.com/2007/11/nuova-vita.html' title='Nuova vita'/><author><name>Stefano Zangrando</name><uri>http://www.blogger.com/profile/03768768279688625481</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>18</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2425021903460302584.post-5359823484495491931</id><published>2007-11-14T12:29:00.000Z</published><updated>2007-11-14T12:55:31.874Z</updated><title type='text'>SIR 2007/2008 :  Al di là del genere</title><content type='html'>&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-style: italic;font-family:georgia;" &gt;Nel prendermi una pausa-paternità, vi lascio con il nuovo programma del Seminario Internazionale sul Romanzo. A presto, StZ&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;Università degli Studi di Trento&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;Dipartimento di Studi Letterari, Linguistici e Filologici&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;SEMINARIO INTERNAZIONALE SUL ROMANZO (SIR)&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;2007/2008&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;Responsabile scientifico: Massimo Rizzante&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;font-family:georgia;" &gt;"Al di là del genere"&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;font-family:georgia;" &gt;Lunedì 26 Novembre 2007&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;17.30 Incontro con &lt;/span&gt;&lt;span style="font-weight: bold;font-family:georgia;" &gt;Keith BOTSFORD&lt;/span&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt; &lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;    (Via Santa Croce, 65 Aula 3)&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;font-family:georgia;" &gt;Giovedì 13 Dicembre 2007&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;font-family:georgia;" &gt;  Fernando ARRABAL&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;11.00 Jorge Luis Borges (lungometraggio)&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;        (Via Santa Croce, 65 Aula 4)&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;17.30 Conferenza panica&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;          (Via Santa Croce, 65 Aula 3)&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;  21.00 &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Fando e Lys&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;          (Compagnia teatrale O.T. P. di Viviana Piccolo)&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;          (Teatro San Marco, Via San Bernardino, 8)&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;font-family:georgia;" &gt;Mercoledì 16 Gennaio 2008&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;17.30 Incontro con &lt;/span&gt;&lt;span style="font-weight: bold;font-family:georgia;" &gt;Marek BIEMCZYK&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;          (Via Santa Croce 65 Aula 1)&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;font-family:georgia;" &gt;Mercoledì 13 Febbraio 2008 &lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;17.30 Incontro con &lt;/span&gt;&lt;span style="font-weight: bold;font-family:georgia;" &gt;Dubravka UGRESIC&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;          (Palazzo Consolati, Vicolo S. Maria Maddalena, 1 Aula 1)&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;font-family:georgia;" &gt;Mercoledì 12 Marzo 2008&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;17.30 Incontro con &lt;/span&gt;&lt;span style="font-weight: bold;font-family:georgia;" &gt;Benoît DUTERTRE&lt;/span&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt; &lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;        (Palazzo Consolati, Vicolo S. Maria Maddalena, 1 Aula 1)&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;font-family:georgia;" &gt;Giovedì 3 Aprile 2008&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;font-family:georgia;" &gt;  KUNDERIANA&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;11.00 &lt;/span&gt;&lt;span style="font-style: italic;font-family:georgia;" &gt;Lo scherzo&lt;/span&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt; (lungometraggio) di Jaromil Jires&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;          (Palazzo Consolati, Vicolo S. Maria Maddalena, 1 Aula 1)&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;17.30 Lettura di inediti di Milan Kundera&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;          Intermezzi musicali di Carlo Cenini (piano) e Nicola      Fadanelli (viola)&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;          (Palazzo Consolati, Via S. Maria Maddalena, 1 Aula 1)  &lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;21.00 &lt;/span&gt;&lt;span style="font-style: italic;font-family:georgia;" &gt;Jacques e il suo padrone&lt;/span&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt; di Milan Kundera&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;        (Compagnia teatrale O.T. P. di Viviana Piccolo)&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;        (Teatro San Marco, Via San Bernardino, 8) &lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;font-family:georgia;" &gt;Martedì 13 Maggio 2008&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;17.30  Incontro con &lt;/span&gt;&lt;span style="font-weight: bold;font-family:georgia;" &gt;Ermanno CAVAZZONI&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;        (Palazzo Consolati, Via S. Maria Maddalena, 1 Aula 1)&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;Gli incontri avranno luogo presso i locali della Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università degli Studi di Trento&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;Segreteria organizzativa, Dipartimento di Studi Letterari, Linguistici e Filologici: Fabrizia Patton Tel 0461/881753 segreteria.sllf[at]lett.unitn.it&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;Coordinamento: Walter Nardon – Stefano Zangrando&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;E-mail: walter.nardon[at]lett.unitn.it – stefano.zangrando[at]lett.unitn.it&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2425021903460302584-5359823484495491931?l=harzblog.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://harzblog.blogspot.com/feeds/5359823484495491931/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2425021903460302584&amp;postID=5359823484495491931&amp;isPopup=true' title='10 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2425021903460302584/posts/default/5359823484495491931'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2425021903460302584/posts/default/5359823484495491931'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://harzblog.blogspot.com/2007/11/sir-2007-2008-al-di-l-del-genere.html' title='SIR 2007/2008 :  Al di là del genere'/><author><name>Stefano Zangrando</name><uri>http://www.blogger.com/profile/03768768279688625481</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>10</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2425021903460302584.post-7802173221473037117</id><published>2007-10-28T10:59:00.000Z</published><updated>2007-10-28T13:34:47.307Z</updated><title type='text'>Nano-scrittori</title><content type='html'>&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;di &lt;/span&gt;&lt;span style="font-weight: bold;font-family:georgia;" &gt;Massimo Rizzante&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;a style="font-family: georgia;" onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://harz.it/uploaded_images/zwerge-731222.jpg"&gt;&lt;img style="margin: 0px auto 10px; display: block; text-align: center; cursor: pointer;" src="http://harz.it/uploaded_images/zwerge-731220.jpg" alt="" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style="text-decoration: underline;font-family:georgia;" &gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;div style="text-align: justify; font-family: georgia;"&gt;[...] nel corso degli anni Novanta si moltiplicavano in Italia, con grave ritardo rispetto agli Stati Uniti e ad altri paesi europei, i nano-istitutori che alle riviste letterarie preferivano le scuole di scrittura. Pressoché nessuno ha resistito al richiamo di queste sirene: quadri societari, impiegati, casalinghe, studenti, free-lancers, disoccupati, professionisti, avvocati, medici e soprattutto aspiranti "scrittori italiani" che spesso sono diventati "scrittori italiani", grazie agli inviti ricevuti da altri "scrittori italiani" a partecipare ai corsi di &lt;i&gt;creative writing&lt;/i&gt;. In Italia ci si faceva e ci si fa un "nome" – in questo senso non è cambiato nulla da dieci anni a questa parte – trasformando la letteratura in un compito per studenti alle prese con soggetti e temi preconfezionati, pronti per il mercato planetario del tempo libero.&lt;br /&gt;In Italia, prima abbiamo avuto Eco, la cui assenza di talento romanzesco è inversamente proporzionale alla sua cultura letteraria, il quale, probabilmente &lt;i&gt;malgré lui&lt;/i&gt;, ha aizzato più di una generazione a costruire modellini storico-enciclopedici (qualcuno addirittura è giunto all’interpretazione enigmistica della realtà) per lettori-modello alla ricerca di avventure nel mondo del "sapere": si può dire che i modellini di Eco sono diventati il gioco preferito di una nuova categoria di persone, nata tra gli anni Ottanta e gli anni Novanta del secolo scorso, e diventata da allora, appunto, planetaria: i turisti del sapere! Accorrete a Ecoland, accorrete: qui ogni sapere diventa un gioco, un passatempo intelligente!&lt;br /&gt;Poi sono arrivati i nano-scrittori-manager con le loro scuole di scrittura. Anche la "scuola di scrittura" è un passatempo intelligente, un luogo per turisti del sapere. Niente di più, niente di meno. Fa campare "gli scrittori italiani" prima che diventino "grandi scrittori italiani", è un luogo idoneo per intrecciare relazioni amorose o sessuali, a volte si trasforma in collana per editori dal fiato corto. Tuttavia le scuole di scrittura provocano due veri danni: primo, alimentano la metastasi del romanzo di "genere", cioè, alimentano il Kitsch, il Male, ovvero la ripetizione delle forme; secondo, riducendo l’arte a qualcosa di trasmissibile – l’arte ridotta a corso di formazione – riducono enormemente le ambizioni dell’arte. Da qui la grottesca possibilità che i nano-scrittori di oggi risultino in avvenire dei giganti agli occhi di giovani talenti ormai spogliati di quella personalità invisibile che non coincide mai con il nostro nome e senza la quale siamo tutti dei marmocchi che pendono dalle labbra del professor Eco o di qualche altro &lt;i&gt;tutor &lt;/i&gt;di quel corso universitario lastricato di sangue e sudore che si chiama successo letterario.&lt;/div&gt;&lt;p  style="text-align: justify;font-family:georgia;"&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;(&lt;/span&gt;&lt;span style="font-style: italic;font-family:georgia;" &gt;Il brano è tratto da una nutritissima intervista di Luigi Nacci a Rizzante apparsa sull'ultimo numero del web magazine «&lt;/span&gt;&lt;a style="font-style: italic; font-family: georgia;" href="http://www.fucine.com/network/fucinemute/core/index.php?url=sommario.php"&gt;Fucine mute&lt;/a&gt;&lt;span style="font-style: italic;font-family:georgia;" &gt;»&lt;/span&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;)&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2425021903460302584-7802173221473037117?l=harzblog.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://harzblog.blogspot.com/feeds/7802173221473037117/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2425021903460302584&amp;postID=7802173221473037117&amp;isPopup=true' title='4 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2425021903460302584/posts/default/7802173221473037117'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2425021903460302584/posts/default/7802173221473037117'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://harzblog.blogspot.com/2007/10/nano-scrittura.html' title='Nano-scrittori'/><author><name>Stefano Zangrando</name><uri>http://www.blogger.com/profile/03768768279688625481</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>4</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2425021903460302584.post-6722041288891435299</id><published>2007-10-24T16:13:00.001+01:00</published><updated>2009-04-02T09:06:50.054+01:00</updated><title type='text'>Del prendersela nel cuore</title><content type='html'>&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;Non so se sia un bene, sta di fatto che, se non ricordo male, sono nato e cresciuto senza l'organo dell'invidia. So che suona inverosimile e non pretendo che gli invidiosi mi credano, ma è così. Neanche in adolescenza, quando la crapa non ha ancora preso il posto della panza nel governo dell'uomo incompiuto, mi capitò mai di invidiare qualcuno. Ricordo ancora quando presi in mano &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Gli invidiosi &lt;/span&gt;di Alberoni, da poco acquistato via Club degli Editori (ma guai a voi se spifferate in giro che da adolescente ero socio del CdE e leggevo Alberoni): non mi disse niente. Trattava un fenomeno che mi era estraneo. Fu allora che dovetti cominciare a non sentirmi italiano: non ero un invidioso. Di gelosia sì, di quella ne avevo in abbondanza, ma solo nelle relazioni amorose (se così si possono chiamare le tempeste ormonal-simpatiche di un teen-ager) e solo fino a vent'anni; poi ho smesso, perché mi consumava e basta. Cominciai cioè, più o meno inconsciamente, ad applicare lo stesso principio economico che ancora oggi mi appare sensatissimo per motivare di fronte agli altri la mia non-invidia: l'invidia, contrariamente a chi ne afferma una certa fecondità, costringe a un inutile sperpero di energie che possono essere impiegate molto meglio per qualcosa di più propositivo e meno fine a se stesso.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;Mi è capitato oggi di riparlare di tutto questo con un'amica, seduti al tavolo di un bar, a margine di un dialogo incentrato sull'amicizia. Le ho raccontato che durante i miei anni universitari, quando mi accorsi che quello che io ritenevo un amico mi invidiava, perché certi suoi sonori colpi bassi in reazione a un mio modesto colpo di fortuna non avevano lasciato spazio a dubbi, pretesi da lui un confronto a quattr'occhi nel quale mi spiegasse cosa diavolo gli avessi fatto di male per meritarmi quel sentimento ripugnante. Sì, perché allora ebbi proprio questa sensazione: che l'indivia che lui provava per me fosse un sentimento ripugnante, e come tale faceva star male me oltre che l'invidioso – e questo non ero disposto a sopportarlo. Ora non importa qui come reagì il mio falso amico di allora; importa invece il commento della mia amica al bar oggi pomeriggio. Simona, questo il suo nome, ha osservato che, diversamente da quanto sostiene il detto popolare, secondo il quale gli amici veri si vedono nel momento del bisogno, la prova del nove della vera amicizia si dà proprio nei momenti più fortunati: l'amico vero è colui che, davanti a un tuo successo, gioisce con te. Di più: che gioisce per te prima ancora di farlo con te. (Epifania: non so a voi, ma a me è davvero successo di vedermela davanti, quell'espressione di gioia.) Al contrario, il falso amico può essere anche capace di offrirti il suo aiuto, tanto nel momento del bisogno quanto in un frangente neutro, di pari tran tran, però, non appena si troverà di fronte a un tuo successo, ti abbandonerà. Il che non significa necessariamente che smettera di farsi vivo; sarà piuttosto il suo slancio a rientrare all'improvviso, svelando così, a posteriori, il suo carattere posticcio.&lt;/span&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;&lt;br /&gt;Se poi come me non avete ancora imparato a non fidarvi, in quel momento di svelamento vi sentirete bruciare il buco del culo; ma di quest'altra attitudine umana, quella di prendersi delle brucianti inculate, Simona ed io non abbiamo parlato.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2425021903460302584-6722041288891435299?l=harzblog.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://harzblog.blogspot.com/feeds/6722041288891435299/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2425021903460302584&amp;postID=6722041288891435299&amp;isPopup=true' title='8 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2425021903460302584/posts/default/6722041288891435299'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2425021903460302584/posts/default/6722041288891435299'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://harzblog.blogspot.com/2007/10/del-prendersela-nel-cuore.html' title='Del prendersela nel cuore'/><author><name>Stefano Zangrando</name><uri>http://www.blogger.com/profile/03768768279688625481</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>8</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2425021903460302584.post-1798484428576656073</id><published>2007-10-20T15:46:00.001+01:00</published><updated>2009-04-02T09:07:23.446+01:00</updated><title type='text'>Dal diario di un pennaiolo</title><content type='html'>&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;Devi calmarti, smettere di &lt;/span&gt;&lt;span style="font-style: italic; font-family: georgia;"&gt;voler&lt;/span&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt; scrivere.&lt;/span&gt; &lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;Non lasciarti ammaliare dall'arrivismo, dal desiderio di affermarti e farti conoscere.&lt;/span&gt; &lt;span style="font-family:georgia;"&gt;In questo momento non si danno ancora i presupposti perché tu possa scrivere &lt;/span&gt;&lt;span style="font-style: italic; font-family: georgia;"&gt;bene&lt;/span&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;, e non varrebbe la pena mettersi in luce troppo presto con dei lavori mediocri.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;Sii paziente, non avere fretta. Abbi fede. Sappi attendere. Leggi! Preoccupati d'essere fin d'ora un buon lettore, sarebbe già un buon risultato.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;Non lasciarti toccare da nessuna forma d'invidia o spirito concorrenziale, la tua non dev'essere una gara per il successo; sarà invece un progressivo, paziente avvicinamento a te stesso: un lento percorso di perfezionamento.&lt;br /&gt;[&lt;span style="font-style: italic;"&gt;Glossa:&lt;/span&gt; Il tuo unico nemico è la tua distrazione; il tuo unico concorrente è la tua immagine nello specchio.]&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;Non temere di &lt;/span&gt;&lt;span style="font-style: italic; font-family: georgia;"&gt;dover&lt;/span&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt; vivere nascosto mentre sotto i riflettori dell'attualità c'è qualcun altro. Riconosci i meriti e le qualità altrui, e rispettali!&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;Non cercare l'altrui attenzione attraverso l'affermazione pubblica di un qualche tuo talento. Se non altro, è prematuro. Godi invece dell'attenzione vera di chi ti ama e crede in te nonostante o forse proprio in virtù della penombra in cui ti trovi.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;Cerca la tua materia nella vita, continua a cercare. Non cadere nella tentazione di far saltar fuori al più presto un libro su un certo argomento &lt;span style="font-style: italic;"&gt;e&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt; perché ti appare come l'esperienza più interessante che hai fatto negli ultimi anni &lt;span style="font-style: italic;"&gt;e&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt; perché magari è un tema che potrebbe darti una certa visibilità. Sono tutte idiozie. Non hai ancora le qualità per realizzare l'opera che hai in mente; la tua facoltà poetica è acerba.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;Leggi e vivi; cerca la vita là dove ti pare pulsare più intensamente, ma non farti illudere dall'idea che l'intensità della vita sia solo o soprattutto una questione "mondana". Leggi, vivi ed esercita con cura e pazienza il tuo linguaggio, senza fretta. Se ti spetta qualcosa, arriverà; in caso contrario, sarai comunque felice di non esserti tradito.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2425021903460302584-1798484428576656073?l=harzblog.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://harzblog.blogspot.com/feeds/1798484428576656073/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2425021903460302584&amp;postID=1798484428576656073&amp;isPopup=true' title='5 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2425021903460302584/posts/default/1798484428576656073'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2425021903460302584/posts/default/1798484428576656073'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://harzblog.blogspot.com/2007/10/dal-diario-di-un-pennaiolo.html' title='Dal diario di un pennaiolo'/><author><name>Stefano Zangrando</name><uri>http://www.blogger.com/profile/03768768279688625481</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>5</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2425021903460302584.post-3256277628235214719</id><published>2007-10-10T21:06:00.001+01:00</published><updated>2007-10-24T20:35:26.969+01:00</updated><title type='text'>Come tutti</title><content type='html'>&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://harz.it/uploaded_images/RadioheadInRainbows-797849.jpg"&gt;&lt;img style="margin: 0pt 10px 10px 0pt; float: left; cursor: pointer;" alt="" src="http://harz.it/uploaded_images/RadioheadInRainbows-797846.jpg" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;A volte, anche un individualista impenitente e ossessionato dalla maturità gode nel sentirsi parte di una massa indistinta di appassionati, concedendo ampio spazio alla propria giovinezza, volevo dire a quel che ne resta, e al suo lirismo. L'importante è avere una buona ragione per farlo. No, non sto parlando né di un best-seller di qualità né di una manifestazione politica di piazza. Sto parlando dei Radiohead. Anch'io, trentaquattrenne di provincia con il vizio della letteratura, ho acquistato via internet, come qualche altra decina di migliaia di persone in tutto il mondo, la versione mp3 del nuovo lavoro dei Radiohead, &lt;/span&gt;&lt;span style="font-style: italic;font-family:georgia;" &gt;In Rainbows&lt;/span&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;. E lo sto ascoltando proprio in questo momento, appena scaricato, in contemporanea con un adolescente giapponese immalinconito che non esce ormai da mesi dalla sua cameretta, una dottoranda svedese in storia dell'arte coricata immobile in posizione fetale su un materasso umido nel suo abbaino parigino e una confraternita di attempati rockettari di Cape Town stravaccati con le birre in mano sui divani informi di una vecchia sala prove. È una bella sensazione, questa di immaginarsi in un raccoglimento simile e contemporaneo a quello di tanti altri, ma separati fisicamente, ciascuno in compagnia della propria e altrui solitudine. Mi fermo qui, per non rovinare il pathos dell'ascolto, o quel che ne resta. Per il resto, non contate troppo su di me in questo periodo. Ho molto da fare e mi consumo ogni giorno di più. Invecchio, come tutti.&lt;/span&gt; &lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2425021903460302584-3256277628235214719?l=harzblog.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://harzblog.blogspot.com/feeds/3256277628235214719/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2425021903460302584&amp;postID=3256277628235214719&amp;isPopup=true' title='21 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2425021903460302584/posts/default/3256277628235214719'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2425021903460302584/posts/default/3256277628235214719'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://harzblog.blogspot.com/2007/10/come-tutti.html' title='Come tutti'/><author><name>Stefano Zangrando</name><uri>http://www.blogger.com/profile/03768768279688625481</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>21</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2425021903460302584.post-3936422769925831912</id><published>2007-10-03T08:18:00.000+01:00</published><updated>2007-10-03T09:52:05.643+01:00</updated><title type='text'>sud 9.</title><content type='html'>&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://www.lavieri.it/sud/immagini/SUD_09.jpg"&gt;&lt;img style="margin: 0pt 10px 10px 0pt; float: left; cursor: pointer; width: 200px;" src="http://www.lavieri.it/sud/immagini/SUD_09.jpg" alt="" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;È uscito il numero 9 di «&lt;/span&gt;&lt;a style="font-family: georgia;" href="http://www.lavieri.it/sud/index.htm"&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;sud&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;», «rivista europea» (bum! ma è vero) nonché «periodico [trimestrale, ndr] di cultura arte e letteratura», erede &lt;/span&gt;&lt;a style="font-family: georgia;" href="http://www.lavieri.it/sud/sud_nuovo.htm"&gt;dichiarato&lt;/a&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt; dell'omonimo &lt;/span&gt;&lt;a style="font-family: georgia;" href="http://www.lavieri.it/sud/sud_storico.htm"&gt;quindicinale&lt;/a&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt; fondato e diretto tra il 1945 e il 1947 da Pasquale Prunas.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;Dopo l'esordio un po' in sordina e le difficoltà di sopravvivenza e diffusione dei primi numeri pubblicati presso Dante &amp;amp; Descartes di Napoli (sordina e difficoltà di cui il singultoso primo paragrafo di questo ipertestualissimo post vuol esser specchietto formale), l'edizione della rivista è passata ora al coraggioso editore casertano &lt;/span&gt;&lt;a style="font-family: georgia;" href="http://www.lavieri.it/"&gt;Lavieri&lt;/a&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;, che già aveva ai miei occhi (ma non solo) il grande merito di aver avviato la collana "&lt;/span&gt;&lt;a style="font-family: georgia;" href="http://www.lavieri.it/collane/arno.htm"&gt;arno&lt;/a&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;", diretta da Domenico Pinto.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;«&lt;/span&gt;&lt;span style="font-weight: bold;font-family:georgia;" &gt;sud&lt;/span&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;»,&lt;/span&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt; il cui formato tabloid è un prodotto del &lt;span style="font-style: italic;"&gt;genius&lt;/span&gt; comunista-dandy del direttore artistico Francesco Forlani&lt;/span&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;, ha la pretesa di annoverare ben &lt;/span&gt;&lt;a style="font-family: georgia;" href="http://www.lavieri.it/sud/sud_Redazioni.htm"&gt;sette&lt;/a&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt; redazioni tra la Campania e gli Stati Uniti. Modestamente faccio parte della redazione di Trento, la più provinciale.&lt;br /&gt;Il nuovo numero, che inaugura la collaborazione con Lavieri, contiene &lt;span style="font-weight: bold;"&gt;testi&lt;/span&gt; di: &lt;/span&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt; Yvonne Baby, Emmanuel Sonetti, Domenico Brancale, Alberto Casiraghy, Giuseppe Catenacci, Biagio Cepollaro, Cythere Critique, Carlo Curati / Giovanni Mazza, Cesare Cuscianna, Alain Danielou, Enrico De Lea, Luis de Pablo, Francesco Forlani, Stefano Gallerani, Ornella Gonzales y Resero, Paolo Graziano, Domenico Grifoni, Andrea Inglese, Marcello/Lavieri, Giulio Marzaioli, Martina Mazzacurati, Walter Nardon, Eleonora Puntello, Marco Palasciano, Pasquale Prunas, Renata Prunas, Lucio Saviani, Ingo Schulze, Isaac Bashevis Singer, Davide Vargas, Daniele Ventre; &lt;span style="font-weight: bold;"&gt;immagini&lt;/span&gt; di: &lt;/span&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;Luca Anzani, Alfredo Anzellini, Bonvi, Paolo Cossi, Alain Danielou, Anne Day, Marco De Luca, Salvatore Di Vilio, Luigi Esposito, Roberto Giusti, Giuseppe Marcone, Ernest Pignon-Ernest, Sir Henry Raeburn, Roger Salloch, Philippe Schlienger, Luigi Spina; e &lt;span style="font-weight: bold;"&gt;traduzioni&lt;/span&gt; di: &lt;/span&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt; Francesca Diomaiuto, Francesco Forlani, Martina Mazzacurati, Francesca Spinelli, Stefano Zangrando.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;(Notate niente, amiche/ci tedescofile/i? Ma sì, è presente anche l'ottimo Ingo Schulze, di cui Feltrinelli ha da poco pubblicato il capolavoro &lt;/span&gt;&lt;a style="font-family: georgia;" href="http://www.feltrinelli.it/SchedaLibro?id_volume=5000886"&gt;Vite nuove&lt;/a&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt; e di cui «&lt;/span&gt;&lt;span style="font-weight: bold;font-family:georgia;" &gt;sud&lt;/span&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;» ha pubblicato su due paginoni, in traduzione mia, un intervento bello e istruttivo assai, intitolato &lt;/span&gt;&lt;span style="font-style: italic;font-family:georgia;" &gt;Ritrovare le parole&lt;/span&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;: da leggere assolutamente!)&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;Ora la vita futura di «&lt;/span&gt;&lt;span style="font-weight: bold;font-family:georgia;" &gt;sud&lt;/span&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;» dipende anche da voi, lettori-internauti dello stivale e oltre (purché italofoni), perciò vi esorto: date un'occhiata ai primi otto numeri, che sono tutti scaricabili gratuitamente in formato pdf dal sito di Lavieri, e poi, se vi saranno piaciuti, &lt;/span&gt;&lt;a style="font-family: georgia;" href="http://www.lavieri.it/sud/sud_abbonarsi.htm"&gt;abbonatevi&lt;/a&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt; – se potete, o fate abbonare la vostra biblioteca di quartiere, o tutt'e due, come preferite: ne varrà comunque la pena, statene certi. Il fatto è che la distribuzione in libreria, come sapete, è cosa dura e onerosa, tanto più per una casa editrice di piccole dimensioni, quindi l'abbonamento, nel caso di un periodico come «&lt;/span&gt;&lt;span style="font-weight: bold;font-family:georgia;" &gt;sud&lt;/span&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;», è il miglior modo per sostenere l'impresa e consentirle di durare. E buona lettura.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2425021903460302584-3936422769925831912?l=harzblog.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://harzblog.blogspot.com/feeds/3936422769925831912/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2425021903460302584&amp;postID=3936422769925831912&amp;isPopup=true' title='9 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2425021903460302584/posts/default/3936422769925831912'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2425021903460302584/posts/default/3936422769925831912'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://harzblog.blogspot.com/2007/10/sud-9.html' title='sud 9.'/><author><name>Stefano Zangrando</name><uri>http://www.blogger.com/profile/03768768279688625481</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>9</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2425021903460302584.post-6222084324369370659</id><published>2007-09-22T14:48:00.000+01:00</published><updated>2007-09-23T13:27:08.846+01:00</updated><title type='text'>Plancton, c'est moi</title><content type='html'>&lt;div&gt; &lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://harz.it/uploaded_images/Cephalopod-705458.jpg"&gt;&lt;img style="margin: 0pt 10px 10px 0pt; float: left; cursor: pointer;" src="http://harz.it/uploaded_images/Cephalopod-705456.jpg" alt="" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;Ho un problema, credo grave, che ultimamente si è manifestato così: non riesco ad avere un'opinione &lt;span style="font-style: italic;"&gt;mia&lt;/span&gt; su Beppe Grillo. Ci provo, ma non ci riesco. Parto con un'impressione, la elaboro tra me e me, ma appena mi confronto con qualcun altro il suo giudizio mi appare più assennato. Poi leggo il corsivo di Tizio su tale quotidiano e mi sembra di condividerlo, questo però finché leggo la replica di Caio su tal'altro giornale, molto critica verso Tizio, e mi sembra di condividere anche, o solo, quella. Allora cambio registro, visito il blog di un altro comico che critica Grillo e mi scopro d'accordo con lui, ma quando torno al blog di Grillo e leggo il suo ultimo post, mi pare che anche il suo discorso non faccia una piega. A questo punto mi imbatto nella riflessione on line di un poeta e mi dico, ecco, finalmente qualcuno con cui mi trovo davvero d'accordo; ma appena una poetessa se ne esce con la sua replica dove esprime un parere assai diverso, ecco che mi mette di nuovo in crisi, perché le sue parole mi suonano più convincenti. Ma questa persuasione non dura che fino alla controreplica del poeta, alla quale del resto fa seguito l'intervento di un altro scrittore, che sottoscriverei immediatamente, se solo non mi accorgessi che più sotto un'altra scrittrice è intervenuta sul tema e... E così via.&lt;br /&gt;Dovrei preoccuparmi? Era Danilo Kis, mi pare, a sostenere che uno scrittore dovrebbe essere in grado di esprimere la sua opinione su qualsiasi argomento. E chi era, mio nonno o mio padre a ripetermi che l'età adulta consiste soprattutto nel compiere una scelta di posizione che ci identifichi anche pubblicamente?&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;Io ci ho appena provato. Sono reduce dai miei primi ed ultimi quaranta giorni nel deserto civico della politica italiana. Mi sono esposto pubblicamente come sostenitore di un amico, aspirante guida locale del nascente Partito Democratico, perché ero convinto&lt;/span&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt; (ma a tutt'oggi è andata in crisi anche questa convinzione) che il PD fosse l'ultima occasione "democratica" per provare a rigenerare la classe politica italiana favorendo l'inserimento delle nuove generazioni.&lt;/span&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt; Ora, tra le esperienze più emblematiche di questo breve pellegrinaggio, c'è stato un colloquio all'inizio di settembre con il candidato in questione. Eravamo a casa sua, seduti in poggiolo, sorseggiavamo Coca Cola. Gli domandai: "Cosa ne pensi del V-Day?"&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;Replicò: "Cos'è il V-Day?"&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;Non so bene il perché (e come potrei?), ma da quella volta cominciai a sospettare che la persona in cui riponevo la mia fiducia non era del tutto adatta al ruolo per cui avevo scelto di sostenerla. Certo, potrei essermi sbagliato. Ma insomma, com'è possibile non riuscire ad avere un'opinione propria su Beppe Grillo? Non dico un'idea complessa, articolata: quella potrei riuscire a metterla a fuoco, certo – ma un'opinione, qualcosa di fissato e coriaceo da poter esprimere in due o tre minuti, o in una cartella o due al massimo, come tutti. Come tutti! Ma no, non riesco ad averla. E ho il pauroso presentimento che questo sia solo l'indizio più evidente di un problema che sta lentamente erodendo l'intero mio pensiero critico... La mia personalità! Sto forse assistendo alla lenta dissoluzione della mia già fragile, già comunissima personalità? Sto regredendo a uno stato pre-civile? Ho anche degli strani dolori nervosi tra la cervicale e il braccio sinistro, ultimamente... E inoltre, a dirla tutta, certe notti non sento più il bassoventre, devo girarmi a pancia in giù e stantuffare a più non posso per riprenderlo, e da qualche giorno persino le feci hanno un riflesso anomalo... Santo cielo, non sarà l'inizio della fine del mio &lt;span style="font-style: italic;"&gt;punto di vista&lt;/span&gt;? Forse che tra non molto non riuscirò ad avere più una mia opinione su &lt;span style="font-style: italic;"&gt;nessun&lt;/span&gt; argomento? &lt;/span&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;Non potrò mai più fregiarmi di espressioni come "secondo me", "a me pare che" o "per come la vedo io"? E che cosa diventerò mai, un essere informe, un &lt;span style="font-style: italic;"&gt;cefalopode&lt;/span&gt;? Non lo so. Per ora so solo che qualcosa mi impedisce di avere un'opinione &lt;span style="font-style: italic;"&gt;mia&lt;/span&gt; su Beppe Grillo. E questo mi fa sentire piccolo, molto piccolo, e sempre più trasparente.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2425021903460302584-6222084324369370659?l=harzblog.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://harzblog.blogspot.com/feeds/6222084324369370659/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2425021903460302584&amp;postID=6222084324369370659&amp;isPopup=true' title='11 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2425021903460302584/posts/default/6222084324369370659'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2425021903460302584/posts/default/6222084324369370659'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://harzblog.blogspot.com/2007/09/congetture-su-creutzfeld-jacob.html' title='Plancton, c&apos;est moi'/><author><name>Stefano Zangrando</name><uri>http://www.blogger.com/profile/03768768279688625481</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>11</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2425021903460302584.post-6179610171626183040</id><published>2007-09-18T17:37:00.000+01:00</published><updated>2007-09-18T17:43:48.274+01:00</updated><title type='text'>Darf eine Stadt jemanden lieben?</title><content type='html'>&lt;object width="425" height="350"&gt;&lt;param name="movie" value="http://www.youtube.com/v/gjMvQHgAgjg"&gt;&lt;/param&gt;&lt;param name="wmode" value="transparent"&gt;&lt;/param&gt;&lt;embed src="http://www.youtube.com/v/gjMvQHgAgjg" type="application/x-shockwave-flash" wmode="transparent" width="425" height="350"&gt;&lt;/embed&gt;&lt;/object&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2425021903460302584-6179610171626183040?l=harzblog.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://harzblog.blogspot.com/feeds/6179610171626183040/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2425021903460302584&amp;postID=6179610171626183040&amp;isPopup=true' title='10 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2425021903460302584/posts/default/6179610171626183040'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2425021903460302584/posts/default/6179610171626183040'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://harzblog.blogspot.com/2007/09/darf-eine-stadt-jemanden-lieben.html' title='Darf eine Stadt jemanden lieben?'/><author><name>Stefano Zangrando</name><uri>http://www.blogger.com/profile/03768768279688625481</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>10</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2425021903460302584.post-244658989406106580</id><published>2007-09-15T08:49:00.000+01:00</published><updated>2007-09-15T09:06:21.862+01:00</updated><title type='text'>Il buio del mare</title><content type='html'>&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://harz.it/uploaded_images/Kubati-728203.jpg"&gt;&lt;img style="margin: 0pt 10px 10px 0pt; float: left; cursor: pointer;" src="http://harz.it/uploaded_images/Kubati-728201.jpg" alt="" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;Nell’esistenza di un bimbo, la grande Storia ha la potenza anonima di un destino. Il piccolo protagonista dell’ultimo romanzo di Ron Kubati, &lt;/span&gt;&lt;span style="font-style: italic; font-family: georgia;"&gt;Il buio del mare&lt;/span&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;, nasce e vive i suoi primi anni in un paese del blocco socialista sotto il segno della diversità: figlio di un kulak, un proprietario terriero espropriato in nome della collettivizzazione delle terre, assiste prestissimo all’impiccagione in piazza del padre, accusato di frode ai danni dello stato. Lo stigma è incancellabile: da questo momento il ragazzo, senza nome anche per il lettore, per gli abitanti della piccola città costiera è semplicemente “il figlio di…”. Kubati, scrittore di origine albanese alla sua terza prova narrativa in italiano, restituisce con empatia lo sguardo inconsapevole e dolente, ma sempre pronto allo stupore e alla fantasticazione, del piccolo protagonista alle prese con un mondo ostile, conformista e violento. Soltanto il mare, presenza oscura e ambigua, sembra preservare al ragazzo una dimensione d’accoglienza e, con essa, un diverso destino. Sarà l’ex-prete Anton, come lui reietto e isolato dalla comunità, ad iniziarlo alle acque profonde e favorire il suo nuovo, definitivo incontro con la Storia. Il racconto, condensato in un centinaio di pagine e scritto in un linguaggio sobrio ed incisivo, procede essenziale verso il bel finale, che ci sorprende con la semplicità di un nome. Kubati ha definito il proprio libro una “fiaba nera”. È vero, ma non è tutto. Dove la Storia e la fiaba s’incrociano, lì c’è lo sguardo assorto di Kubati, sospeso tra magia e disincanto.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;Ron Kubati, &lt;/span&gt;&lt;span style="font-style: italic; font-family: georgia;"&gt;Il buio del mare&lt;/span&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;, Giunti, Firenze 2007, pp. 105, € 12,50.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2425021903460302584-244658989406106580?l=harzblog.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://harzblog.blogspot.com/feeds/244658989406106580/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2425021903460302584&amp;postID=244658989406106580&amp;isPopup=true' title='11 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2425021903460302584/posts/default/244658989406106580'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2425021903460302584/posts/default/244658989406106580'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://harzblog.blogspot.com/2007/09/il-buio-del-mare.html' title='Il buio del mare'/><author><name>Stefano Zangrando</name><uri>http://www.blogger.com/profile/03768768279688625481</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>11</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2425021903460302584.post-5668454566258919450</id><published>2007-09-10T12:32:00.000+01:00</published><updated>2007-09-10T12:52:38.379+01:00</updated><title type='text'>Resina (Il treno dell'amore giovanile) - V</title><content type='html'>&lt;div align="justify"&gt;&lt;a href="http://harz.it/uploaded_images/amber-774283.jpg"&gt;&lt;img style="FLOAT: left; MARGIN: 0px 10px 10px 0px; CURSOR: hand" alt="" src="http://harz.it/uploaded_images/amber-774256.jpg" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;Rimanemmo in quella posizione diverso tempo. Arrivai a sentire freddo; infine le dissi: “Su, hai un esame domani. Sai già che altri treni ci sono?”&lt;br /&gt;Alzò la testa e mi sorrise. Era lo stesso sorriso che le avevo visto in treno, lo stesso grande, irresistibile sorriso, solo che adesso era velato da una stanca malinconia. “No” rispose, “dobbiamo guardare sul tabellone degli orari”.&lt;br /&gt;Ci rivestimmo. Rifiutai i soldi che voleva darmi e pagai la camera con il bancomat. Mano nella mano, risalimmo senza fretta il viale Stazione buio e deserto.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Odio gli addii. Se volete, potete andare sul sito Internet delle ferrovie (www.trenitalia.it) per rendervi conto di come, intorno alle 23 dei giorni feriali e fino alla prima mattina del giorno successivo, non ci siano treni per Monaco che fermano a Bressanone. La mia unica soluzione per tornare a Bolzano, un Euronight chiamato “Capri” che sarebbe arrivato soltanto a mezzanotte e venti minuti e con cui sarei stato a Bolzano all’una meno dieci, era la stessa che avrebbe dovuto adottare lei in un primo momento. Erica, cioè, prima sarebbe dovuta venire con me fino a Bolzano; solo a quel punto, dopo un’attesa di quasi due ore, avrebbe potuto usufruire della coincidenza con un treno espresso, il “Brenner Express”, che l’avrebbe fatta arrivare a Monaco alle sei e mezza del mattino. In questo modo, nonostante il prevedibile incomodo di una notte insonne o quasi, Erica sarebbe arrivata sicuramente in tempo per presentarsi all’università e sostenere l’esame. Probabilmente sarebbe anche riuscita a passare prima a casa sua, così da riporre il pesante borsone e sistemarsi un po’ (magari avrebbe fatto perfino una doccia veloce). Io, dal canto mio, senza dubbio le avrei fatto compagnia fino alla fine, finché cioè non fosse salita su quell’espresso. Ma quel giovedì sera non andò così. Quel giovedì sera, che in realtà era l’altro ieri, il 31 gennaio 2002, la ragazza con cui ho condiviso per circa mezz’ora, da Trento a Bolzano, uno scompartimento dell’Eurocity “Garda” Milano-Monaco, quella ragazza mi ha salutato, questo è vero, con un sorriso enorme e luminoso (davvero sproporzionato alla circostanza); è altrettanto vero che, lasciatomi alle spalle lo scompartimento e accodatomi ai passeggeri che stavano per scendere, ho dovuto constatare con dispiacere che non ero riuscito a sentire la sua voce; è vero, soprattutto, che poi, ripensando al suo sorriso, mi sono scoperto addosso un inconsueto benessere, un benessere profondo, diffuso. Basta poco per essere felici. Ma dalla punta di tristezza che è sorta in me subito dopo (come l’annuncio di una dolorosa insoddisfazione), da quella punta di tristezza non si è liberata nessuna agitazione inaudita e violenta. Non vi è stato nulla che, con straordinaria immediatezza, mi abbia pervaso da capo a piedi. Nessun mezzo pensiero mi ha attraversato. Nessun nodo mi ha preso alla gola. Nessuna spinta incontrollabile mi ha costretto a voltarmi. E se mi sono voltato, l’ho fatto in modo fugace e dissimulato, prima di scendere dal treno dietro agli altri viaggiatori. E se l’ho fatto, non ho visto nessuna ragazza in piedi, nel corridoio, a due metri da me. Nessuna “Erica” mi fissava. Il corridoio era vuoto. Sono sceso dal treno dietro agli altri viaggiatori, sono uscito dalla stazione e ho preso l’autobus che mi ha portato sotto casa dell’amico che ha perso il treno dell’amore giovanile. Abbiamo stappato la bottiglia di Fojaneghe rosso e abbiamo chiacchierato a quattr’occhi per un’oretta. Poi sono arrivati gli altri tre. È stata una bella cena. Come al solito, abbiamo mangiato, bevuto e ciarlato fino allo sfinimento. Il più vecchio ha cucinato un ottimo risotto alla salsiccia. Quello sposato ha annunciato la gravidanza di sua moglie e l’acquisto della casa nuova. Abbiamo brindato più volte alla sua salute. Alla fine della serata, quello che convive con la futura moglie e un gatto mi ha accompagnato in macchina a casa dei miei genitori, dove ho ancora il mio letto di figlio. Prima di addormentarmi, ho dato un’occhiata all’articolo che devo tradurre. Il giorno dopo, cioè ieri, ero di nuovo a Trento, dove mi aspettavano due ore di lezione di tedesco. Ho anche incassato un po’ di soldi: i ragazzi mi hanno pagato gennaio.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="center"&gt;&lt;em&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;&lt;/span&gt;&lt;/em&gt; &lt;/div&gt;&lt;div align="right"&gt;&lt;em&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;Fine&lt;/span&gt;&lt;/em&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2425021903460302584-5668454566258919450?l=harzblog.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://harzblog.blogspot.com/feeds/5668454566258919450/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2425021903460302584&amp;postID=5668454566258919450&amp;isPopup=true' title='15 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2425021903460302584/posts/default/5668454566258919450'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2425021903460302584/posts/default/5668454566258919450'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://harzblog.blogspot.com/2007/09/resina-il-treno-dellamore-giovanile-v.html' title='Resina (Il treno dell&apos;amore giovanile) - V'/><author><name>Stefano Zangrando</name><uri>http://www.blogger.com/profile/03768768279688625481</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>15</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2425021903460302584.post-6120296861835850587</id><published>2007-09-08T07:34:00.000+01:00</published><updated>2007-09-08T14:39:02.470+01:00</updated><title type='text'>Resina (Il treno dell'amore giovanile) - IV</title><content type='html'>&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://harz.it/uploaded_images/resindisc-747037.jpg"&gt;&lt;img style="margin: 0pt 10px 10px 0pt; float: left; cursor: pointer;" src="http://harz.it/uploaded_images/resindisc-747034.jpg" alt="" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;Erica aveva la pelle chiara e levigata. Il collo era bollente, arrossato, i seni piccoli e tondi, morbidi. Indugiai con la lingua sui suoi capezzoli bruni inturgiditi, assaporando l'annuncio della nostra liberazione. Fui in imbarazzo quando mi spogliò il busto. Devo aver detto: “Ho la pancia”. Lei fece: “Ssst”.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;Leccarla tra le cosce fu un piacere forte, eccessivo, un bene insostenibile. Aveva un profumo naturale che mi stordiva. Ricordo di esserle rimasto appoggiato a lungo sul pube: immobile, senza fare niente, col naso immerso nel pelo, respirando forte e stringendole le mani.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;Stranamente fino a quel momento non mi ero reso conto di non avere con me preservativi. Glielo dissi. Lei si alzò e, dopo aver rovistato nel suo borsone e averne tirata fuori una confezione intera, reagì al mio stupore davanti a quel gesto dicendo soltanto: “Non se ne accorgerà”. Avevo molta sete. Cercai di mandare giù più saliva possibile.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt; In principio entrarle dentro fu problematico. Temevo di venire presto, ma al tempo stesso godevo immensamente del contatto. Era certo un piacere puro, che non provavo da molto tempo, ma dovevo tenere a freno la mia sensibilità risvegliata. Nei primi cinque minuti fui costretto a muovermi con estrema prudenza. Le chiesi anche scusa, perché sentivo che quel movimento non la gratificava. Poi persi un po’ di sensibilità e andò meglio. Mentre la baciavo e mi muovevo, toccavo il suo corpo con il petto, le mani e ogni parte delle braccia. Cercavo un contatto il più totale possibile. Dopo un po’ cambiammo posizione e in pochi minuti lei venne con una sequenza di gemiti che mi raggiunsero come una dolcissima droga. Sorrisi e la accarezzai, poi mi sdraiai sotto di lei. Il suo orgasmo riprese, lei lo prolungava e, adesso che la sentivo meglio, in poco tempo fui con lei. Ebbi una fitta al cuore, strozzai un grido, infine crollai.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;Erica si sfilò da me e appoggiò la testa sul mio petto. Gliela sollevai con una mano e cercai il suo sguardo. La penombra della stanza le accarezzava il viso avvolgendolo in una morbida oscurità. I suoi occhi brillavano come gocce notturne, caldi e lunari. Le sussurrai: “Chi sei?”&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt; Aveva gli occhi fissi nei miei. Disse: “Chi sei tu…”&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt; Avevo voglia di piangere. La riportai su di me e la accarezzai a lungo. Poi facemmo di nuovo l’amore, questa volta più lentamente, guardandoci spesso negli occhi, senza parlare. Appena finì, sentii montare l’angoscia del distacco. Lei dovette accorgersene. Mi cinse il busto con un braccio e disse: “Non credo che potremo cenare insieme. Devo assolutamente andare a Monaco stasera. Domani ho un esame”.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;Rieccoci nella realtà. Gli amici a Bolzano mi stavano aspettando. Anche se, a dire il vero, il fatto che potessero impensiersi non mi preoccupava. Tra noi funziona così. Nel peggiore dei casi, come si dice, poteva “essere successo qualcosa”. In altre parole, potevo essere morto. E in quel caso, ormai, non ci sarebbe stato più nulla di cui preoccuparsi, se non delle spese funerarie. Nel migliore dei casi, invece, potevo essere con una donna. Ed era esattamente quello che mi era successo. Di più, siccome non era una donna qualunque – cioè, sì, in un certo senso era proprio una donna qualunque, ma siccome stavo vivendo con lei qualcosa di eccezionale, il caso in questione eccedeva di gran lunga quel “migliore dei casi” che i miei amici avrebbero potuto ipotizzare. Avrei avuto tutta la loro comprensione&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt; “Che cosa vogliamo fare?” disse Erica.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;Mi agitai. “Cosa?”&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt; “Che cosa vogliamo fare” ripeté.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;“Non lo so” risposi, “sono un po’ angosciato dall’idea di non rivederti più”.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;Sospirò, poi disse: “Ma forse se ci conosciamo di più rischiamo di rimanere delusi. Scopriremmo di essere due normali esseri umani, banali e ripetitivi come ogni essere umano. Non so se ci convenga”.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt; “Cristo santo” grugnii. L’angoscia mi stava prendendo al torace. “Capisco quello che vuoi dire, è un discorso bellissimo e verissimo. Ma non potremmo almeno lasciarci il numero di telefono? Non dobbiamo per forza chiamarci…”&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;Con un fondo d’irritazione nella voce calma, rispose: “Certo, se ti può tranquillizzare, lo possiamo fare”.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt; “Sì, credo che mi possa tranquillizzare” replicai, e aggiunsi: “Ma tu non vuoi?”&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;Si mosse. Salì con una mano al mio viso, alzò la testa e mi parlò a pochi centimetri. Sentivo il suo fiato caldo: “Possiamo anche decidere di rivederci. Come certi amanti, senza dirci niente, lasciando le nostre vite fuori dalla porta. Ma forse questo finirebbe per non bastarci, e allora rovineremmo tutto. In ogni caso, la seconda volta sarebbe già diversa da oggi. Ci sarebbe già una ripetizione, il primo annuncio di una regola. Ho un ragazzo, a Monaco, e tutto il resto. Avrai anche tu una vita, fuori di qui. Quella è la nostra vita regolare, bella o brutta che sia. Vuoi davvero lasciare che quel mondo si mescoli con questo?”&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;Come potevo aspettarmi un discorso del genere? Ribattei d'impulso: “E perché no? Non puoi sapere adesso come sarebbe se mescolassimo i due mondi. Come fai a precorrere gli eventi in questo modo?”&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;“Non precorro gli eventi. Cerco di favorirne alcuni piuttosto che altri”.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt; “E quali sono gli eventi che stai cercando di favorire?”&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;Erica abbassò gli occhi. “Non lo so… Forse si tratta più che altro di evitare che…”&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt; “Che cosa? Cos’è che vuoi evitare?”&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt; Erica disse: “Te l’ho detto…”, ma si interruppe.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;In quel momento capii: eravamo già di nuovo lontani, separati uno dall’altro dal velo infinito delle nostre solitudini. Nudi l’uno sull’altro, ognuno solo con se stesso, dialogavamo. Rabbrividii. Le dissi: “C’è qualcosa che non va… Non so, mi sembra che questo discorso non abbia senso. Chi siamo noi per parlarci così?”. Non sentivo più il suo corpo. La scostai e mi mossi per alzarmi. Mi lasciò fare. La guardai e proseguii: “Capisci quello che voglio dire? Questo dialogo è innaturale…”&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt; Lei proruppe in un singhiozzo sommesso. Provai dolore. Non sapevo come reagire. Si mise a sedere sul letto e disse: “Certo che lo capisco… Tanto innaturale, quanto naturale ci è parso arrivare fin qui per… scopare, è questo il punto…”&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt; Pronunciò la parola “scopare” con una punta di pudore, e in quel preciso istante sentii rifluire un’immensa dolcezza. Non compresi il senso delle sue parole, ma non me ne preoccupai: all’improvviso mi scoprivo innamorato. Mi ero già infilato i boxer. Le andai vicino. Appoggiò la testa al mio ventre e mi abbracciò. La accarezzai. Mi colarono lacrime sulle guance e caddero sulle sue spalle. Continuò a singhiozzare, piano. Ruotai lentamente il braccio con cui le stavo accarezzando i capelli e guardai l’ora. Le dieci passate. Mormorai una bestemmia, la peggiore che mi venne in mente.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;div style="text-align: right;"&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;(&lt;/span&gt;&lt;span style="font-style: italic;font-family:georgia;" &gt;continua&lt;/span&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;)&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2425021903460302584-6120296861835850587?l=harzblog.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://harzblog.blogspot.com/feeds/6120296861835850587/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2425021903460302584&amp;postID=6120296861835850587&amp;isPopup=true' title='5 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2425021903460302584/posts/default/6120296861835850587'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2425021903460302584/posts/default/6120296861835850587'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://harzblog.blogspot.com/2007/09/resina-il-treno-dellamore-giovanile-iv.html' title='Resina (Il treno dell&apos;amore giovanile) - IV'/><author><name>Stefano Zangrando</name><uri>http://www.blogger.com/profile/03768768279688625481</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>5</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2425021903460302584.post-4576931398130104315</id><published>2007-09-05T08:14:00.000+01:00</published><updated>2007-09-05T08:38:29.072+01:00</updated><title type='text'>Resina (Il treno dell'amore giovanile) - III</title><content type='html'>&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://harz.it/uploaded_images/Resin-bud-vase-Red-710539.jpg"&gt;&lt;img style="margin: 0pt 10px 10px 0pt; float: left; cursor: pointer;" src="http://harz.it/uploaded_images/Resin-bud-vase-Red-710532.jpg" alt="" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;Lasciai cadere la borsa, andai verso di lei, le presi la testa tra le mani e la baciai. Mi assecondò con un impeto che mi sconvolse. Aprì le labbra mentre le sue mani mi salivano intorno al collo. Aveva la bocca calda. Era quasi un anno che non baciavo una donna. Mi eccitai. Scesi con una mano verso i fianchi e allungai l’altro braccio alla mia sinistra: lo scompartimento era aperto. Senza smettere di baciarla, la spinsi dentro e chiusi la porta scorrevole dietro di me. Mi accarezzò i capelli, poi scese sulle spalle e me le strinse. Sentivo le sue mani vibrarmi addosso, tese all’inverosimile. Strinsi le mie attorno ai suoi fianchi. Ci accarezzavamo come due invasati, ma non c’era foga, né violenza. Intensità, piuttosto: un’improvvisa febbre dei sensi. Spinse il corpo contro il mio. Me la strinsi addosso e sentii le punte del suo seno. Temetti che percepisse la mia pancia, e che questo potesse non piacerle. Non pensai un solo istante al fatto che potesse accorgersi della mia erezione. A un certo punto il treno ripartì. Immagino che nel frattempo ci siano passati davanti diversi viaggiatori, i quali avranno preferito cercare posto negli altri scompartimenti. In ogni caso, noi non ci accorgemmo di nulla. &lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;L’effusione finì da sola al momento giusto. Ci staccammo, come agiti da un automatismo, nell’istante esatto in cui riconobbi nei nostri movimenti la prima ombra di una meccanicità inerte, spogliata dal motore dell’assurda passione improvvisa che ci aveva spinti l’uno verso l’altro. Suppongo, a questo punto, che lei abbia avuto la stessa sensazione. È che tutto, lo dico col senno di poi, tutto sembrava ordirsi perfettamente a nostro favore. Tutto sembrava coincidere. Eravamo protagonisti di una meravigliosa combinazione di fatalità. In quei momenti non me ne rendevo conto. Ero completamente inebriato. Ricordo tuttavia di essere riuscito, per un attimo, a formulare un pensiero di questo tipo: questa dev’essere una forma particolarmente brutale e virulenta di ciò che certe anime ingenue chiamano amore, mentre non è che foia a prima vista.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;Stentavo a guardarla negli occhi, adesso, e così lei. Sorridendo nervosamente, dissi: “Certo che siamo due animali… Ci saltiamo addosso e non riusciamo neanche a guardarci negli occhi”.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;Lei sembrò non darmi retta. Si coprì il viso con una mano e disse: “Oddio”. Aveva il fiatone ed era italiana. La presi di nuovo e le diedi un bacio. Mi succhiò le labbra. Poi ci calmammo un po’. Ci sedemmo l’uno di fronte all’altro, confusi dall’imbarazzo. Mente locale: ero sull’Eurocity Milano-Monaco, senza biglietto, eccitato, in compagnia di una sconosciuta con cui volevo scopare al più presto. Le chiesi: “Dove vai?”&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;Si schiarì la voce e rispose: “A Monaco”.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;“A Monaco… Studi?”&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt; Fece sì con la testa. Le presi una mano tra le mie. Mi lasciò fare.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;“Di dove sei?”&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt; “Di Rovereto”.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt; Bene, pensai, Rovereto è una bella cittadina abitata da belle persone. L’oasi laica del Trentino. Dissi: “Anch’io studio. A Trento, brutto posto”. Poi, temendo che potesse giudicarmi male, anche per il mio aspetto non più giovanissimo, aggiunsi: “Ma sono di Bolzano, già laureato. Sto facendo un dottorato di ricerca”.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;“Ah”, fece lei, e non disse altro.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;“Bene” conclusi allora, e mi guardai intorno. Aveva un borsone sul portabagagli in alto. La prossima fermata era Bressanone. Un quarto d’ora. Le dissi: “Senti, io non posso stare sul treno, il mio biglietto finiva a Bolzano. Scendiamo a Bressanone?”. La mia audacia mi sbalordiva.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt; Mi rivolse uno sguardo interrogativo, poi si voltò verso il finestrino. Si massaggiava le ginocchia. Capii che rischiava di tornare in sé. Esclamai: “Dai!”, mi alzai e tirai giù la sua valigia.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt; “Aspetta!” saltò su, “Che cosa fai?”&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt; La fissai, le diedi un altro bacio sulle labbra e le dissi, con tono da invasato: “Quando ti ricapita? Eh? È l’occasione della nostra vita! Non lo senti? Ora o mai più! Non lo senti anche tu?”&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt; Ansimava anche lei. Accennò una smorfia. È un sorriso, pensai, e quello mi bastò. Dissi: “Andiamo” e feci per uscire.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;Mi bloccò: “Ma dove vai? Non siamo ancora a Bressanone…”.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt; Aveva ragione. Ma ero senza biglietto, volevo andarmene da lì. Il cesso non era certo un buon nascondiglio. Spegnere la luce e tirare le tende? Era un’idea. Lo feci. Rimanemmo al buio, isolati. Il treno sferragliava sotto di noi. In piedi in mezzo allo scompartimento, in equilibrio, in pochi istanti fummo colti da una nuova fame. Ma ci contenemmo. In qualche modo sapevamo che di lì a poco ci saremmo arrivati in condizioni più confortevoli. Non passò nessun controllore. Alla fine rimanemmo abbracciati, stretti e muti nel buio. Solo all’arrivo a Bressanone, imbracciate la mia borsa e il suo borsone, la presi per mano e le dissi: “Andiamo”.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;Da questo punto in poi, il mio racconto rischia di diventare ancora meno credibile, ma che ci posso fare?&lt;br /&gt; Uscimmo in strada e scendemmo lungo viale Stazione. Camminavamo veloce, mano nella mano, senza parlare. A un certo punto ruppi il silenzio: “Mi chiamo Tiziano”. Non replicò subito. Immagino che abbia dovuto elaborare quel dato inatteso. All’improvviso le avevo dato un nome a cui attribuire virtualmente la concausa di tutto il fermento che ci ribolliva dentro. Le avevo aperto una valvola di sfogo. Le avevo offerto un varco. Aspettavo un controvarco. Dopo qualche esitazione, articolò: “Tiziano!”.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;Mi nominò con una strana voluttà, quasi eterea. Ne ebbi conferma in me quando, subito dopo, aggiunse: “Erica”. Mi voltai e la guardai in viso. Sorrideva. Sorrisi anch’io e ripetei estasiato: “Erica!”. Roba da matti.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;C’infilammo nella prima pensione che incontrammo. Si chiamava Pocherhof. Sembrava ospitale. Rustica, non troppo elegante, ben tenuta. C’era molto legno. Ci accolse un crucco di mezza età con gli occhiali dalle lenti spesse e un voluminoso cespo di capelli bianchi. Aveva un’espressione simpatica, ma la sua gentilezza non mi parve naturale. Eravamo pur sempre italiani. Non m’informai sui prezzi. Avevo il bancomat in tasca ed Erica alla mia destra. Consegnammo al crucco i nostri documenti. Ricevemmo in cambio una chiave legata a una medaglia di legno. La presi, ringraziai e anticipai Erica sulle scale che portavano al secondo piano. Camera 22. Erano le sette e mezza. Tirai fuori il portatile e lo spensi. Erica mi vide e, senza dirmi nulla, fece la stessa cosa.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;Chiusi la porta a chiave. Era una bella cameretta, essenziale e accogliente, ma la luce centrale metteva tristezza. Ero di nuovo eccitato, in preda a contrazioni muscolari incontrollabili. Accesi la lampada sul comodino e spensi la luce centrale. Andava meglio. Anche Erica era molto tesa. Le dissi: “Vieni qua” e la accompagnai sul letto. Ci sdraiammo di traverso, occupando entrambe le piazze. Le chiesi: “Hai fame?”&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt; Mi accarezzò la testa. “No”, rispose.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;Naturalmente, neanch’io. Ma la assicurai: “Dopo voglio andare a cena in un bel posto”.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;Per caso mi tornò in mente una frase che avevo sentito qualche giorno prima in un serial televisivo per giovani romantici: “A volte il nostro cuore ci porta dove non crederemmo mai di andare”. Però non parlava di ristoranti. Fu un’ironia del pensiero che ignorai volentieri. È che mi sentivo ringiovanito di dieci anni. Ero in amore. Ero anch’io un giovane romantico. Per nessuna ragione al mondo avrei voluto essere ironico. E anche se lo avessi voluto, non credo che ci sarei riuscito. Non capita tutti i giorni di ringiovanire di dieci anni in mezz’ora.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;div style="text-align: right;"&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;(&lt;span style="font-style: italic;"&gt;continua&lt;/span&gt;)&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2425021903460302584-4576931398130104315?l=harzblog.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://harzblog.blogspot.com/feeds/4576931398130104315/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2425021903460302584&amp;postID=4576931398130104315&amp;isPopup=true' title='7 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2425021903460302584/posts/default/4576931398130104315'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2425021903460302584/posts/default/4576931398130104315'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://harzblog.blogspot.com/2007/09/resina-der-zug-der-jugendlichen-liebe.html' title='Resina (Il treno dell&apos;amore giovanile) - III'/><author><name>Stefano Zangrando</name><uri>http://www.blogger.com/profile/03768768279688625481</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>7</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2425021903460302584.post-8339655115417426058</id><published>2007-08-30T08:58:00.000+01:00</published><updated>2007-08-30T09:18:25.065+01:00</updated><title type='text'>Resina (Il treno dell'amore giovanile) - II</title><content type='html'>&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://harz.it/uploaded_images/Vasoresina-798987.jpg"&gt;&lt;img style="margin: 0pt 10px 10px 0pt; float: left; cursor: pointer;" src="http://harz.it/uploaded_images/Vasoresina-798986.jpg" alt="" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;Mi misi a leggere. L’articolo, stranamente, era bello, sensato, tanto che nel giro di poche righe m’immersi intero nel suo ritmo. Tornavo in me, parzialmente, soltanto quando con la coda dell’occhio vedevo la ragazza muoversi alla mia destra. Un paio di volte guardò verso di me. Forse guardava addirittura me. Allora, preso da questo pensiero, per qualche secondo mi distraevo del tutto e, mantenendo l’espressione assorta della lettura, la offrivo consapevole ai suoi occhi. Poi, quando lei tornava sulle sue fotocopie, anch’io tornavo al mio articolo.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt; Ogni tanto, invece, ero io a fare una pausa alzando la testa. Mi giravo dalla sua parte e, invece di guardarla, gettavo occhiate fugaci alla sua immagine riflessa nel finestrino (era quasi sera, fuori era buio), oppure mi giravo dall’altra e cercavo il riflesso nell’altro vetro. Nel complesso, non riuscii a vedere com’era fatto il suo viso. Ma ebbi conferma dei suoi capelli e, vagamente, di un bel profilo. Indossava una maglia chiara e, lo notai soltanto adesso, aveva anche lei un telefono portatile. Lo teneva anche lei sul sedile, a portata di mano. &lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;A dieci minuti da Bolzano accadde un prodigio: il mio portatile squillò. Lo afferrai, mi voltai verso di lei – che non alzò la testa di un millimetro – e dissi: “Scusa”, poi mi alzai e uscii nel corridoio. Era il mio amico che aveva perso il treno dell’amore giovanile. Mi chiamava per darmi conferma dell’ora di ritrovo. Da non credere. Scambiammo le prime battute, ma il corridoio era poco isolato, il treno mi sferragliava nelle orecchie e capivo poco o niente delle sue parole. Rientrai nello scompartimento e nel tono più amabile possibile dissi: “Scusami, entro, perché in corridoio non si sente niente”. La ragazza non reagì. Dall’altra parte, invece, il mio amico disse: “Va bene!”. Va bene che? Gli dissi: “Sono quasi a Bolzano, se a te va bene posso venire direttamente a casa tua. Ho una bottiglia di rosso che sarebbe meglio aprire con un po’ d’anticipo, così prende aria. E poi magari ti posso dare una mano a preparare”.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;Si trattava, più che altro, del fatto che se fossi andato lì un’ora prima avremmo avuto un po’ di tempo per scambiare due chiacchiere a quattr’occhi, cosa che ultimamente ci era riuscita spesso e volentieri. Lui, in effetti, era il solo amico di Bolzano che vedevo almeno una volta al mese. Ma tutto questo rimaneva sottinteso. Adesso, per di più, ero condizionato dal fatto di poter dire qualcosa che valesse al tempo stesso come segnale per la ragazza. La storia del vino che deve prendere aria, per esempio, combinata con il mio tono amabile, poteva fare una bella impressione. Non solo non ero un ignorante, ma ci sapevo anche fare col vino ed ero in procinto di partecipare ad una cena: ero un &lt;span style="font-style: italic;"&gt;viveur&lt;/span&gt;!&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt; Naturalmente, tutta questa recita era sorretta da una certa consapevolezza. In fondo non era che un bel gioco tra un maschio e una femmina della specie umana, e soprattutto, come credevo, di un gioco solo mio. In ogni caso, la mia parte la stavo facendo, e questo bastava a fare di me un soggetto desiderante – il che, visto il momento della mia esistenza in cui tutto questo accadeva, avrebbe almeno giovato al mio amor proprio.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt; Il treno era già entrato in città. Rimisi i fogli in borsa e mi alzai per indossare il cappotto. La ragazza alzò la testa e non la riabbassò subito. Forse mi guardava mentre mi rivestivo. Non mi fermai. Ormai mancava meno di un chilometro. Avevo già deciso che all’ultimo momento, uscendo, mi sarei voltato e l’avrei salutata. Non prima. Il treno infilò il ponte di ferro sulla Talvera. Vidi il torrente. L’acqua, nera e nitida, scorreva ad un livello molto basso. La luna piena si rifrangeva sulla superficie liquida in infinite schegge di luce.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt; All’inizio fu esattamente come avevo previsto: uscii nel corridoio, mi voltai e la guardai per salutarla. Lei, che nel frattempo era tornata alle sue fotocopie, alzò di nuovo la testa, ma stavolta mi guardò negli occhi e il suo viso s’illuminò in un sorriso assolutamente sproporzionato alla circostanza. Era un sorriso enorme, sincero, che le increspava tutta la faccia, quasi nascondendole le pupille nerissime tra le palpebre ridotte a sottili fessure. Rimasi un po’ disorientato. Quel sorriso eccedeva le mie attese più profonde. Non mi aspettavo che un esemplare dell’umanità civilizzata potesse sorridere in quel modo ad un suo simile dopo mezz’ora di treno. Tutto sommato mi ero limitato a maneggiare con lieve ostentazione della carta stampata e a mostrare un po’ di gentilezza e un tono amabile. Non potevo che procedere con rigore nei miei intenti. Le dissi: “Ciao, buon viaggio” e richiusi la porta scorrevole mentre lei rispondeva qualcosa che non capii. Doveva avere una voce esile. Il treno iniziava a frenare. Mi accodai per ultimo ai passeggeri che scendevano.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;Sospirai e avanzai di qualche passo. Lo scompartimento che avevo di fronte adesso era ancora chiuso dalle tendine. Sospirai di nuovo. Dovetti constatare che non ero riuscito a capire se  fosse italiana o no. In effetti, la sua voce non l’avevo proprio sentita. Un po’ me ne dispiacque. Lei, invece, aveva sentito la mia. Una piccola disparità. Poi, ripensando al suo sorriso, mi scoprii addosso un inconsueto benessere, un benessere profondo, diffuso, e mi dissi: “Lo vedi? Basta poco per essere felici”. Lo pensavo davvero. Subito dopo, però, sorse in me una punta di tristezza, come l’annuncio di una dolorosa insoddisfazione, da cui poi si liberò, con straordinaria immediatezza, un’agitazione inaudita e violenta, che in brevissimo tempo mi pervase da capo a piedi. Che razza di roba era? Un mezzo pensiero mi attraversò: “E se invece…”. Mi prese un nodo alla gola. Il treno si fermò. Le porte si aprirono. I viaggiatori davanti a me iniziarono a scendere. Faticavo a respirare. I viaggiatori scendevano. “E se invece…”. Colto da una spinta incontrollabile, dovetti voltarmi.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;Vi sembrerà ridicolo, ma lei era lì. In piedi, nel corridoio, a due metri da me, mi fissava. Giudicai rapidamente: un metro e sessantacinque, gambe asciutte, bacino leggermente abbondante, seno piccolo. Sembrava incerta, titubante, ma il suo volto, che finalmente vedevo intero e non più deformato dal sorriso abnorme, si specchiava nel mio. I suoi occhi, neri e grandi, avevano qualcosa di estraneo. Tuttavia ebbi la netta sensazione che fosse preda della mia stessa tensione.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;Non credo, a questo punto, che vi siano parole per spiegare il mio comportamento in quei secondi. E nemmeno tutto quello che seguì.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;div style="text-align: right;"&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;(&lt;span style="font-style: italic;"&gt;continua&lt;/span&gt;)&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2425021903460302584-8339655115417426058?l=harzblog.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://harzblog.blogspot.com/feeds/8339655115417426058/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2425021903460302584&amp;postID=8339655115417426058&amp;isPopup=true' title='10 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2425021903460302584/posts/default/8339655115417426058'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2425021903460302584/posts/default/8339655115417426058'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://harzblog.blogspot.com/2007/08/resina-il-treno-dellamore-giovanile-ii.html' title='Resina (Il treno dell&apos;amore giovanile) - II'/><author><name>Stefano Zangrando</name><uri>http://www.blogger.com/profile/03768768279688625481</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>10</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2425021903460302584.post-8185646546979219603</id><published>2007-08-24T07:46:00.001+01:00</published><updated>2007-08-24T08:13:36.376+01:00</updated><title type='text'>Resina (Il treno dell'amore giovanile) - I</title><content type='html'>&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://harz.it/uploaded_images/resina_image-755317.jpg"&gt;&lt;img style="margin: 0pt 10px 10px 0pt; float: left; cursor: pointer;" src="http://harz.it/uploaded_images/resina_image-755313.jpg" alt="" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style="font-style: italic;font-family:georgia;" &gt;(Ho scritto questo racconto all'inizio del 2002. Con la scusa di rivederlo, ho deciso di pubblicarlo a puntate sul blog che gli ha rubato il nome, insomma il titolo. Questo anche per ossigenarmi un po' nelle pause tra un cimento civico e l'altro e dimenticarmi così per qualche minuto la fetta più misera di umanità – una minoranza, ma avvilente – con cui da qualche giorno ho a che fare.)&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;Non ero in un bel periodo. Stavo ingrassando. Avevo smesso di fumare e mangiavo parecchio e male. Bevevo anche, anche da solo, ma senza troppi eccessi. Avevo pochi soldi. Aspettavo che mi pagassero dei lavori, soprattutto traduzioni, ma tardavano. Entro poche settimane il mio conto in banca sarebbe andato in rosso. Sopravvivevo un giorno dopo l’altro grazie alle lezioni private. Davo ripetizioni di italiano e tedesco: quattro adolescenti maschi venivano a casa mia, a turni di due alla volta, due volte la settimana per due ore. In questo modo, io non dovevo spostarmi e i genitori pagavano un po’ meno. Abitavo a Trento, città impoetica e bigotta, più parrocchiale che provinciale. C’era molto freddo. Non pioveva da ottobre, l’aria era secca e ghiacciata, pungente, molto inquinata. Ne avrei patito le conseguenze in primavera, quando mi sarebbe esplosa l’allergia ai pollini e, con essa, un’asma martellante. Mi chiedevo quanto avrei potuto ancora spassarmela prima che diventasse cronica. Secondo un calcolo molto approssimativo, poteva trattarsi di pochi anni. Una decina almeno, speravo. Verso i quaranta, non prima. Prima avrei voluto divertirmi ancora un po’, sfruttare fino in fondo gli ultimi residui di giovinezza. Poi l’asma, per come la vedevo, avrebbe potuto anche imprigionarmi in una morte in vita, in una lunga introduzione alla morte: altri vent’anni almeno, speravo. Il tempo di prepararsi.&lt;/span&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;&lt;br /&gt;Era un giovedì, tardo pomeriggio. Me n’ero appena andato dalla facoltà di lettere e filosofia, dove avevo assistito alla presentazione, di fronte ad un pubblico poco interessante, dei primi tre cd-rom di una collana denominata “Idra” (che stava per Istituto Dolomitico di Ricerca e Archiviazione). Come aveva spiegato il responsabile scientifico del progetto, un giovane ricercatore pallido e nervoso, “Idra” ambiva diventare, col tempo, il più grande archivio informatico europeo delle riviste di teologia del ventesimo secolo. Auguri. Ero arrivato alla stazione dei treni. L’Eurocity “Garda” Milano-Monaco, insolitamente puntuale, in mezz’ora mi avrebbe portato a Bolzano. Mi aspettava una cena tra amici.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;A Bolzano, dove sono nato e dove ho vissuto fino a vent’anni, oltre ai genitori avevo ancora quattro amici. Ciascuno aveva una vita propria, adesso. Uno era sposato, sua moglie era incinta e avevano appena comprato una casa nuova, più grande. Uno si sarebbe sposato in autunno, ma già conviveva con la futura moglie e un gatto. Uno aveva perso il treno dell’amore giovanile e adesso, roso dal disincanto, faticava a trovare una nuova compagna. Uno, il più vecchio, sembrava aver rimosso il desiderio e tirava avanti senza donne e senza amore, riempiendosi di lavoro. E poi c’ero io. Eravamo tutti intorno ai trent’anni e normalmente ci vedevamo poco, mai comunque tutti insieme. Così, due o tre volte l’anno, ci piaceva ritrovarci a casa di quello che aveva perso il treno dell’amore giovanile per una cena liberatoria e senza pretese, in cui mangiare, bere e ciarlare fino allo sfinimento. Basta poco per essere felici. Prima di arrivare in stazione, ero passato in un supermercato e avevo comprato una bottiglia di Fojaneghe rosso, un buon vino trentino che forse avrebbe potuto combinarsi con il risotto alla salsiccia. Pagando, mi ero privato dell’ultima banconota che avevo nel portafoglio. Ma avevo il bancomat nella tasca interna del cappotto. Ero di buon umore.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;Diciamo pure che stavo bene. Avrei dormito a Bolzano, dai miei genitori. Avevo ancora un letto nella casa dov’ero cresciuto: il mio letto di figlio, il solo dove ancora riuscivo a dormire senza svegliarmi quattro o cinque volte in una notte. Avrei dormito bene anche stanotte, pensavo, complice probabilmente una giusta dose di alcool.&lt;br /&gt; Salii in treno, preceduto da una giovane coppia. Mentre salivo gli scalini, intravidi con la coda dell’occhio la sagoma dell’uomo che sarebbe salito dopo di me. Era a qualche metro, ma si avvicinava con una spinta lievemente smodata, che rendeva i suoi movimenti un po’ eccessivi. Di riflesso, accelerai il passo. Quando imboccai il corridoio a lato degli scompartimenti, la giovane coppia era già molto avanti, a metà vagone. I primi due scompartimenti erano serrati dalle tendine. Proseguii. Nel terzo sedeva una sola persona, una ragazza. Cinque posti liberi. L’uomo dietro di me camminava veloce, si avvicinava, avevo l’impressione che stesse per piombarmi addosso. A colpo d’occhio la ragazza mi sembrò interessante, vicina al mio gusto: mora, capelli lisci medio-lunghi, libro sulle ginocchia, gambe asciutte. Non feci in tempo a realizzare altro. Incalzato dai passi dell’uomo alle mie spalle, non potevo indugiare: spinsi la porta scorrevole ed entrai. Era la prima volta che decidevo così in fretta dove sedermi, senza prima cercare uno scompartimento completamente vuoto. È che c’era quell’imbecille dietro di me. Mentre chiedevo “Posso?”, l’imbecille mi passò di fianco e gettò un’occhiata nello scompartimento, quindi proseguì oltre. Piccolo sollievo. Sarei rimasto solo con la ragazza. Lei, senza alzare gli occhi, sollevò appena la testa e acconsentì. Non vidi molto, ma quel poco confermò la mia prima impressione: sembrava interessante. Ma non avevo intenzione di disturbarla. Sapete come va, in treno. Ci si parla poco, giusto l’indispensabile alla pacifica convivenza, e, se si vuole guardare il vicino, lo si fa in modo fugace e dissimulato. Questo, va detto, soprattutto a nord delle Alpi. A sud si fanno meno problemi e fanno molto più casino. Ma io vivo in una zona di frontiera: stava studiando, perché disturbarla? Non mi azzardai a guardarle il volto. Tuttavia, mentre mi levavo il cappotto ed estraevo dalla tasca interna il telefono portatile, sbirciai più in basso. Sotto un plico di fotocopie evidenziate e sottolineate, portava dei jeans neri svasati in fondo e un paio di Dr. Martens color ambra. La calzatura, in effetti, era un po’ adolescenziale, ma sotto quei jeans e su quelle gambe le stava bene.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;Mi sedetti trasversalmente a lei, tenendo il portatile a portata di mano per rispondere immediatamente nel caso squillasse. D’altra parte, non mi sarebbe nemmeno dispiaciuto se avesse squillato, così avrei potuto dirle “Scusa” – per poi uscire a parlare nel corridoio, beninteso. Ma sarebbe stato un contatto in più, no? Una piccola gentilezza. Ero di buon umore. In altre condizioni avrei potuto tentare un approccio. Ma in quel momento stavo ingrassando e avevo pochi soldi, perciò mi sentivo poco attraente. Senza soldi, soprattutto, non c’è verso. Lo so bene. E comunque sono un uomo di frontiera. Speravo dunque che il mio amico che aveva perso il treno dell’amore giovanile mi telefonasse, magari per darmi conferma dell’ora di ritrovo.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;Tirai fuori dalla borsa i miei fogli. Volevo dare un’occhiata a un articolo che avrei dovuto tradurre nei giorni a venire, ma capii immediatamente che in quel modo avrei anche trasmesso un segnale. Poteva rendersi conto che anch’io, come lei, maneggiavo carta stampata. In quel modo, le possibilità che fossi un ignorante le sarebbero crollate davanti. Leggevo, dunque avevo un’intelligenza. Tutto s’incastrava alla perfezione.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;div style="text-align: right;"&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;(&lt;span style="font-style: italic;"&gt;continua&lt;/span&gt;)&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2425021903460302584-8185646546979219603?l=harzblog.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://harzblog.blogspot.com/feeds/8185646546979219603/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2425021903460302584&amp;postID=8185646546979219603&amp;isPopup=true' title='9 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2425021903460302584/posts/default/8185646546979219603'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2425021903460302584/posts/default/8185646546979219603'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://harzblog.blogspot.com/2007/08/resina-il-treno-dellamore-giovanile-i.html' title='Resina (Il treno dell&apos;amore giovanile) - I'/><author><name>Stefano Zangrando</name><uri>http://www.blogger.com/profile/03768768279688625481</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>9</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2425021903460302584.post-3415427942772241133</id><published>2007-08-13T09:28:00.000+01:00</published><updated>2007-08-13T14:52:27.838+01:00</updated><title type='text'>Break</title><content type='html'>&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;Negli ultimi giorni sono stato risucchiato oltre ogni previsione in un'iniziativa di carattere, udite udite, politico. È un'esperienza curiosa, c'è tutto un ambiente di ossessi che sembrano non avere in mente nient'altro che le questioni politiche, amministrative e di potere a livello locale, come se la vita fosse tutta lì. Probabilmente per molti di loro è davvero così. Sta di fatto che adesso anch'io ne sono stato coinvolto pubblicamente, quindi per un po' dovrò dedicarmi a questa faccenda. È una questione di zelo, voi mi capite. E poiché nel frattempo avrò anche altri impegni, dovrò sacrificare giocoforza la cura di questo blog, perché di cose è meglio farne poche alla volta – e bene, possibilmente. Spero di trarne qualche bella lezione di vita e un po' di buon materiale grezzo per eventuali immaginazioni e scritture future. Vi farò sapere. Statemi bene, e a presto.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2425021903460302584-3415427942772241133?l=harzblog.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://harzblog.blogspot.com/feeds/3415427942772241133/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2425021903460302584&amp;postID=3415427942772241133&amp;isPopup=true' title='8 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2425021903460302584/posts/default/3415427942772241133'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2425021903460302584/posts/default/3415427942772241133'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://harzblog.blogspot.com/2007/08/break.html' title='Break'/><author><name>Stefano Zangrando</name><uri>http://www.blogger.com/profile/03768768279688625481</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>8</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2425021903460302584.post-3347105323509613033</id><published>2007-08-09T07:54:00.000+01:00</published><updated>2007-08-10T09:12:48.691+01:00</updated><title type='text'>La grandezza non bara</title><content type='html'>&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;Non è mio costume impiegare tempo e parole per parlare di un libro che non mi è piaciuto; ho una riserva di energia talmente limitata che tendo a conservarmi per i testi che apprezzo. Le due o tre bordate che nel post &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Censored!&lt;/span&gt; (il post più inutile che abbia mai scritto) &lt;/span&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;ho confessato di aver sparato sotto vari pseudonimi nel thread nazionindiano su &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Delfi&lt;/span&gt; di Sandro Dell'Orco, peraltro rivolte a certi commentatori, non al libro in questione, furono un episodio isolato, un esperimento dettato dall'irritazione per il pavoneggiamento generale. In quell'occasione, del resto, mi ero ripromesso di rifarmi vivo dopo aver letto questo... ehm... romanzo – e ieri sera, finalmente, dopo due lunghe giornate di lettura, sono tornato a visitare il thread per scoprire che questo, dopo la mia defezione, ha continuato a svilupparsi fino a raggiungere la lunghezza mostruosa di trecento e più commenti. Niente di nuovo, però: la discussione è proseguita nei toni usati fin dall'inizio e solo il commentatore «massinissa» sembra aver ben compreso lo stato delle cose e ha continuato a dare prova di una certa "intelligenza" (&lt;span style="font-style: italic;"&gt;intel-ligere&lt;/span&gt;: leggere dentro, tra le righe), nonché, come ha notato un altro commentatore, di «resistenza». Per il resto, nella discussione il... ehm... romanzo di Dell'Orco ha continuato a fungere da semplice pretesto per le astrazioni intellettuali dei commentatori – e, come qualcuno sa, nulla è più nocivo all'arte romanzesca dell'astrazione intellettuale. (Musil è solo un'eccelsa eccezione.) Anche per questo ho preferito non intervenire.&lt;br /&gt;Eppure c'è qualcosa, un'esigenza interiore, che non è certo &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Schadenfreude&lt;/span&gt;, il piacere del danno altrui, né tanto meno invidia, come ha insinuato un commentatore anonimo sotto &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Censored!&lt;/span&gt;, che mi induce a esporre, almeno qui a casa mia, le mie impressioni su &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Delfi&lt;/span&gt;. Posso spiegare quest'esigenza, mi si creda o no, come un'insopprimibile e forse un po' fanatica fiducia nell'arte romanzesca e nelle peculiari forme di conoscenza e bellezza che essa alberga nella sua variante moderna (qualche precisazione in proposito si può leggere in un mio post precedente intitolato &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Sulle orme di Milanku&lt;/span&gt;). D'altra parte non voglio nemmeno tediare chi visita questo blog con prolisse dissertazioni critico-letterarie, che preferisco serbare semmai per situazioni e pubblici più specialistici. Perciò cercherò di essere il più sintetico possibile, giusto l'indispensabile per soddisfare questo mio fastidioso morso al cuore.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;Di &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Delfi&lt;/span&gt; di Sandro Dell'Orco direi innanzitutto che rappresenta esattamente ciò che per me un romanzo non dovrebbe mai essere: un'indulgente concessione all'immaturità dell'autore e del &lt;/span&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;lettore; questo perché le complicazioni della trama, la scolasticità dei riferimenti colti e &lt;/span&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;l'erotomania diffusa – un erotismo puerile ed egocentrico, onanistico e astratto – lo fanno assomigliare, più che a una &lt;span style="font-style: italic;"&gt;quê&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;te&lt;/span&gt; percevaliana, a un videogioco per adolescenti (maschi). Direi poi che &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Delfi&lt;/span&gt;, per le sue pretese simboliche e a tratti perfino allegoriche, rappresenta l'esatta negazione di ciò che il romanzo moderno da Rabelais e Cervantes fino ai giorni nostri è stato ed è: il luogo in cui la prosa del mondo e dell'uomo trovano la loro peculiare, ambigua, ironica poeticità. Direi insomma che &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Delfi&lt;/span&gt; è un romanzo sconsigliabile, perché regressivo e privo di ambiguità e d'ironia, come prive d'ambiguità e d'ironia sono le fantasticazioni di un adolescente ai cui occhi immaturi la realtà dell'esistenza non abbia ancora svelato il proprio vero, ricchissimo volto.&lt;br /&gt;Direi tutto questo, sì, se  solo &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Delfi&lt;/span&gt; non fosse scritto maledettamente male. Ma &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Delfi&lt;/span&gt;, perdonate la franchezza, è scritto davvero male. È scritto male tanto a livello linguistico e compositivo – un difetto per tutti: l'inesistenza del non-detto, l'esplicitazione ingenua di tutti i passaggi narrativi, drammatici e riflessivi, una sovrabbondanza che rende la lettura estremamente pesante e presto noiosa – quanto a livello tematico: l'irresolutezza, il segreto e l'assurdo che vorrebbero elevare questo romanzo a una dimensione kafkiana o filosofica risultano fin dal principio posticce, legnose anch'esse come mal riuscite imitazioni adolescenziali di un qualche modello inarrivabile.&lt;br /&gt;Non credo, tuttavia, che &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Delfi&lt;/span&gt; sia semplicemente il risultato di un'emulazione fallita o della maldestra volontà di affermazione e prestigio di un cattivo scrittore; credo invece che questo libro corrisponda a una precisa esigenza estetica dei nostri tempi, un'esigenza non dissimile a quella che porta molti adulti a leggere romanzi scritti per gli adolescenti, come &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Il signore degli anelli&lt;/span&gt;, o per gli idioti, come tutti i libri di Sepulveda. &lt;/span&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;È l'esigenza, assecondata attraverso un'ibridazione fraudolenta con il genere investigativo e un'eccessiva concessione al carattere regressivo del racconto (la lettura come &lt;span style="font-style: italic;"&gt;evasione&lt;/span&gt;), di affrontare e risolvere i grandi interrogativi dell'esistenza a un livello basso e superficiale, di immediata leggibilità, insomma volgare, ma con la pretesa, al tempo stesso, che di tale approccio vengano riconosciute l'intima nobiltà, l'elevatezza, i raccordi con le vette più inarrivabili del Pensiero e della Cultura. Credo che sia anche per questo che &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Delfi&lt;/span&gt;, nel dibattito di Nazione Indiana, ha incontrato il favore di certi (cattivi) lettori e commentatori apparentemente colti, in realtà esemplari fin troppo comuni di quella che qualche anno fa veniva chiamata «intellettualità diffusa».&lt;br /&gt;Insomma, &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Delfi&lt;/span&gt; è un brutto libro, perché vuol essere un romanzo aristocratico realizzato con strumenti democratici – e questa pretesa lo ha reso un mostro –, mentre il grande romanzo moderno è sempre stato il contrario: un genere democratico realizzato con mezzi, più spirituali che tecnici, che non tutti possiedono.&lt;br /&gt;Per la cronaca, nei giorni scorsi, prima di leggere &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Delfi&lt;/span&gt;, ho riletto &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Cent'anni di solitudine&lt;/span&gt; e letto finalmente &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Il ponte sulla Drina&lt;/span&gt;, due romanzi per molti versi antitetici, eppure entrambi grandi, belli e ricchi di umana saggezza. Ebbene, se c'è un modo pressoché infallibile, il più possibile obbiettivo per cogliere la bontà di uno o più romanzi, è quello di compararli tra loro, anche solo leggendoli uno dopo l'altro: il migliore risalterà immediatamente rispetto al peggiore. &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Delfi&lt;/span&gt; è uscito malissimo. La grandezza non bara.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2425021903460302584-3347105323509613033?l=harzblog.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://harzblog.blogspot.com/feeds/3347105323509613033/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2425021903460302584&amp;postID=3347105323509613033&amp;isPopup=true' title='7 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2425021903460302584/posts/default/3347105323509613033'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2425021903460302584/posts/default/3347105323509613033'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://harzblog.blogspot.com/2007/08/la-grandezza-non-bara.html' title='La grandezza non bara'/><author><name>Stefano Zangrando</name><uri>http://www.blogger.com/profile/03768768279688625481</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>7</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2425021903460302584.post-6598939857169649665</id><published>2007-08-03T08:48:00.001+01:00</published><updated>2008-03-10T08:59:27.676Z</updated><title type='text'>Lettera di Telemaco da Albufeira</title><content type='html'>&lt;span style="font-style: italic;font-family:georgia;" &gt;La raccolta poetica &lt;/span&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;Nessuno&lt;/span&gt;&lt;span style="font-style: italic;font-family:georgia;" &gt; di Massimo Rizzante è un gioiello di altissima fattura, destinato a durare nel tempo. Non avendo sufficienti strumenti critici per tributare a questa poesia gli onori che merita, ho registrato la lettura ad alta voce di uno dei componimenti conclusivi, che si può ascoltare nella sezione «&lt;a href="http://www.blogger.com/ascolti.html"&gt;ascolti&lt;/a&gt;» del mio sito. La qualità,&lt;/span&gt;&lt;span style="font-style: italic;font-family:georgia;" &gt; neanche a dirlo, è modesta, con tanti saluti dal mio ostinato dilettantismo, ma nessuno, spero, oserà mettere in dubbio la bontà dell'intenzione.&lt;/span&gt;&lt;span style="font-style: italic;font-family:georgia;" &gt;&lt;br /&gt;Qui di seguito, per meglio apprezzare, il testo scritto.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;*&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;Non si occupò mai di se stesso a fondo&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;Fu questo che gli permise di attraversare la frontiera del secolo&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;senza troppi «non ricordo»&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;Le cause dell’inconscio gli sembravano degne&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;di uno studio sulla fine dell’&lt;span style="font-style: italic;"&gt;entertainement&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;Non fu mai preso dalla smania di liberarsi del passato&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;(anche se non prese mai sonno)&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;«Lasciatemi intero, così come sono&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;Misura e giustizia faranno il loro corso,&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;tanto che potrò fino alla fine sentirle inesplicabili»&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;Essere rinomati non è uno scandalo da poco:&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;«scopo dell’arte è restituirsi», non celebrare i propri fasti&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;Con questo non voleva dire&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;che un talento prostituito è un non-talento,&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;(non concesse mai, è vero, un’intervista in pubblico),&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;soltanto che prostituirsi implica un sacrificio,&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;e quell’impronta servile&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;con il tempo diventa uno stile&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;Occorre vivere senza impostura (altro &lt;span style="font-style: italic;"&gt;affaire&lt;/span&gt; l’artificio)&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;Ma su una cosa non amava tergiversare: «Scrivere non è tutto»&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;Piuttosto «Scrivo, ecco tutto!»&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;Del resto, fin dall’età della pietra,&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;l’importante è uscire dalla caverna, guardarsi intorno,&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;dialogare e chiedere perdono al bisonte dipinto sulla rupe&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;(perché si dovrà ucciderlo, o perché lui sarà costretto a ucciderci)&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;Ma soprattutto: sottrarre quell’immagine al regno animale,&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;renderla non riproducibile da altri bipedi&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;La percezione estetica, diceva, viene prima di ogni cosa,&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;dell’economia, della zoologia, dell’etica:&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;perché è sempre stata tutt’uno con la sopravvivenza&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;Di conseguenza, l’importante è risiedere qualche tempo&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;nelle carni di un altro, bisonte, aborigeno o lettore del Connecticut,&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;tuffarsi nell’ignoto e con rametti di vischio nascondere le tracce&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;come ci si nasconde nella nebbia sopra un ponte, a Venezia&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;«Se altri faranno lo stesso cammino, tu non avrai nessun merito&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;(per cui perché riscuotere applausi&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;dagli altri pagliacci del circo?),&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;né saprai, nel frattempo, se le tue sconfitte&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;si saranno trasformate in esercizi o in vittorie»&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;Essendo stato concepito in una lingua infantile,&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;non visse alla fine (raccolti in una clessidra&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;tutti i granelli della sua presunta comprensione del mondo),&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;che pochi minuti (come tutti),&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;i quali non si concentrarono all’epoca della sua adolescenza,&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;ma verso i quaranta (in una provincia del Portogallo),&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;quando non si trepida più per un neologismo,&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;né ci si gingilla con gli anelli del karma&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;«Gli amici dicono che io non viva nel presente,&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;che combatta contro un tempo a cinque teste,&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;e che è inutile distruggere qualcosa che sfugge alla comprensione.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;È una stupidaggine. Anch’io, come tutti, vivo nel presente.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;E come tutti (ecco la differenza, che non implica nessun delitto,&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;nessuna vendetta) morirò nel presente».&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;In assenza di sensi di colpa, spade di Damocle,&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;mostri a loro agio nella poltiglia del peccato,&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;ribadì più volte di essere un cavaliere solitario&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;indifferente al vessillo in cima al castello,&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;di continuo stupito di come si possa a un passo dalla morte&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;fissare la propria dimora, essere fedeli, avere radici,&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;accettare il mondo, avanzare strategicamente verso il campo nemico,&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;raggiungere la cerchia degli eletti e sedersi soddisfatti,&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;tradire l’ignoto, confondere l’imitazione dei maestri&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;con il mimetismo della natura, perché in fondo&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;«è meglio assumere la forma di una foglia» (di un bruco, di una farfalla)&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;invece che fingere di esserci.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;Poi, più spesso di quel che si creda,&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;ciò che ci ha ispirato per anni, imponendoci regole e universi,&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;d’improvviso ci sfugge&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;Ci resta una lettera da Albufeira,&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;dove, a parte sofferenza e realismo da quattro soldi   &lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;fra eventi e corpi che si ignorano l’un l’altro,&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;sebbene alcuni si arrendano ai propri discendenti,&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;altri discendano fino a un ozioso stridio (di grilli, cavallette?) ,&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;altri ancora ozino senza conoscere Orazio (Omero?),&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;e qualcuno, all’orizzonte, tracci sulla sabbia un trattato&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;sulla sleale concorrenza del silenzio con le onde,&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;per venire a capo di un volto dimenticato&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;(il volto di una puttana,&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;il volto della fame, il volto dell’intransigenza,&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;il volto della morte che ha preso il sopravvento su tutti i volti&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;Chi potrà contarli?&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;I volti giocano ad annientarsi a vicenda)&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;ci vorrebbe ben altro che queste parole:&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;    «Io sono fra coloro che pensano&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;    che noi, in ogni verso, ci leggiamo.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;    Perciò la grandezza di un poeta è proporzionale&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;    all’umile attenzione con cui egli si avvicina al caso fortuito,&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;    a quel nessuno, intravisto di scorcio, che è nostro padre.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;    Per quanto originali, siamo specchi. Può sembrare un miracolo.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;    Ma è l’esatto contrario»&lt;/span&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2425021903460302584-6598939857169649665?l=harzblog.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://harzblog.blogspot.com/feeds/6598939857169649665/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2425021903460302584&amp;postID=6598939857169649665&amp;isPopup=true' title='12 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2425021903460302584/posts/default/6598939857169649665'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2425021903460302584/posts/default/6598939857169649665'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://harzblog.blogspot.com/2007/08/lettera-di-telemaco-da-albufeira.html' title='Lettera di Telemaco da Albufeira'/><author><name>Stefano Zangrando</name><uri>http://www.blogger.com/profile/03768768279688625481</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>12</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2425021903460302584.post-8517731986635999054</id><published>2007-07-24T09:44:00.000+01:00</published><updated>2007-07-24T10:03:56.757+01:00</updated><title type='text'>Il profeta</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://harz.it/uploaded_images/Muse-711533.jpg"&gt;&lt;img style="margin: 0pt 0pt 10px 10px; float: right; cursor: pointer;" src="http://harz.it/uploaded_images/Muse-711530.jpg" alt="" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;C&lt;span style="font-style: italic;"&gt;ome annunciato tra parentesi nel post «Censored!», ho scritto una pseudorecensione sulla mostra in corso al Mart di Rovereto per il sito della casa editrice Hacca. La ripropongo qui, subito prima di fare la valigia e ritirarmi per una settimana su un'isoletta del Mediterraneo. Buone cose a tutte e a tutti, ci si rilegge in agosto.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;Ogni volta che visito una mostra d’arte figurativa in un museo rinomato, mi tornano in mente le parole dissacranti di Witold Gombrowicz: «Prima di genufletterci davanti a un capolavoro, ci informiamo timidamente se debba davvero farci estasiare, appuriamo diligentemente se ci sia lecito provare simili celesti voluttà e solo allora ci abbandoniamo all’ammirazione». Queste parole risalgono al 1953, quando il turismo artistico non aveva ancora raggiunto il livello odierno, in cui l’incompetenza di massa è lusingata dall’idea di attingere, dopo ore di coda, le emozioni in pillole abilmente confezionate dai nuovi manager dell’intrattenimento culturale. Gombrowicz, più di mezzo secolo fa, aveva già capito molto bene che l’interesse per l’arte è innanzitutto un fatto interumano, sociale e collettivo; solo in secondo luogo, e neanche sempre, un investimento estetico individuale. È dunque visitato da questo ricordo che stamattina sono uscito di casa e, taccuino alla mano, ho visitato la mostra che il Mart di Rovereto ospita dal 23 giugno scorso: &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Maurice Denis, Maestro del Simbolismo internazionale&lt;/span&gt;.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;Da quando vivo a Rovereto, il Mart mi appare ogni giorno di più come l’esito di una mania di grandezza molto provinciale, quindi molto italiana. Gli autoctoni mi hanno confermato quest’impressione parlandomi più volte della concorrenza con Trento, il capoluogo della provincia, fino a congetturare che il museo ne sia stato il prodotto più eclatante. Sta di fatto che il Palazzo delle Albere di Trento, sede sorella e più anziana del museo roveretano, ospita in questo stesso periodo una mostra complementare a quella del Mart: &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Sulle tracce di Maurice Denis. Simbolismi ai confini dell’Impero asburgico&lt;/span&gt;; per giunta, le due mostre sono state pubblicizzate con un’unica brossura... Ma sono ormai arrivato sotto la celebre cupola progettata da Mario Botta: l’aria è già calda, alzo lo sguardo verso il centro, il cerchio di cielo è sereno, si annuncia un’altra giornata di canicola estiva. Se non altro, all’interno potrò godermi gli ambienti climatizzati.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;Davanti a me, alla cassa, una donna con un passeggino – vuoto; immagino che il bambino, balzato fuori senza permesso, abbia già raggiunto le sale dell’esposizione e abbia preso a scorrazzare tra le tele. La fortuna di Denis è di essere pressoché sconosciuto all’&lt;span style="font-style: italic;"&gt;homo&lt;/span&gt; &lt;span style="font-style: italic;"&gt;turisticus&lt;/span&gt;, così gli automatismi orali («Ooh!») e le genuflessioni d’obbligo riservate agli artisti più famosi gli sono per lo più risparmiate. Stracitate invece dalla critica, le sue parole sull’arte pittorica suonano alle mie orecchie come una felice ovvietà: «Ricordarsi che un dipinto, prima di essere un cavallo da battaglia, una donna nuda o un qualunque aneddoto, è essenzialmente una superficie piana ricoperta di colori assemblati in un certo ordine». Il fatto è che intorno al 1890, quando si ritrovarono tra Parigi e la provincia bretone, Denis e i suoi sodali del gruppo Nabis – «profeti» in ebraico – ebbero a confrontarsi da un lato con un naturalismo ormai in odore di epigonalità, dall’altro con le estenuate pedanterie dell’accademismo, sicché un simile accento sulla forma e la sua totalità doveva suonare abbastanza originale. Alle spalle, in ogni caso, avevano Gauguin: colori violenti e primitivismo selvaggio, mica pizza e fichi.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;Non sono un intenditore. Dell’opera di Denis mi è difficile capire se vi prevalga la decadenza, un senso della bellezza più autonomo e vitale o piuttosto l’annuncio delle avanguardie che di lì a poco irromperanno sulla scena europea. Indubbiamente ne apprezzo la virtuosità e approvo il suo senso della forma. D’altra parte non ho il piacere di condividere il suo anelito religioso. E comunque non ho mai sopportato le descrizioni dei quadri non supportate dalle immagini: che senso avrebbe parlare qui dell’oscuro presagio recato dai neri nella &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Montée au Calvaire&lt;/span&gt; o del fervore decorativo che anima le acque delle &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Régates à Perros-Guirec&lt;/span&gt;, se non si hanno di fronte i dipinti? Ecco il bimbo del passeggino, invece: incantato davanti alle &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Muse&lt;/span&gt;, forse l’opera più famosa di Denis, non sente nemmeno il proprio nome pronunciato dalla madre che lo chiama due tele più in là. Forse si è accorto che le due donne in primo piano sono la stessa persona e si starà chiedendo, come si chiedono sempre i bambini: perché? O forse, semplicemente, vede qualcosa che io, ormai corrotto dall’interumanità, non so più vedere. In ogni caso, sono certo che Gombrowicz, se lo vedesse, sorriderebbe di approvazione.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2425021903460302584-8517731986635999054?l=harzblog.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://harzblog.blogspot.com/feeds/8517731986635999054/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2425021903460302584&amp;postID=8517731986635999054&amp;isPopup=true' title='8 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2425021903460302584/posts/default/8517731986635999054'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2425021903460302584/posts/default/8517731986635999054'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://harzblog.blogspot.com/2007/07/il-profeta.html' title='Il profeta'/><author><name>Stefano Zangrando</name><uri>http://www.blogger.com/profile/03768768279688625481</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>8</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2425021903460302584.post-803099327038322643</id><published>2007-07-14T12:49:00.003+01:00</published><updated>2009-03-06T21:32:52.192Z</updated><title type='text'>Vorfreude</title><content type='html'>&lt;a href="http://harz.it/uploaded_images/Foto-43-704917.jpg"&gt;.&lt;br /&gt;&lt;/a&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2425021903460302584-803099327038322643?l=harzblog.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://harzblog.blogspot.com/feeds/803099327038322643/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2425021903460302584&amp;postID=803099327038322643&amp;isPopup=true' title='18 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2425021903460302584/posts/default/803099327038322643'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2425021903460302584/posts/default/803099327038322643'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://harzblog.blogspot.com/2007/07/vorfreude.html' title='Vorfreude'/><author><name>Stefano Zangrando</name><uri>http://www.blogger.com/profile/03768768279688625481</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>18</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2425021903460302584.post-65530421308528426</id><published>2007-07-06T13:39:00.000+01:00</published><updated>2007-07-07T08:53:39.536+01:00</updated><title type='text'>Censored!</title><content type='html'>&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;Lo so, chi vaga troppo a lungo per le vie dei padri, / rimpicciolisce all'altezza del proprio tempo // Grande è il mortorio dell'isola, / ma non devi scendere così in basso // La tenerezza ha un limite, / al di là del quale vecchi indigeni arsi dal sole / vendono sulla spiaggia perline, amuleti // Ma erede senza eredi / ogni lamento ti è vietato // È duro ammetterlo: / se sei vivo è solo grazie ai tuoi nemici // Non implorare perciò nessun verdetto, / ti sarà concesso. &lt;/span&gt;(Massimo Rizzante, &lt;span style="font-style: italic;"&gt;L'isola di Telemaco&lt;/span&gt;, da &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Nessuno&lt;/span&gt;, Manni, Lecce 2007)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ohi ohi ohi...! &lt;/span&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;Adesso potrò dire: è successo anche a me. S&lt;/span&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;ono stato censurato da Nazione Indiana. È stata una piccola, estemporanea umiliazione. Meritata e perfino cercata. Ve lo racconto.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;Qualche giorno fa Franz Krauspenhaar ha postato una pseudorecensione a &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Delfi&lt;/span&gt;, romanzo di Sandro Dell'Orco uscito questa primavera per l'editrice Hacca di Macerata. Trattandosi appunto di una &lt;span style="font-style: italic;"&gt;pseudo&lt;/span&gt;recensione, in cui il libro recensito fungeva da semplice pretesto per le manierate ed erudite riflessioni del recensore, sono intervenuto una prima volta con un ringraziamento dopo che Dell'Orco stesso è apparso tra i commenti per dire qualcosa di più sul contenuto della propria opera. Nel frattempo, persuaso da quella presentazione e idiotamente irretito dal fatto che il protagonista si chiama come quello del mio primo romanzo, ho ordinato il libro &lt;/span&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;via internet, scrivendo direttamente all'editore.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;Poco dopo, in seguito all'incursione di un certo «Ilio» che sbeffeggiava il romanzo per essere uscito nelle librerie con una fascetta che annunciava &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Il Kafka italiano&lt;/span&gt;, ho reagito: «Che orrore! Avrò fatto una ca***ta?». Volevo così provocare reazioni contrarie, che smentissero il mio improvviso timore di aver preso una cantonata. Ha funzionato (e anche di più: la direttrice editoriale di Hacca mi ha scritto in privato, usando l'indirizzo che avevo dato con l'ordine del libro, dandomi fin da subito del tu benché non ci conoscessimo e proponendomi di cambiare il libro con un altro se &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Delfi&lt;/span&gt; non avesse incontrato le mie aspettative – come se avessi ordinato un aspirapolvere o uno shampoo per cani): in breve, sotto la recensione hanno cominciato ad apparire commenti elogiativi nei confronti del romanzo, uno dopo l'altro, tutti firmati con nomi e cognomi diversi, maschili e femminili. Il fatto strano è che erano scritti tutti in modo decisamente simile, analoghi nella &lt;/span&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;seriosità e nella spocchia, &lt;/span&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;nella sperticatezza degli elogi, nella promessa entusiasta del prossimo acquisto del libro, ma soprattutto omologhi nello stile, nel ritmo e anche, mi è parso, nella rosa dei riferimenti letterari, filosofici e culturali in genere. Così anch'io, come altri, ho cominciato a sospettare – in buona fede, in buona fede! – che vi fosse dietro la mano di due o tre marchettare/i in vena di fanfaronate, e ho deciso di ricorrere, una volta tanto, a uno pseudonimo per punzecchiare vigliaccamente, di nascosto, l'impudica brigata.&lt;br /&gt;Non è stato facile. Prima ho espresso il mio sospetto firmandomi «el detective», poi, un po' pentito di aver indossato questa stupida maschera, mi sono ripresentato con il mio nome per esprimere la mia impressione, sincera, della disonestà di fondo che traspirava da quel rosario di lodi e sfoggi, e il mio timore che tutto quello sviolinare finisse per danneggiare l'autore del libro agli occhi dei consueti frequentatori di Nazione Indiana, che in effetti continuavano a latitare – tranne me. Sempre con il mio nome mi sono poi rivolto a Dell'Orco in persona, che mi ha risposto facendomi notare che tutti i commentatori firmatisi con nome e cognome erano agevolmente rintracciabili e individuabili via Google come persone in carne ed ossa, trattandosi per di più di stimabili intellettuali di varia provenienza e formazione (d'altro canto vere &lt;span style="font-style: italic;"&gt;new entries&lt;/span&gt; di Nazione Indiana, compresi un paio di scrittori che non avevo mai sentito nominare). Di fronte a quell'evidenza all'apparenza inconfutabile (la spiegazione non rendeva conto delle analogie e omologie che ho sottolineato sopra) ho recitato volentieri, sempre con il mio nome, la ritirata: «&lt;/span&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;(Fuggendo a gambe levate e braccia al cielo) "Che figuraccia! Che figuraccia!"…&lt;/span&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;»&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Il giorno dopo, poiché la pavonata dei brillanti ma monotoni (in tutti i sensi) dissertatori intorno al nuovo capolavoro del Kafka italiano persisteva, mi sono ripresentato di nuovo sotto pseudonimo e, nelle vesti di «fiammiferaia indiana», ho polemizzato alla carlona con quel sempre più insopportabile sfoggio di Cultura. Ha immediatamente replicato Dell'Orco, mostrandosi così comprensivo e paziente nei confronti della povera ignorantella, e con una mielosità così improbabile che ancora oggi non posso non ripensare con angoscia al commento dell'anonimo «massinissa» subito dopo: «l'orco è ingenuo». In seguito, mentre io cercavo di orientarmi nel mio nuovo turbamento, altri anonimi, tra cui l'«Ilio» già menzionato, hanno cominciato a sparare mirato, visibilmente stufi della ridicola sfilata che andava perpetuandosi sotto gli occhi dei navigatori. Ma l'impudica brigata, anziché cedere alle provocazioni, ha mostrato di avere molte risorse e perdura ancora oggi, e lo farà probabilmente finché il thread rimane aperto, nello sforzo sfacciato di serbare al confronto sul romanzo &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Delfi&lt;/span&gt;, che ormai a questo punto ben pochi habitué di Nazione Indiana avranno ancora intenzione di prendere in mano – tra questi ovviamente il sottoscritto, che ormai l'ha ordinato –, un livello, una compostezza e una rispettabilità da buon salotto borghese. (No che non ho accettato la proposta della direttrice editoriale di Hacca, ci mancherebbe altro; ho invece accettato, il diavolo sa perché visto che non ho smesso un attimo di sentirmi preso per i fondelli, la sua offerta di scrivere, gratis, un testo da pubblicare sul sito della casa editrice. A suo tempo...)&lt;br /&gt;Salto qualche passaggio per arrivare alla mia penultima maschera, quella di «Rabelais», con cui ho firmato un paio di post per scrollare i parrucconi dall'insopportabile sussiego con cui seguitavano a condurre il gioco burbanzoso  e autocompiaciuto intorno alla fatica di Dell'Orco, che nel frattempo si era rivelato un narciso di prima categoria, come del resto la maggioranza degli scrittori maschi. Poiché però neanche allora il botta e risposta tra animebelle connotate e provocatori anonimi ha mostrato segni di cedimento, hanno preso a girarmi i cosiddetti – perché tanta spocchia e tanto autocompiacimento messi insieme su NI non li avevo mai visti – e ho deciso, complici i dolori alla radice di un molare la cui devitalizzazione sembra non essere riuscita nonostante l'intero stipendio scucito per lo svuotamento dei canali e la protesi di porcellana, di dare la stura al mio cattivo gusto e tirare un colpo basso firmandomi «villico». In sostanza, mi chiedevo retoricamente come mai gli autori membri di Nazione Indiana non fossero intervenuti anch'essi a snocciolare i loro elogi o almeno a dire la loro sul lungo e coltissimo dibattito in corso, se per invidia o piuttosto perché avevano mangiato la foglia. Lo ammetto, ho dato fondo alla mia meschinità. Non l'avevo mai fatto, non in rete almeno. Ma niente mi riesce più ributtante del fasto con cui i chierici della Cultura ne celebrano in pubblico le inarrivabili altezze e le esclusive profondità.&lt;br /&gt;Peccato che neanche il pentimento abbia limiti, non in me almeno. Così stamattina mi metto al computer per scrivere un ultimissimo commento, firmato Stefano-Rabelais, in cui ammetto l'esistenza della meschinità in quanto prerogativa dei «poveri di spirito, leggi: a corto di ossigeno», tentando però di giustificarla con l'aria poco pura che si respirava nel thread, e annuncio che per quanto mi riguarda mi accingo a ritirarmi «tra i laghi del Brandeburgo in compunta clausura lettorale» in compagnia dello &lt;/span&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;«splendido romanzo del nuovo Kafka italiano» (così precisamente la fascetta del libro, che mi era appena arrivato per posta). Ebbene, sposto il cursore su «Submit comment», clicco – e il mio commento non appare. Ci riprovo, trascrivo il commento a memoria, torno su «Submit comment», clicco – e non appare! Aspetto qualche ora – e ancora non è apparso! Allora ho capito. Mi hanno censurato. Hanno bloccato i commenti che arrivano dal mio IP. Non importa che siano in attesa di moderazione piuttosto che definitivamente bloccati. Mi hanno censurato, punto e basta. Cavoli, che brutta roba!&lt;br /&gt;Nel frattempo, nel thread sotto la pseudorecensione continuano ad apparire, solo un po' più lentamente, quasi fossero gli sgoccioli di un solo raffreddore, piccoli elogi, elogetti, elogiuzzi.&lt;br /&gt;Ah, se solo avessi l'indole tutta italiota dell'invidioso...&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2425021903460302584-65530421308528426?l=harzblog.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://harzblog.blogspot.com/feeds/65530421308528426/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2425021903460302584&amp;postID=65530421308528426&amp;isPopup=true' title='19 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2425021903460302584/posts/default/65530421308528426'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2425021903460302584/posts/default/65530421308528426'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://harzblog.blogspot.com/2007/07/censored.html' title='Censored!'/><author><name>Stefano Zangrando</name><uri>http://www.blogger.com/profile/03768768279688625481</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>19</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2425021903460302584.post-8593040685384184250</id><published>2007-06-27T10:06:00.000+01:00</published><updated>2007-06-27T11:04:51.814+01:00</updated><title type='text'>La promessa della felicità</title><content type='html'>&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://harz.it/uploaded_images/writer-722035.jpg"&gt;&lt;img style="margin: 0pt 0pt 10px 10px; float: right; cursor: pointer;" src="http://harz.it/uploaded_images/writer-722030.jpg" alt="" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style="font-style: italic;font-family:georgia;" &gt;(Un amico scrittore – scrittore vero, altroché blog –, tre libri all’attivo ma poca pratica in internet, mi ha chiesto di postare un suo pezzo, da lui impropriamente definito «una disperata richiesta di denari». Lo accontento volentieri, benché la scelta di rimanere anonimo a fronte della menzione esplicita, nel testo, di alcuni suoi noti colleghi mi appaia un po’ vigliacca.)&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div  style="text-align: justify;font-family:georgia;"&gt;&lt;br /&gt;È una domenica sera di giugno e la mia vita invoca una risposta.&lt;br /&gt;Poco fa, davanti a una vaschetta di gelato condivisa – un gelato semplice, alla nocciola, privo di decorazioni e cremerie, scovato nell’angolo più nascosto del freezer di un supermarket di quartiere e acquistato a prezzo pieno, comunque a più di quanto ci sarebbero costati tutti gli altri, molti dei quali in offerta speciale –, toccando con il mio il suo cucchiaino ho chiesto alla mia compagna quale fosse la sua prima impressione sul libro che ha cominciato a leggere nel pomeriggio, mentre io ne finivo un altro. La sua risposta e il mio giudizio non sono importanti, qui. Neanche i due libri lo sono, benché siano entrambi testi di valore. Ciò che qui importa sono i loro autori, anzi le loro autrici.&lt;br /&gt;Una di loro, croata, è fuggita dal suo paese in guerra nel 1993, è emigrata dapprima negli Stati Uniti e oggi vive in Olanda. L’altra, ebrea di origine polacca e figlia di internati nei lager nazisti, è cresciuta in Germania e oggi vive in Italia. Insomma, entrambe vivono (e scrivono) all’ombra di una guerra trascorsa e all’insegna dello &lt;span style="font-style: italic;"&gt;sradicamento&lt;/span&gt;. Le loro biografie offrono loro materiali e uno sguardo privilegiati per comprendere questa condizione ormai diffusa, nella quale mi riconosco anch’io. A me, però, la Storia non ha mai fatto visita sotto forma di trauma bellico o di una grossa frattura esistenziale. Per questo agli occhi dell’odierna industria editoriale, che bada più allo scrittore che all’opera, io valgo pochetto. È questo che mi frega: non posso vantare un surplus biografico. Non ho alle spalle un’esistenza &lt;span style="font-style: italic;"&gt;interessante&lt;/span&gt;. Se almeno fossi ebreo, come Piperno, o romano, come Piperno e Ammaniti, o paraculo, come Piperno e La Gioia! Invece il meglio che posso sfoderare è il tipico cosmopolitismo light da provinciale irrequieto, una qualità ormai fin troppo comune e poco vendibile. Questo significa che tutto ciò che valgo, se valgo, lo devo trasferire e dimostrare in ciò che scrivo. La mia opera è il mio valore, nient’altro.&lt;br /&gt;Non per tutti è così. Ho da poco ultimato un intervento critico sui cosiddetti scrittori migranti in lingua italiana, vale a dire quegli scrittori stranieri che, per varie ragioni, sono giunti in Italia e a un certo punto hanno scelto di scrivere in italiano. Nello stesso periodo in cui lavoravo al pezzo, la rivista «Internazionale», a cui sono abbonato, ha cominciato a pubblicare settimanalmente brevi interventi firmati da autori o autrici appartenenti a questa costellazione – anche se l’etichetta con cui si suole indicarli, «scrittori migranti» appunto, nei casi migliori mi pare piuttosto un’insensata &lt;span style="font-style: italic;"&gt;recinzione&lt;/span&gt;. Di molti di loro ho letto un libro o due, così da poterne parlare, qualora lo avessi voluto, con cognizione di causa. Alcuni di questi libri sono stati per me autentiche scoperte, di valore non inferiore a quello delle due autrici cui ho alluso qui sopra, volevo dire a quello delle loro opere, e credo che abbiano accresciuto non solo la mia cognizione poetica del mondo e di me stesso, ma anche, in misura minore, la mia coscienza civica (un risultato, quest’ultimo, tanto imporante per gli scrittori migranti quanto inutile a cogliere la bontà della loro opera); altri, la maggior parte, li ho trovati modesti e a volte mediocri, di livello non superiore a tanta cattiva letteratura che riempie gli scaffali delle librerie. Eppure tra le “firme migranti” di «Internazionale» continuo a trovare, tra poche penne di qualità, proprio gli autori o le autrici di questi libri modesti o mediocri.&lt;br /&gt;Queste presenze si spiegano verosimilmente con «l’epoca, la moda, la morale, la passione», ossia con quell’«elemento relativo» che Baudelaire sapeva essere uno dei due aspetti costitutivi della bellezza. L’altro, scrive Baudelaire nel saggio &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Il pittore della vita moderna&lt;/span&gt;, è l’«elemento eterno, invariabile». Poi approfondisce: «La dualità dell’arte è una conseguenza fatale della dualità dell’uomo. Se si crede, si può benissimo considerare la sussistenza eterna come l’anima dell’arte, e l’elemento variabile come il suo corpo. Così si spiega perché Stendhal, con la sua natura indisponente, puntigliosa e persino scostante, ma le cui impertinenze provocano un’utile riflessione, si è avvicinato alla verità più di molti altri, quando ha detto che il &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Bello non è se non la promessa della felicità&lt;/span&gt;. Senza dubbio la sua definizione va oltre il segno, troppo subordinando il bello all’ideale infinitamente variabile della felicità, e spogliandolo con troppa disinvoltura del suo carattere aristocratico; ma ha il merito grande di allontanarsi decisamente dall’errore degli accademici».&lt;br /&gt;Adesso forse capisco perché la mia cura per la bellezza è tanto sbilanciata, rispetto alle preoccupazioni dei miei contemporanei, sull’«elemento eterno». A causa della mia biografia priva di traumi storici (davvero una vita ai limiti dell’insignificanza!) non posso vantare un flirt abbastanza intimo con l’epoca, la moda e la morale correnti (sulla passione mi pronuncerò in un’altra occasione); così le mie forze si orientano con una certa spontaneità verso «l’aliquota eterna di bellezza» (Baudelaire) che la mia scrittura ambisce a possedere. – E allora, con l’opportunismo sfacciato che solo gli ambiziosi più poveri di spirito sanno scodellare, io vi domando, autrici autori lettrici lettori editrici editori dei miei coglioni e del nostro tempo: che fine ha fatto la sensibilità per l’elemento eterno? Dov’è finito il gusto per un semplice gelato alla nocciola? Dove la sua promessa di felicità?&lt;br /&gt;È una domenica sera di giugno e, nonostante il cucchiaino della mia compagna e il mio continuino a toccarsi sul fondo della vaschetta, la mia vita invoca una risposta.&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2425021903460302584-8593040685384184250?l=harzblog.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://harzblog.blogspot.com/feeds/8593040685384184250/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2425021903460302584&amp;postID=8593040685384184250&amp;isPopup=true' title='17 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2425021903460302584/posts/default/8593040685384184250'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2425021903460302584/posts/default/8593040685384184250'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://harzblog.blogspot.com/2007/06/la-promessa-della-felicit.html' title='La promessa della felicità'/><author><name>Stefano Zangrando</name><uri>http://www.blogger.com/profile/03768768279688625481</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>17</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2425021903460302584.post-7027104920476756781</id><published>2007-06-22T13:08:00.000+01:00</published><updated>2007-06-23T18:34:33.740+01:00</updated><title type='text'>Promemoria sul canone</title><content type='html'>&lt;div align="justify"&gt;&lt;a href="http://www.personal.us.es/jiguijarro/bloom_harold-19890302022R.2.gif"&gt;&lt;img style="margin: 0px 10px 10px 0px; float: left; width: 200px;" alt="" src="http://www.personal.us.es/jiguijarro/bloom_harold-19890302022R.2.gif" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;&lt;em&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;Harold&lt;/span&gt; Bloom nutre un'ammirazione sospetta per William Shakespeare e questo quasi-fanatismo mina alle fondamenta la credibilità del suo saggio più celebre; tuttavia, nelle pagine introduttive di &lt;/em&gt;The Western Canon&lt;em&gt; ho trovato conferma di alcune mie convinzioni e perplessità che con il passare degli anni sembrano consolidarsi nonostante il mio continuo sforzo di metterle in dubbio. E siccome il libro di Bloom è così voluminoso e tutto sommato secondario che non so se ci tornerò sopra, approfitto del mio spazio blogico per riportare qui alcune delle affermazioni per me più importanti.&lt;/em&gt; &lt;em&gt;Con una nota: ho tolto, quando c'era, l'iniziale maiuscola alle parole «canone» e «occidentale», perché con certa mistica ho smesso da un pezzo.&lt;/em&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;Dimenticare, in un contesto estetico, è rovinoso perché la cognizione, in fatto di critica, si basa sempre sulla memoria.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;[...]&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;La scelta estetica ha sempre guidato ogni aspetto secolare della formazione del canone, ma è un argomento difficilmente sostenibile in quest'epoca in cui la difesa del canone letterario, al pari degli attacchi contro di esso, ha subìto una così pesante politicizzazione. Le difese ideologiche del canone occidentale sono altrettanto perniciose, per i valori estetici, degli attacchi di assalitori che cercano di distruggere il canone oppure, come proclamano, di "spalancarlo". Nulla è altrettanto essenziale al canone occidentale quanto i suoi princìpi di selettività, che sono elitari solo nella misura in cui si fondino su criteri severamente artistici.&lt;br /&gt;[...]&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;La libertà di cogliere valori estetici può derivare dal conflitto di classe, ma il valore non è identico con la libertà, ancorché questa non possa essere realizzata senza quella comprensione. Il valore estetico è per definizione generato da un'interazione tra artisti, un influenzare che è sempre un'interpretazione. La libertà di essere un artista o un critico necessariamente promana dal conflitto sociale. Ma la fonte o l'origine della libertà di percepire, per quanto difficilmente estranea al valore estetico, non è identica con esso. C'è sempre colpa nella raggiunta individualità: è una versione della colpa di essere un sopravvissuto, e non è produttiva di valore estetico.&lt;/span&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;[...]&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;Il movimento dall'interno della tradizione non può essere ideologico né può porsi al servizio di qualsivoglia meta sociale, per quanto moralmente degna di ammirazione. Uno dentro il canone irrompe solo per forza estetica, la quale consiste primariamente in un amalgama: padronanza del linguaggio figurativo, originalità, capacità cognitiva, sapere, esuberanza espressiva. L'ingiustizia suprema dell'ingiustizia storica è che essa non dota necessariamente le proprie vittime di alcunché che non sia un sentimento della loro vittimizzazione. Qualsiasi cosa sia il canone occidentale, esso non è un programma di redenzione sociale.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;[...]&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;La percezione di possanza estetica ci dà modo di imparare a parlare con noi stessi e a sopportare noi stessi. Il vero uso di Shakespeare e di Cervantes, di Omero e di Dante, di Chaucer o di Rabelais, consiste nell'aumentare la propria crescente interiorità. Leggere in profondità nell'ambito del canone non farà di te una persona migliore o peggiore, un cittadino più utile o più dannoso. Il dialogo della mente con se stessa non è innanzitutto una realtà sociale. Tutto ciò che il canone occidentale può apportare, consiste nell'adeguato uso della propria solitudine, quella solitudine la cui forma conclusiva è il proprio confronto con la propria mortalità.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;[...]&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;La cognizione non può procedere senza memoria, e il canone è la vera arte della memoria, l'autentico fondamento del pensare culturale.&lt;/span&gt; &lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;(da Harold Bloom, &lt;em&gt;Il Canone Occidentale. I Libri e la scuola delle Età&lt;/em&gt;, traduzione di Francesco Saba Sardi, Bompiani, Milano 1996, pp. 13-31.)&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2425021903460302584-7027104920476756781?l=harzblog.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://harzblog.blogspot.com/feeds/7027104920476756781/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2425021903460302584&amp;postID=7027104920476756781&amp;isPopup=true' title='6 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2425021903460302584/posts/default/7027104920476756781'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2425021903460302584/posts/default/7027104920476756781'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://harzblog.blogspot.com/2007/06/promemoria-sul-canone.html' title='Promemoria sul canone'/><author><name>Stefano Zangrando</name><uri>http://www.blogger.com/profile/03768768279688625481</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>6</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2425021903460302584.post-2065910633911113654</id><published>2007-06-13T18:24:00.000+01:00</published><updated>2007-06-13T18:59:36.683+01:00</updated><title type='text'>Sulle orme di Milanku</title><content type='html'>&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://harz.it/uploaded_images/squaderno4-749793.jpg"&gt;&lt;img style="margin: 0pt 10px 10px 0pt; float: left; cursor: pointer;" src="http://harz.it/uploaded_images/squaderno4-749786.jpg" alt="" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;Tra tutti i dibattiti intorno alle cosiddette «radici» europee, siano esse da inscrivere o no in una carta costituzionale, non ce n’è uno, che io sappia, che abbia coinvolto seriamente l’arte letteraria nata insieme con l’Europa moderna: il romanzo. Forse proprio perché il romanzo non ha sufficiente presunzione o sottomissione (o serietà) per fungere da “radice” a qualcosa che gli sia superiore, presentandosi piuttosto come un «albero» a sé, come indica il titolo di una raccolta di saggi di Massimo Rizzante appena pubblicata da Marsilio (M. Rizzante, &lt;span style="font-style: italic;"&gt;L’albero&lt;/span&gt;, Marsilio, Venezia 2007): un albero cresciuto nella stessa vegetazione narrativa che in precedenza aveva visto nascere l’epopea classica e altri generi letterari che del romanzo possono essere considerati progenitori, come il cosiddetto «romanzo» greco o bizantino (ma nel I-II sec. d.C., quando apparvero, queste narrazioni non venivano indicate con questo nome) e varie opere epico-cavalleresche medioevali che per prime furono chiamate «romanzi» in virtù della lingua neolatina o volgare in cui erano scritte.&lt;/span&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;Eppure, a dispetto della sua modestia o del suo spirito libero, il romanzo “moderno”, l’unico a poter essere definito propriamente come tale, è forse l’entità che più di ogni altra può aiutarci a comprendere la cultura del nostro continente, o almeno ciò che di essa è più degno di essere tramandato e messo in gioco in questo festival permanente di ibridazioni “usa e getta” che è la cultura globalizzata della contemporaneità.&lt;/span&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;Il romanzo moderno nasce in pieno clima rinascimentale, nell’epoca delle grandi scoperte geografiche e scientifiche che daranno agli europei una coscienza radicalmente nuova della propria posizione “relativa” nel mondo e nell’universo, e si manifesta fin da subito come replica non-seria e parodica alla serietà della cultura ufficiale: in &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Gargantua e Pantagruele&lt;/span&gt; (1532-34) di François Rabelais, il narratore Alcofribas Nasier (anagramma del nome dell’autore) entra nella bocca del gigante protagonista e vi trova tutto un mondo, con i denti come montagne e, ai loro piedi, enormi prati e foreste e città, e poi un paese dove gli abitanti guadagnano dormendo, e più di tutti incassano «quelli che ronfano ben forte». In &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Don Chisciotte&lt;/span&gt; (1605-15) di Miguel de Cervantes, l’hidalgo Alonso Quijano, appassionato fino alla follia di romanzi cavallereschi medioevali, decide di farsi egli stesso cavaliere errante, ma, poiché nel frattempo Dio stava «abbandonando il posto da cui aveva diretto l’universo e il suo ordine di valori, separato il bene dal male e dati un senso ad ogni cosa», una volta fuori casa Don Chisciotte non è più in grado di riconoscere il mondo: «questo, in assenza del Giudice supremo, apparve all’improvviso in una temibile ambiguità; l’unica Verità divina si scompose in centinaia di verità relative, che gli uomini si spartirono fra loro. Nacque così il mondo dei Tempi moderni, e con esso il romanzo, sua immagine e modello».&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;Sono parole, queste ultime, di Milan Kundera, tratte dalla prima parte del saggio &lt;span style="font-style: italic;"&gt;L’arte del romanzo&lt;/span&gt; (trad. it. Adelphi, Milano 1988). Kundera è, tra i viventi, il romanziere che forse più di ogni altro si è adoperato per la comprensione teorica di quella che egli stesso ha proposto di considerare una vera e propria «arte», non semplicemente un genere letterario tra gli altri, e ciò innanzitutto in virtù del carattere profondamente specifico del suo sguardo sul mondo, uno sguardo ironico, critico, prosastico, consapevole dell’ambiguità ontologica delle cose umane e della loro irriducibile materialità.&lt;/span&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;&lt;br /&gt;In una conferenza tenuta a Gerusalemme nel 1985 e poi raccolta nel volume citato, Kundera ricorda un altro episodio di &lt;/span&gt;&lt;span style="font-style: italic;font-family:georgia;" &gt;Gargantua e Pantagruele&lt;/span&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;: nel terzo libro, Panurge, fedele amico di Pantagruele, non sa se deve o non deve sposarsi; l’intero libro è l’esplorazione di questo dubbio da ogni possibile punto di vista attraverso le visite che Panurge fa ad ogni tipo di specialisti ed eruditi, senza che alla fine il suo dubbio sia risolto. Ebbene, qual è la lezione di una simile irresolutezza, così simile all’ambiguità del reale su cui Don Chisciotte si ritrova a proiettare il suo ideale cavalleresco? Essa risiede, secondo Kundera, nella «&lt;/span&gt;&lt;span style="font-style: italic;font-family:georgia;" &gt;saggezza dell’incertezza&lt;/span&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;», che consiste nel saper affrontare e accettare, nella letteratura come nella vita, «una quantità di verità relative che si contraddicono (verità incarnate in una serie di io immaginari chiamati personaggi)»; ed è una saggezza che si contrappone all’atteggiamento eroico dell’&lt;/span&gt;&lt;span style="font-style: italic;font-family:georgia;" &gt;ego cogitans&lt;/span&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt; cartesiano: «La saggezza del romanzo differisce da quella della filosofia. Il romanzo è nato non dallo spirito teorico, ma dallo spirito dello humour».&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;In questo senso, però, non c’è niente di più lontano dallo spirito del romanzo dell’atteggiamento eroico, più serio che mai, dei protagonisti dei “romanzi” cavallereschi medioevali (e dei loro autori), o della devota sottomissione alla volontà divina che contraddistingue i personaggi degli innamorati nei “romanzi” greci o bizantini – e i loro autori. In effetti, se è vero che l’albero del romanzo moderno condivide con questi progenitori la comune appartenenza ad una medesima vegetazione narrativa, tuttavia è altrove che vanno cercati gli antenati del suo «spirito dello humour».&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;font-family:georgia;" &gt;Avete appena letto la prima metà o giù di lì di un mio intervento apparso nell'ultimo numero, il 4, della rivista on line «&lt;a href="http://www.losquaderno.net/"&gt;Lo squaderno&lt;/a&gt;». Il numero è stato curato da Paul Blokker e Andrea &lt;a href="http://www.bung.it/"&gt;mubi&lt;/a&gt; Brighenti, è intitolato «&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;i style="font-family: georgia;"&gt;Europe: political and biographical insights into a weird creature / Europa: intuizioni politiche e biografiche su una bizzarra creatura&lt;/i&gt;&lt;span style="font-style: italic;font-family:georgia;" &gt;» (il bilinguismo è autentico ed effettivo) e contiene interventi di taglio vario. Il mio, guarda un po', è quello di taglio letterario, e si intitola &lt;/span&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;Lo spirito del romanzo, o l'Europa di Rabelais e Cervantes&lt;/span&gt;&lt;span style="font-style: italic;font-family:georgia;" &gt;. Vi propongo di scaricare il pdf non soltanto per godervi il prosieguo del mio testo, che è anche meglio di quello che avete già letto, ma anche per leggere gli altri, altrettanto interessanti, firmati da &lt;/span&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;Paul Blokker, Peter Schaefer, Kristina Stöckl, Iker Barbero Gonzales, Cristina Mattiucci, Oleg Koefoed e andrea mubi. Il numero, infine, &lt;/span&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;è arricchito dalle belle opere figurative di Marco Adami. &lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-style: italic;font-family:georgia;" &gt;Con l'occasione ringrazio pubblicamente il generoso Paul Blokker, che ha voluto tradurre il mio intervento in inglese.&lt;/span&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2425021903460302584-2065910633911113654?l=harzblog.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://harzblog.blogspot.com/feeds/2065910633911113654/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2425021903460302584&amp;postID=2065910633911113654&amp;isPopup=true' title='20 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2425021903460302584/posts/default/2065910633911113654'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2425021903460302584/posts/default/2065910633911113654'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://harzblog.blogspot.com/2007/06/sulle-orme-di-milanku.html' title='Sulle orme di Milanku'/><author><name>Stefano Zangrando</name><uri>http://www.blogger.com/profile/03768768279688625481</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>20</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2425021903460302584.post-4886135660221243691</id><published>2007-06-04T17:10:00.000+01:00</published><updated>2007-06-04T18:20:46.902+01:00</updated><title type='text'>Wolfgang Hilbig</title><content type='html'>&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://harz.it/uploaded_images/Hilbig-782624.jpg"&gt;&lt;img style="margin: 0pt 10px 10px 0pt; float: left; cursor: pointer;" src="http://harz.it/uploaded_images/Hilbig-782623.jpg" alt="" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style="font-style: italic;font-family:georgia;" &gt;Ho saputo grazie al mio fedelissimo informatore Domenico Pinto, traduttore di Arno Schmidt, redattore-capo e quant'altro presso &lt;a href="http://www.lavieri.it/"&gt;Lavieri&lt;/a&gt;, che è morto Wolfgang Hilbig. Ingo Schulze ritiene come molti che Hilbig sia uno dei due o tre migliori prosatori della letteratura tedesca contemporana («beste deutsche Literatur» mi garantì un giorno in un'e-mail) e qualche anno fa mi regalò il suo romanzo &lt;/span&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;Das Provisorium&lt;/span&gt;&lt;span style="font-style: italic;font-family:georgia;" &gt;, che però allora non potei apprezzare per una conoscenza troppo scarsa del tedesco. (Hilbig non è mai stato tradotto in italiano e questo è forse uno degli scandali più eclatanti dell'editoria nostrana). Da allora non l'ho più riletto, ma di Schulze, come di Pinto che lo apprezza altrettanto, mi fido ciecamente. Così ho tradotto alla meno peggio un &lt;a href="http://www.mdr.de/mdr-figaro/journal/4566490.html"&gt;breve articolo&lt;/a&gt; tratto dal sito di «Figaro», la radio culturale del Mitelldeutscher Rundfunk; nella stessa pagina, per chi conosce il tedesco, si può ascoltare anche una breve conversazione telefonica con Schulze sullo scrittore scomparso. Un'ultima nota: le traduzioni dei titoli delle opere sono assolutamente approssimative.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;«Non credo alla verità [&lt;span style="font-style: italic;"&gt;Wahrheit&lt;/span&gt;], credo alla percezione [&lt;span style="font-style: italic;"&gt;Wahrnehmung&lt;/span&gt;]». Così dichiarò una volta il poeta e romanziere Wolfgang Hilbig. Le sue prime poesie e storie nacquero dopo il lavoro come fuochista di caldaie a bassa pressione a Meuselwitz, in Turingia. Scrisse della vita di gente che lavorava duro in una piccola città della Germania dell’Est, che si piegava nella polvere della fabbrica di bricchette Phönix. Ma il suo sguardo peculiare, formatosi con la sua esperienza personale nella produzione socialista, non fu accolto con favore. E un outsider egli rimase anche più tardi nell’Ovest. Ciò nonostante – afferma Ingo Schulze in un colloquio con «Figaro»– nell’epoca successiva al crollo del muro, con tutta la sua spietatezza, la sua letteratura gettò «una luce più chiara sulle cose». Hilbig, un «collega estremamente gentile e prodigo di apprezzamenti», ha «trasformato la propria vita in letteratura» raccontandola «senza riserve».&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;Wolfgang Hilbig era considerato uno degli scrittori tedeschi linguisticamente più potenti. È morto il 2 giugno scorso all’età di 65 anni consumato da un cancro. La sua opera più nota è il romanzo &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Ich&lt;/span&gt; (Io), apparso nel 1993, che ha per protagonista un poeta che lavora come spia per la Stasi. La critica lodò il libro come «romanzo sociale sull’epoca terminale della DDR» e soprattutto come «una festa per la letteratura contemporanea in lingua tedesca». Per la sua opera Hilbig ottenne numerosi premi e nel 2002 ricevette il rinomato premio Georg Büchner – tardi, come parve all’autore stesso. Forse perché lui scriveva principalmente «con mano pesante» e non era facile a leggersi, sicché non smise mai del tutto neppure il ruolo di outsider.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;Wolfgang Hilbig nacque il 31 agosto 1941 nella cittadina industriale di Meuselwitz, a sud di Lipsia. Suo padre perse la vita durante la seconda guerra mondiale a Stalingrado. Il piccolo Wolfgang crebbe con il nonno, un minatore. Dopo l’ottava classe della scuola popolare studiò tre anni per diventare tornitore. Dopo il servizio militare, tuttavia, lavorò come fuochista e nel contempo cominciò a scrivere. In effetti i burocrati della cultura della DDR avrebbero potuto essere contenti del lavoratore che a fine giornata componeva poesie. Ma Hilbig si mantenne in ogni rapporto fin troppo ai margini. Cambiò molte volte domicilio e professione. Così guadagnò il suo denaro come montatore, operaio edile in sotterraneo, fabbro ausiliario o inserviente in una trattoria. Scrisse delle sue esperienze nella DDR come semplice lavoratore che però cercava anche l’«avventura dell’anima». Apocalittico nelle sue osservazioni quotidiane e nei suoi sogni, si orientò ai modelli di Kafka e del Romanticismo tedesco. Non trovò chi stampasse i suoi testi.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;Nell’Ovest apparve poi nel 1979 il suo volume di poesia &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Abwesenheit&lt;/span&gt; (Assenza). Questo procurò all’autore alcune settimane di custodia cautelare e una sanzione amministrativa per «illecito valutario». Franz Fühmann intercedette per il giovane collega, lo considerava «un talento di quelli che il tempo produce soltanto una volta a decennio». Fu così che la rinomata rivista di letteratura della DDR «Sinn und Form» pubblicò nel 1980 una piccola selezione delle sue opere. L’editore Reclam di Lipsia pubblicò nel 1983 un volume di liriche e prosa. L’autore cominciò ad essere seguito anche ad Ovest. Nel 1985 Hilbig si trasferì con un permesso da scrittore inizialmente temporaneo nella Repubblica Federale. Apparvero due grandi lavori in prosa, &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Die Weiber &lt;/span&gt;(Le femmine) e &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Alte Abdeckerei&lt;/span&gt; (Vecchio scorticatoio).&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;Anche dall’altra parte, tuttavia, nella «zona di svago occidentale», Wolfgang Hilbig non fu accolto con favore. «Raramente qualcuno ha riversato tanta rabbia e tanto odio contro l’Est – e raramente sono stati rovesciati tanta bile e tanto scherno sull’Ovest» ha detto Ingo Schulze in occasione del recente conferimento del premio Erwin Strittmatter del Land Brandeburgo a Wolfgang Hilbig, che non ha potuto ritirarlo personalmente. Il tema di Hilbig è sempre rimasto quello della ricerca della propria identità, ora nel gioco alterno dell’esperienza nei due stati tedeschi.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;Grande fu il consenso intorno al debutto romanzesco di Hilbig nel 1989, &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Eine Übertragung&lt;/span&gt; (Una trascrizione), nel quale egli rielaborava le esperienze fatte nella sua doppia esistenza di operaio e scrittore. Nel 2000 apparve il suo romanzo autobiografico &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Das Provisorium&lt;/span&gt; (Soluzione provvisoria), che tratta di uno scrittore della DDR al quale è consentito di espatriare con l’apposito permesso nella Repubblica Federale. Alcuni lavori successivi di Hilbig furono letti dalla critica come uno «studio sull’anamnesi della DDR». Nel 2003 uscirono poi il suo volume di racconti &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Der Schlaf der Gerechten&lt;/span&gt; (Il sonno dei giusti) e l’audiolibro letto dall’autore &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Der Geruch der Bücher&lt;/span&gt; (L’odore dei libri). Per le sue opere Wolfgang Hilbig ottenne numerosi premi; prima del premio Büchner (2002), tra gli altri, il premio Ingeborg Bachmann (1989) e il premio Fontane dell’Accademia delle Arti di Berlino (1997).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;© MDR 2007&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2425021903460302584-4886135660221243691?l=harzblog.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://harzblog.blogspot.com/feeds/4886135660221243691/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2425021903460302584&amp;postID=4886135660221243691&amp;isPopup=true' title='30 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2425021903460302584/posts/default/4886135660221243691'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2425021903460302584/posts/default/4886135660221243691'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://harzblog.blogspot.com/2007/06/wolfgang-hilbig.html' title='Wolfgang Hilbig'/><author><name>Stefano Zangrando</name><uri>http://www.blogger.com/profile/03768768279688625481</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>30</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2425021903460302584.post-8784067210495743622</id><published>2007-05-28T08:45:00.000+01:00</published><updated>2007-05-28T11:22:20.922+01:00</updated><title type='text'>Warten wissen</title><content type='html'>&lt;div  style="text-align: justify;font-family:georgia;"&gt;Ieri ho rivisto &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Das Leben der Anderen&lt;/span&gt;, in italiano, e devo ammettere che l'ho vissuto – non capito, proprio vissuto – meglio di quando lo vidi in lingua originale, l'estate scorsa. Se avevo bisogno di un esempio che mi ricordasse come la lingua sia non la forma, ma il contenuto stesso delle nostre impressioni ed emozioni, ecco, l'ho avuto. Questo per quanto riguarda il film.&lt;br /&gt;Poi però ci sono io, che sono uscito dal cinema con una rosa in mano e due spine conficcate nel pollice e nell'indice: una era la libreria in Karl Marx Allee, l'altra il ruolo dello scrittore nella DDR. La prima era una sineddoche fin troppo prevedibile, la seconda un pretesto per rilanciare al mondo l'urlo muto della mia frustrazione. È di quest'ultima che vorrei parlare.&lt;br /&gt;Che la scrittura e la parola in genere non abbiano più il valore e il potere critico che avevano nel socialismo reale, ma anche in Occidente prima del 1989, e che al loro posto sia subentrato il potere unico delle cifre, è cosa nota e per ora irrimediabile (ne parla &lt;a href="http://www.ingoschulze.com/"&gt;Ingo Schulze&lt;/a&gt; in un testo che ho tradotto e che apparirà nel numero 9 della rivista «Sud», in uscita a giugno). Oggi si può denunciare qualunque cosa, tanto la nostra azione non avrà alcuna conseguenza sui poteri forti, cioè gli unici tali. È ciò che la mia affezionata pensionante berlinese, nata e cresciuta nella Germania dell'Est, riconosce come la caratteristica fondamentale della democrazia neo-liberale: chiunque può scendere in piazza e protestare contro qualunque ingiustizia, è un diritto di tutti i cittadini, un diritto tanto inviolabile quanto il potere che, facendo buon viso a cattivo gioco, continuerà imperterrito a commettere o legittimare l'ingiustizia medesima.&lt;br /&gt;Ma non è questo in particolare l'aspetto della parola di cui io sento la mancanza. Non sono né uno scrittore «impegnato» né in fondo un animale da corteo (chi mi ha visto marciare con gay e lesbiche a Berlino non fraintenda: quella per me era festa, non protesta). Quello di cui ho nostalgia, e che esisteva anche nel mondo occidentale prima del 1989, è invece un elemento basico, è &lt;span style="font-style: italic;"&gt;il tempo del pensiero&lt;/span&gt;.&lt;br /&gt;Cos'è il tempo del pensiero? È il tempo che ognuno di noi dovrebbe poter dedicare ogni giorno all'arte, alla contemplazione, alla lettura e, per chi vi è vocato, alla scrittura. Ad esempio, la gente di teatro che conosco a Berlino conduce una vita molto, molto diversa da quella rappresentata ne &lt;span style="font-style: italic;"&gt;La vita degli altri&lt;/span&gt;, fatta di ritmi lenti e tempi morti, di un'alternanza sostenibile tra ansia di repressione e facoltà di raccoglimento – tanto che il titolo del film potrebbe quasi riferirsi, più che ai cittadini sorvegliati con minuzia dalla StaSi, proprio a questo: alla vita che conducevano gli intellettuali e gli artisti sia nella DDR, sia nella BRD, come il giornalista dello «Spiegel» che procura al protagonista la macchina da scrivere con cui redigere il rapporto sui suicidi. Ma sì, pensateci bene, sono proprio loro gli «altri»: gli altri da noi intelletti globalizzati del mondo nuovo! I diversi da noi che non abbiamo più il tempo per leggere e riflettere, anche quando siamo insegnanti, professori o studiosi, perché le nostre stesse professioni sono ormai così specializzate e burocratizzate, moltiplicate nelle incombenze, sovraccariche come ogni altro aspetto delle nostre vite quotidiane, che non sappiamo più trovare il modo di fermarci, raccoglierci, negarci al mondo, alle sue mille pressioni, alle sue centomila informazioni  – perché è di questo che si tratta, no? Negarsi al mondo ogni giorno un po', con costanza e disciplina, stare per qualche ora in compagnia dei grandi del passato e del presente e immaginare assieme a loro il futuro. Ecco cosa mi manca. Vorrei &lt;span style="font-style: italic;"&gt;rientrare nel tempo&lt;/span&gt;. Ecco ciò che la vita mi impedisce.&lt;br /&gt;Eppure, mentre il mio sangue cola sul gambo della rosa che reggo tra pollice e indice, una voce mi dice che devo &lt;span style="font-style: italic;"&gt;saper aspettare&lt;/span&gt;. Da dove arriva? A chi appartiene? Non lo so. So solo che, a dispetto della mia frustrazione, sento che se imparassi ad aspettare avrei già fatto un primo passo verso il rientro nel tempo.&lt;br /&gt;Aspettare cosa? Aspettare a scrivere, innanzitutto: spina prima. La letteratura non ha fretta, i suoi tempi sono più lunghi di quanto la cosiddetta vita letteraria non lasci intendere. L'importante, mi dico, per ora, è resistere quel tanto da trovare un'ora al giorno, almeno una, ma ogni giorno, ogni giorno, per leggere e contemplare, per stare con i grandi del passato e del presente e immaginare assieme a loro il futuro.&lt;br /&gt;Spina seconda: aspettare a vivere. Arriverà il giorno, già lo immagino, in cui la mia vita quotidiana oscillerà tra la provincia subalpina e il luogo in cui mi sento a casa. Forse i miei figli, se ne avrò, frequenteranno una scuola bilingue e avranno un'educazione metropolitana, da migranti, o forse no: forse a Berlino ci andrò solo io, durante la settimana, a lavorare, leggere e scrivere, a osservare gli uomini e studiare la realtà, per poi rientrare ogni weekend nell'esistenza più arretrata e meno loquace della provincia subalpina, dove i miei figli, che avrò, conosceranno l'ovatta residua che ancora li separerà dalla crudeltà, dalla violenza e dalla barbarie che stanno erodendo il mondo.&lt;br /&gt;Saper aspettare, forse è questa la chiave per accedere al tempo finché il tempo ci è sottratto.&lt;br /&gt;Fino ad allora, di grazia, ogni volta che leggerò un libro, guarderò un film, ascolterò un disco, prenderò appunti o semplicemente &lt;span style="font-style: italic;"&gt;non sarò disponibile&lt;/span&gt;, si veda di non rompermi i coglioni, o diventerò una bestia. &lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2425021903460302584-8784067210495743622?l=harzblog.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://harzblog.blogspot.com/feeds/8784067210495743622/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2425021903460302584&amp;postID=8784067210495743622&amp;isPopup=true' title='43 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2425021903460302584/posts/default/8784067210495743622'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2425021903460302584/posts/default/8784067210495743622'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://harzblog.blogspot.com/2007/05/warten-wissen.html' title='Warten wissen'/><author><name>Stefano Zangrando</name><uri>http://www.blogger.com/profile/03768768279688625481</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>43</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2425021903460302584.post-6485590734879432586</id><published>2007-05-24T13:06:00.000+01:00</published><updated>2007-05-24T14:57:35.542+01:00</updated><title type='text'>Immagini calme</title><content type='html'>&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;Nell'estate 2004, un anno dopo aver messo il punto al &lt;/span&gt;&lt;span style="font-style: italic;font-family:georgia;" &gt;Libro di Egon&lt;/span&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;, sfogliai alcuni volumi alla ricerca di immagini da proporre per la copertina una volta che il romanzo avesse trovato un editore. In uno di quei volumi, &lt;/span&gt;&lt;span style="font-style: italic;font-family:georgia;" &gt;Von der Partei zur Party 1969-2003. Der Berliner Fernsehturm als grafisches Symbol&lt;/span&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;, firmato da tre designer tedeschi, trovai, rielaborata in ocra rossa, un'immagine che mi piacque all'istante. La rielaborazione era la grafica promozionale di un club al cui indirizzo internet, riportato nel libro, trovai soltanto la riproduzione in pixel della grafica medesima. Più fruttuosa fu la ricerca in rete dell'autrice dell'immagine, una fotografa di origine austriaca e residente a Berlino&lt;/span&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;, &lt;/span&gt;&lt;a style="font-family: georgia;" href="http://www.vau-phantom.net/"&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;vau phantom&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;Verena Bayer, questo il suo nome anagrafico, vantava una formazione di tutto rispetto. Le foto sul suo sito mi piacquero a tal punto che un giorno dell'anno successivo – nel frattempo il romanzo aveva trovato un editore – le scrissi un'e-mail in cui la supplicavo di poterne pubblicare alcune sul blog che avevo aperto da pochi mesi. Senz'altro, rispose, e poche settimane dopo, in un pomeriggio d'estate, ci incontrammo all'imbocco della Neue Schönhauser Straße, a Mitte, per raggiungere insieme il cortile interno dello &lt;/span&gt;&lt;span style="font-style: italic;font-family:georgia;" &gt;Schwarzenraben&lt;/span&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt; e sederci davanti a una birra. Fu l'inizio di un'amicizia che più tardi mi portò a conoscere il suo compagno, Gert Brantner, musicista, informatico e anch'egli dignitoso artigiano del &lt;/span&gt;&lt;span style="font-style: italic;font-family:georgia;" &gt;Fotoapparat&lt;/span&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;. Con lui Verena, di lì a poco, avrebbe inaugurato &lt;/span&gt;&lt;a style="font-family: georgia;" href="http://bildbach.net/"&gt;bildbach&lt;/a&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;, una collaborazione fotografica basata sulle riflessioni teoriche di Vìlem Flusser, Susan Sontag e Roland Barthes. Più o meno nello stesso periodo fu pubblicato il mio primo romanzo, ma in copertina, purtroppo, non c'era l'immagine che avevo proposto.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;Oggi, dopo due anni e tutto un inverno insieme – ancora non so spiegarmi la sopravvivenza a una lunga "passeggiata" serale a meno dieci sotto zero, dalla Mauerstraße alla fermata U-Bahn di Hallesches Tor, prima di incrociare alcune bizzarre creature della notte e capitare in un paio tra i più pittoreschi locali di Kreuzberg –, Verena e Gert hanno demolito ogni mio pregiudizio sugli austriaci (&lt;/span&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;sono pur sempre un altoatesino di lingua italiana&lt;/span&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;) e sono ormai tra le ragioni principali del mio desiderio sempre vivo (e sempre frustrato, &lt;/span&gt;&lt;span style="font-style: italic;font-family:georgia;" &gt;ça va sans dire&lt;/span&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;) di trasferirmi a Berlino. Così è con una certa soddisfazione che oggi vedo finalmente pubblicata su Nazione Indiana, grazie all'ospitalità di Andrea Raos, una mia traduzione parziale, ma concordata nei tagli con i due cari autori, del progetto che guida la loro comune ricerca artistica: &lt;/span&gt;&lt;a style="font-family: georgia;" href="http://www.nazioneindiana.com/2007/05/24/immagini-calme/"&gt;Immagini calme&lt;/a&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;Che sia loro di buon auspicio e possa procurargli nuovi estimatori in terra italica!&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2425021903460302584-6485590734879432586?l=harzblog.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://harzblog.blogspot.com/feeds/6485590734879432586/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2425021903460302584&amp;postID=6485590734879432586&amp;isPopup=true' title='25 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2425021903460302584/posts/default/6485590734879432586'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2425021903460302584/posts/default/6485590734879432586'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://harzblog.blogspot.com/2007/05/immagini-calme.html' title='Immagini calme'/><author><name>Stefano Zangrando</name><uri>http://www.blogger.com/profile/03768768279688625481</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>25</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2425021903460302584.post-5311709468130265334</id><published>2007-05-20T17:39:00.000+01:00</published><updated>2007-05-21T11:53:02.484+01:00</updated><title type='text'>Mio cugino</title><content type='html'>&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;Mio cugino soffre di una forte allergia ai pollini dall’età di vent’anni e ne attribuisce la responsabilità originaria allo Stato italiano, che durante il servizio militare gli ha imposto delle vaccinazioni da cavallo che hanno mandato in malora il suo sistema immunitario, ma non farà certo causa all’Esercito, perché il ridicolo va provocato, non subìto, e comunque non vuole partecipare alla tribunalizzazione dell’esistenza che porta sempre più cani e porci davanti ai giudici con l’unico scopo di ottenere quattrini. Del resto, mio cugino sa che la legge non è uguale per tutti e che in generale non c’è nessuna giustizia, né in vita né tanto meno dopo la morte; solo non sa con chi prendersela per questo.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;Mio cugino è dottore di ricerca e, ogni volta che inveisce un po’ qualunquisticamente contro la categoria degli «ex-sessantottini», peraltro ignota ai sociologi, c’è chi crede che sia un carrierista accademico, ma non è vero: mio cugino trova l’ambiente universitario meschino e malvagio come tutti gli altri, solo non trova giusto sbattere il muso contro le porte chiuse dei nuovi baroni dopo essersi lasciato persuadere per tutta l’adolescenza e la giovinezza che la società in cui stava crescendo gli avrebbe permesso, un giorno, di fare «quello che più ti piace» – nel suo caso: prendersi cura dell’immaginazione altrui e propria –, e che un lavoro all’università glielo avrebbe consentito più di ogni altro.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;Mio cugino sta crescendo e tutti i vestiti gli vanno stretti, ma non ha i soldi per comprarsene di nuovi.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;Mio cugino insegna lettere in una scuola privata cattolica e tutto sommato si trova bene, anche se: a) non è più cattolico da un pezzo e crede che la scuola pubblica sia più importante e andrebbe finanziata anche con i soldi che invece in Italia sono assegnati alle scuole private; b) prende uno stipendio che un suo amico ha definito «miserabile» e che presto non gli basterà più; c) le sue colleghe leggono Dan Brown, fanno leggere agli alunni Alessandro Baricco, salutano con entusiasmo la laurea &lt;span style="font-style: italic;"&gt;honoris causa&lt;/span&gt; assegnata da un’università (quella dove lui si è dottorato) a Isabel Allende, vanno in brodo di giuggiole per una sua dedica e giudicano snob chi disapprova indignato tanta mancanza di gusto.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;Mio cugino non ne può più di vivere in un paese dove il merito non vale niente e la parentela vale tutto, dove troppi fanno comunella e troppo pochi fanno comunità, dove i cavalieri solitari vengono disprezzati e i mercenari in gruppo corteggiati, dove la povertà di spirito ammorba gli studios e i palazzi più lussuosi e dove nell’arte, nella politica, nella cultura e nell’educazione il Male – detto rispettivamente kitsch, mafia, festival, ariafritta – ha indossato la maschera del Bene e si prostituisce a tempo pieno. Per questo a mio cugino sta passando la voglia di ragionare e, nel prendere la parola, preferisce sempre di più affidarsi alle proprie viscere.&lt;br /&gt;Come posso convincerlo che di questo passo finirà lui stesso per &lt;span style="font-style: italic;"&gt;ammalarsi&lt;/span&gt;?&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2425021903460302584-5311709468130265334?l=harzblog.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://harzblog.blogspot.com/feeds/5311709468130265334/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2425021903460302584&amp;postID=5311709468130265334&amp;isPopup=true' title='9 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2425021903460302584/posts/default/5311709468130265334'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2425021903460302584/posts/default/5311709468130265334'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://harzblog.blogspot.com/2007/05/mio-cugino.html' title='Mio cugino'/><author><name>Stefano Zangrando</name><uri>http://www.blogger.com/profile/03768768279688625481</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>9</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2425021903460302584.post-4951741584553800336</id><published>2007-05-08T11:52:00.000+01:00</published><updated>2007-05-10T13:36:33.947+01:00</updated><title type='text'>Contro gli ex-sessantottini</title><content type='html'>&lt;div style="TEXT-ALIGN: justify" align="justify"&gt;&lt;span style="font-family:georgia;font-size:100%;"&gt;Ho appena letto in un blog paraletterario un estratto dal pamphlet &lt;span style="FONT-STYLE: italic;font-family:georgia;" &gt;Contro il '68 &lt;/span&gt;di Alessandro Bertante. Il titolo attira, l'argomento scotta: è ormai diffusa tra i trentenni la coscienza delle contraddizioni seguite alle conquiste di quegli anni, manifeste e dolorose sono ormai le ragioni di uno scontro generazionale che per qualche motivo non è scoppiato a tempo debito, e in ambito romanzesco Houellebecq ha saputo illustrare meglio di chiunque altro la fratellanza epistemologica e materiale tra il liberismo sessuale e dei costumi attuato da quel movimento e il liberismo economico che ha infestato il globo a partire dagli stessi anni. Peccato che l'autore nostrano, almeno nel brano riportato, prenda un granchio. Ecco l'inizio:&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-family:georgia;font-size:100%;"&gt;&lt;span style="FONT-STYLE: italic"&gt;Le donne e gli uomini &lt;/span&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;[capito? prima le donne e poi gli uomini: con un inizio così politicamente corretto la certezza di trovarsi di fronte a un testo innocuo è garantita fin da subito...]&lt;/span&gt; &lt;span style="FONT-STYLE: italic"&gt;protagonisti della lunga stagione contestataria (in Italia sebbene in forma assai mutevole e crepuscolare dura fino alla metà degli anni Settanta), superata la soglia della maturità hanno più o meno consapevolmente castrato i propri figli, tenendo sotto tutela le loro aspirazioni e impedendogli anche a livello economico una reale emancipazione. Dal loro punto di vista noi saremo per sempre giovani. Nostro malgrado, invecchiando naturalmente come tutti gli altri uomini e donne prima di noi, ci mancherà il privilegio della maturità.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="FONT-STYLE: italic;font-family:georgia;font-size:100%;"  &gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-family:georgia;font-size:100%;"&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;&lt;br /&gt;A quanto pare l'autore, pago di una scrittura giornalistica all'acqua di rose e senza pretese di approfondimento (ma il libro non l'ho letto, potrebbe trattarsi benissimo di un estratto dalla prefazione), associa la «maturità» a una condizione di autonomia innanzitutto materiale ed economica – il che, com'è noto, tra noi trentenni non si dà ancora se non in pochi casi. Ma è maturità questa? No, questa non è che «vita adulta», mentre la maturità è una condizione dell'animo, o se si preferisce della mente, conseguibile e consigliabile a prescindere dall'indipendenza economica. Tanto che a me i veri immaturi non sembriamo affatto noi trentenni, ma precisamente loro, gli ex-sessantottini. O no? Ma come, non li vedete in giro, questi idolatri della (propria) giovinezza &lt;em&gt;(La generazione lirica&lt;/em&gt; l'ha chiamata qualche anno fa un grande saggista franco-canadese, François Ricard)&lt;em&gt;,&lt;/em&gt; conciati come ventenni, entusiasti e isterici come adolescenti innamorati, aggrappati con tutte le loro forze residue a un'età esistenziale che nel corpo e nella mente li ha abbandonati già da un pezzo? Altro brano:&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-family:georgia;font-size:10;"&gt;&lt;span style="FONT-STYLE: italic;font-family:georgia;font-size:100%;"  &gt;In quanto ultima generazione virtuosa dell’umanità, i sessantottini non si sono preoccupati di chi sarebbe venuto dopo di loro &lt;/span&gt;&lt;span style="font-family:georgia;font-size:100%;"&gt;[Perché questa affermazione mi sembra eccessiva? Boh]&lt;/span&gt;&lt;span style="font-family:georgia;font-size:100%;"&gt;&lt;span style="font-family:georgia;font-size:100%;"&gt;. &lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;span style="FONT-STYLE: italic;font-family:georgia;font-size:100%;"  &gt;Hanno vissuto nel presente, hanno lottato per il presente, creduto nel presente, bruciato il presente, senza mai provare a indirizzare lo sguardo in avanti. Per la loro immediatezza di vita “volevano tutto” e tutto hanno avuto. Anche meritoriamente, va detto perché il puro sentimento di appartenenza come la innata capacità di condivisione e di mobilitazione, furono risorse straordinarie, una forza d’urto rara e invidiabile. Ma purtroppo breve e non sempre onesta, perché proprio mentre ridicolizzavano aspramente l’aspirazione piccolo borghese del posto fisso e della tranquillità economica, si sono presi cura dei propri interessi.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-family:georgia;font-size:100%;"&gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;&lt;br /&gt;Vero! Verissimo! Ma non tanto per la schiera di pre-pensionati di cui parla in seguito l'autore, perché almeno quelli, anche se un po' prestino, si sono levati dai coglioni a favore del naturale avvicendarsi delle generazioni, bensì – molto peggio – per le poltrone politiche, aziendali e accademiche che stanno marcendo sotto i culoni rugosi di tutta una classe dirigente uscita da quegli anni e aggrappata ai propri seggi come un bambino al proprio giocattolo. So
